“IAMOR” di Enzo Maria Lombardo 1


Marta ti aveva lasciato da poco ed eri triste, Michele.
Quella donna ti aveva ferito ma avevi bisogno del suo violino. Dicevi che avevi chiuso a chiave la ribalta del pianoforte dopo che era andata via. La tua musica solitaria ti annoiava, dicevi, ma avevi bisogno di musica per non impazzire nel silenzio.
Forse per questo venivi ogni sera a strimpellare il piano nel Bar Ugo e ti univi a noi con un mezzo sorriso, anche se credo che in quel periodo noi esistevamo ben poco nel tuo universo solitario.
“Una birra scura”, dicevi ad Ugo. Poi ti dirigevi verso il vecchio pianoforte verticale che ammuffiva in un angolo e cominciavi a suonare quasi in sordina.
Quel pianoforte dava una nota culturale al locale, ma era scordato. Non aveva visto un accordatore da decenni e la sua gamma tonale si estendeva dal suono di una campana fallata ai lamenti di un gatto. Dopo un po’ anche quei suoni inconsueti ti annoiavano e ti guardavi in circolo per incontrare i nostri sguardi. Quello di Cesare, di Mario e il mio.
Quella sera ti sei soffermato sempre più spesso su quello di Mario. Chissà cosa leggevi in quello sguardo, Michele. In effetti c’era qualcosa, in quegli occhi rimpiccioliti dalle lenti spesse. Un luccichìo strano che si sposava bene con quel mezzo sorriso che gli stirava la bocca.
Quando sorrideva così, Mario diventava odioso.
Ora penso che ce lo tiravamo dietro, qualche sera, perché di uno così ne avevamo bisogno per sentirci migliori. Quando Mario era con noi, i suoi piccoli entusiasmi e le sue idee assurde s’intrecciavano con la nostra noia e la facevano lievitare in una bolla gonfia di superiorità che sembrava desse un po’ più di calore alle squallide serate passate a strofinarci i gomiti nei tavoli unti del Bar Ugo.
Era una bolla di vita falsa, lo sapevamo, pronta a scoppiare nella depressione, ma finché era tesa e gonfia ci stava bene. Ci vivevamo dentro come in un bozzolo caldo e fetido.
E quando Mario esponeva, sbracciando e smaniando, qualche nuovo progetto, sguardi d’intesa s’intrecciavano e, appena lui volgeva altrove gli occhi, noi ammiccavamo, sbuffavamo, sottolineavamo il nostro dissenso. Così almeno per un po’ ci sentivamo vivi.
Forse per assaporare un po’ di questa strana vitalità tu aprivi i tuoi occhioni da bue mansueto e facevi oscillare il testone ricciuto in una parodia d’attenzione anche se forse non t’importava un fico di quello che Mario stava dicendo.
E quella sera Mario sembrava spararle grosse. Bordate che per un momento ci colpivano e ci inchiodavano alla sedia.
– “Il lavoro c’è, cari miei” – stava declamando con la sua voce acuta, quasi in falsetto – “basta inventarlo. Agire. Muoversi nel senso della richiesta. Insomma, seguire le leggi del mercato.”
Forse voleva confonderci con i poveri resti del suo sapere economico che gli erano rimasti appiccicati nei lunghi dormiveglia universitari.
– “Va bè, va bè, e dunque?” – facesti tu, tanto per dire qualcosa.
– “Se è giusta la base teorica è possibile l’obiettivo. Ed io agisco. Mi muovo. Attuo l’obiettivo. Seguo l’idea.”
– “Che sarebbe?” – Eri sempre tu, Michele. Ti stavi scuotendo di dosso la malinconia e sembravi quasi del tutto sveglio.
La risposta non arrivò. Al suo posto arrivò una domanda idiota. Dio, come odio chi risponde ad una domanda con un’altra domanda! Se poi la seconda domanda è idiota, l’odio raddoppia. L’avrei fatto a fette, Mario, quella sera, quando disse:
-“ Secondo voi che rapporto c’è tra furbi e gonzi?”
Un silenzio innaturale cadde in quel bar quasi deserto. Un tizio seduto sullo sgabello davanti al bancone, smise di confabulare con Ugo e si girò verso di noi. Avevamo tutti le sopraciglia corrugate. Non capivamo.
– “Se non lo sapete, ve lo dico io: di uno a nove. Come dire che ogni mattina per ogni essere pensante che si sveglia nove gonzi aprono gli occhi. Un mercato enorme. Una potenzialità da capogiro. Una messe matura. Un campo da arare. Una…”
– “Stop! Stop! Rallenta! Frena!” – fece Cesare alzando una mano a palma tesa – “Abbiamo capito! Uno a nove. E naturalmente tu sei l’uno, l’essere pensante, l’eletto! Gli altri sono i fessi. Per pura curiosità, Mario, illuminaci: per te noi saremmo…?”.
Te lo ricordi l’ottimo Cesare? Un animo nobile, ma dall’incazzatura facile. E quella sera sembrava proprio su di giri dopo due birre in bicchieri enormi.
Mario sorrise. Era il sorriso di un essere mansueto. Avrà avuto tanti difetti, quel Mario, ma in compenso era riuscito ad affinare una speciale arte del sorridere che (ne eravamo certi) nascondeva la sua profonda ipocrisia, camuffandola e cesellandola in modi subdoli e sdolcinati, tanto da nasconderla ad occhi profani. Quindi sorrise, mansueto. Il suo sorriso sembrava dolce, pulito, quasi etereo nella sua semplicità.
Ma quella sera a Mario non bastò sorridere: ormai eravamo conoscitori smaliziati di quei sorrisi. Quindi Cesare ribadì con più enfasi e con una nota minacciosa nella voce:
– “Quindi per te gli altri, cioè quasi tutti, noi compresi, saremmo… eh? dillo… dillo… tutti fessi o, come dici tu, tutti gonzi?”
– “Oh, ma che avete capito voi due? Io l’eletto? Macchè! Io non parlo solo di me… non è così semplice. E’ statistica, cari miei, statistica… E poi, voi cosa c’entrate? Io parlo dei semplici, diciamo pure dei poveri di spirito. Voi vi sentite semplici, poveri di spirito?”
L’arte di Mario di saper svigolare non ci sorprese. Eccola: viscida e subdola. Non solo ci aveva tappato la bocca: ci stava adulando a piene mani. Aveva aperto le porte del suo club esclusivo e con quel sorriso sulle labbra ci stava invitando ad entrare. Eravamo anche noi gli uni, gli eletti.
Anche il tizio seduto al bancone aveva sentito. Forse si sentì escluso dal club perché ci diede un’occhiata di fuoco, alzò le spalle con un grugnito e masticò fra i denti un “Ma andate a …” prima di girarsi di nuovo verso il bancone.
– “Quindi…” – continuò Mario a voce più bassa – “il segreto sta tutto nel dare un prodotto appetibile ai nove. Qualcosina ben confezionata… un prodottino facile facile, di pronto consumo. Qualcosa che li attiri e li faccia contenti. Magari felici, perchè no? Contenti loro, contento io. Lavoro assicurato. Soldi, capite? Soldi!”
Peccato, Michele, non poter descrivere con tratti fotografici l’ampiezza che avevano raggiunto i tuoi occhi in quel momento. Illuminavano il tuo viso con scintille di voluttuosa concupiscenza.
– “Soldi?” – dicesti. Ed in quella parola si annidavano mesi di scarsa produzione, abbandoni di allievi disamorati dell’arte pianistica, pigioni da pagare e spartiti comprati a credito. “Soldi?” – ripetesti con quella voce un po’ stridula che usi quando sei del tutto sveglio. – “Quanti soldi?”
– “Dipende. Sono in gioco un mucchio di fattori: c’è la variabile logistica, l’impatto pubblicitario, la curva della domanda, la…”.
Cesare e io alzammo le mani con un gesto teatrale, interrompendo la lezione.
– “E le cosine da vendere ai gonzi chi te li dà? Li rubi, forse? Li prendi a credito?” Era di nuovo Cesare. Il solito Cesare. Un tipo pratico: mica lo potevi confondere con lezioni di economia. – “E poi, dimmi, dove li venderesti i tuoi prodotti, sul marciapiede?”
A questo punto Mario si accomodò meglio sulla sedia, stirò le gambe sotto il tavolo (penso che le avrebbe messe volentieri sopra il tavolo se non fosse stato ingombro di bicchieri e bottiglie) e abbandonò quel suo perenne sorriso per assumere un’aria vagamente manageriale.
– “Non c’è niente o quasi da comprare.” – disse – “Solo da vendere. Un minimo di organizzazione ci vuole, è vero… anche qualche carabattola… poca roba. Per il resto è semplice. Il posto l’ho già adocchiato. Ho elaborato anche un nome che dia assonanze, riferimenti subliminali… Insomma: fra un paio di giorni venderò speranza, sogni, chimere. Felicità.”
Così dicendo Mario ritirò le gambe da sotto il tavolo, si diede una scrollatina alle spalle e con fare neglittoso si divincolò dalla sedia e si alzò. Ricordo come osservava divertito le nostre facce dai menti cascanti, le bocche aperte, mentre diceva, con un certo sussiego, puntandosi l’indice sul petto:
-“Vi presento Iamor, il Mago dell’Amore e della Fortuna. Adesso vado: ho un mucchio di cose da fare. Ah, – fece mentre era già sulla porta – i biglietti da visita non ve li posso ancora dare, sono in tipografia.”

* * *

Mario aveva aperto lo “Studio” (così lo chiamava) in una via della vecchia periferia della città, ancora zeppa di povera gente e di case terrane fatiscenti, molte di queste sfitte od abbandonate da tempo in attesa delle ruspe.
In quella strada grossi pezzi di pietra lavica uscivano dai muri scrostati e facevano da contralto al verde bottiglia delle porte e delle imposte. Alcune di queste, accostate, facevano intravedere il luccichio di televisori e mobili bar laccati e vistosi, con le antine aperte, gli specchietti luccicanti a formare piccoli arcobaleni, qualche bottiglia riflessa.
In altre case si potevano vedere i grandi letti composti, con coperte drappeggiate, stoffe lucenti, sfarzose, dai colori cangianti. Alcuni letti erano anche adornati da bambole e cuscini e, sopra la testiera, i componenti della Sacra Famiglia o visi di Madonne sorridevano mesti in cornici ovali.
Sbirciando meglio si potevano vedere, sui canterani, statuine di santi e madonne, protetti da campane di vetro e qualche lumino elettrico acceso davanti a grandi fotografie incorniciate.
Molte case non erano neppure intonacate nella facciata e gli usci si aprivano su quell’unica stanza che era insieme camera da letto, da pranzo, salotto e cappella privata.
Si sentiva dappertutto, quasi palpabile, l’impari lotta contro una povertà che marchiava ogni cosa e che rendeva addirittura commovente il velo di dignità con cui si tentava di coprirla o esorcizzarla.
Però non era triste, quel posto, e non erano tristi i ragazzini che si rincorrevano giocando, alcuni a piedi scalzi o con sandali sfilacciati. Nè apparivano tristi le donne, indaffarate a parlare con le vicine sporgendosi dalla mezza porta che fungeva anche da balcone sulla strada, nè i vecchi seduti davanti all’uscio, il sigaro spento all’angolo della bocca, il busto eretto e l’aria austera di chi conosce il mondo.

Lo Studio del Mago Iamor era in una casa un po’ sopraelevata, a metà della via. Alcuni gradini sbrecciati portavano ad un minuscolo terrazzino su cui si apriva una porta che era stata dipinta di recente e su cui spiccava un piccolo rettangolo colorato, identico al biglietto che Mario ci aveva dato qualche tempo addietro.
Eravamo tu e io, ricordi? Cesare no. Non doveva saperlo, Cesare, di questa nostra visita. Non condivideva. Non accettava. Neppure la curiosità, accettava. Era un duro, Cesare.
– “Boiate” – aveva detto quella sera dopo che Mario era uscito dal bar. Disse che l’avrebbe detto anche prima, sì, glielo avrebbe detto proprio sul muso, se non fosse stato paralizzato per la sorpresa e se Mario non fosse sgattaiolato fuori del bar di premura.
– “Sfruttare la povera gente! I gonzi! I poveri di spirito! Uno a nove! E lui? Chi sarebbe lui? Chi si crede di essere, lui? Un genio della finanza? Un indovino, un mago?! Un immorale, uno scarafaggio schifoso, ecco cos’è! Solo ad uno scarafaggio schifoso poteva nascere una simile pensata! E che si tenga in corpo le sue idee, invece di cacarle in giro!” –
Questo ci disse Cesare, quella sera, e tanto altro ancora che adesso non ricordo.
Ma ricordo bene che tu, Michele, ad un certo punto hai tirato fuori la penna e hai cominciato a scarabocchiare qualcosa su un tovagliolo di carta.
– “Iamor! – facesti battendo un pugno sul tavolo che fece traballare bicchieri e bottiglie – Un anagramma: ecco cos’è Iamor! Altro che ricerche di assonanze e riferimenti subliminali: quel pazzo si è angrammato il nome suo!”.

Io, quella sera, mi dichiarai proprio nauseato. E voi due avete approvato la mia nausea credendola diretta contro Mario e le sue pensate idiote. Ma non era solo per Mario o Iamor, quella nausea. Erano nauseanti quei i bicchieri vuoti sporchi di schiuma, era nauseante il tavolo traballante, la rabbia eccessiva di Cesare, e perchè no? anche il tuo viso disfatto e cascante per le pene d’amore. Ma soprattutto a darmi il voltastomaco era la noia che sentivo dentro e che leggevo nel mio viso quando di sfuggita lo vedevo riflesso nelle specchio dietro il bancone.
E quella noia, quel malessere, mi fece pensare che almeno Mario qualche idea schifosa, in fin dei conti, l’aveva, qualche entusiasmo magari cretino, magari ributtante, è vero, ma qualcosa…
Era un pensiero minuscolo, un pensiero proibito: mi si affacciò alla mente di soppiatto e io lo rincantucciai a forza nel cervello, lo nascosi più in fondo possibile nei suoi meandri perché non ne uscisse neppure il profumo ma non potei distruggerlo del tutto. Anzi, per allontanare meglio quel pensiero, mi misi anch’io a pontificare e – dopo un altro giro di bicchieri – anche i miei pugni sul tavolo e le mie risate si unirono alle vostre in un sacrificio collettivo di Iamor e del suo creatore e dopo un po’ cominciai a sentirmi meglio. Più alto di una spanna.

Nei giorni e nelle settimane che seguirono evitammo accuratamente di incontrare Mario. Addirittura ci facemmo negare un paio di volte al telefono e smettemmo di frequentare il Bar Ugo in certe ore della sera.
Di Mario non si parlò più o quasi, tra di noi. Solo qualche cenno, con una smorfia di disgusto.
Ma quando, dopo un paio di mesi, lo incontrai per caso in una via del centro, non potei proprio fare a meno di chiedergli come andava. “Sì, – precisai – quella tua nuova attività, sai… quella del Mago… comesichiama, quello dell’amore e della fortuna.” E lui non si fece pregare: non c’era più sussiego e tracotanza in quella voce. Non accennò più a messi mature e campi da arare nè a gonzi e poveri di spirito. Parlò solo di lavoro. Di orari. Parlò di Iamor in terza persona, senza enfasi, con parole misurate, proprio come se parlasse di un suo nuovo amico che lavorava in banca o alle poste.
– “Ed i soldi?” – feci io – “Guadagni bene?”
– “Oddio, nella fase iniziale di assestamento… sai com’è! Però non va male. Certo c’è il recupero dei costi, l’affitto, le strutture… ma qualche soddisfazioncina finanziaria c’è. Piccola, ma c’è. E poi, non è solo quell’aspetto che conta…”
– “No? E che altro?”
– “Come dirti? Beh… non si vive di solo pane…”
Lo guardai meglio e mi venne di scoprire cosa mi nascondeva ancora. Così lo stuzzicai e dissi con un sorriso furbo:
– “Insomma, i gonzi pagano e ti fanno anche qualche favoretto in aggiunta? Magari sono le gonze, eh? Forse c’è di mezzo qualche gonza belloccia, qualche moglie insoddisfatta, qualcuna che più che fortuna cerca amore e lo trova bello e pronto nel divano del tuo studio? Insomma, hai degli extra?”
Mario fece una smorfia e scrollò il capo:
– “No, no. Non è questo. Può anche succedere, ma non è successo.” – disse. Poi la sua voce divenne tagliente come un rasoio – “Comunque io non sto lì a vendere sesso e non ne compro. Io lavoro.”
Pensai d’averlo offeso ma mi sbagliavo: doveva essere ormai abituato alle frecciate della gente. Anzi prima di salutarmi mi invitò ad andare a trovarlo nel suo “studio” e tirò fuori un biglietto da visita.
E fu proprio il suo atteggiamento così distaccato, l’uso di termini quasi burocratici, e una nuova vivacità nello sguardo, che insieme accesero dentro di me una scintilla di curiosità. Una cosa minuscola, certo, il guizzo di un cerino, una fiammella tremolante che però non voleva spegnersi.
E quella fiammella, alimentata dal soffio tiepido e insulso della noia, continuò a bruciare per giorni e giorni e non si spense neppure quando tu, Michele, mi ripetesti – quasi parola per parola – quello che dicemmo quella sera, al bar Ugo. Quella fiammella di curiosità adesso si allargava e diventava più viva man mano che parlavamo tenendo sotto gli occhi quel suo biglietto da visita, colorato e pacchiano, in cui “Iamor” galleggiava assieme a cuoricini e cornucopie dorate tra l’indirizzo e gli orari di visita.
Oh sì, Michele, quella fiammella dispettosa si attaccò anche a te come ad una fascina secca con il vento di scirocco.

* * *

Così andammo noi due, Michele, a varcare la soglia dello “Studio” (la porta era solo accostata) e ad immergerci in una semioscurità che odorava vagamente di incenso.
Subito ci apparve vuota, quella stanza. Solo qualche sedia appoggiata alle pareti, quattro o cinque quadretti con stampe di vecchi tarocchi attaccati qua e là e un tavolinetto basso, bruciacchiato e rigato in più punti, nel mezzo. Quando abituai un poco gli occhi all’oscurità mi sembrò di scorgere, vicino ad una porta chiusa che doveva essere l’accesso allo studio del mago, anche un trespolo di legno, in un angolo, con sopra il busto di gesso di qualcuno e, nell’altro angolo, un vecchio portaombrelli con dentro una mezza dozzina di penne di pavone.
Tutta roba di seconda mano e molto usata, pensai, non è che se la passa troppo bene il mago, a quanto pare.
In una sedia vicina alla porta d’ingresso che, aprendosi all’interno, la nascondeva, stava seduta una donna anziana, vestita di nero. Alla poca luce di un’unica finestrella ovale che dava sulla strada, schermata da una tendina merlettata, potemmo vedere quel viso scarno, che ci fissava con occhi curiosi.
– “Dovete aspettare.”- ci disse a mò di saluto – “Di là c’è una amica mia. Roba lunga. Delicata. L’ho accompagnata io, ché ne aveva bisogno, povera figlia. Ma, dato che sono qua, approfitto. Roba di un minuto è la mia. Faccio presto.”
Il fatto che ci sedemmo in silenzio la rassicurò che non volevamo soffiarle il posto. La rassicurò di più quel mezzo inchino che facesti, sedendoti.
Tu, Michele, davanti ad una vecchia signora diventi un angelo. Ti adorano le vecchie signore quando fai i tuoi mezzi inchini.
– “Eh, le cose d’amore sono lunghe…” – continuò la vecchia signora che a quanto pare non amava il silenzio – “Bisticci, tradimenti… pene d’amore… Specie quando s’incontrano certuni che te li raccomando… La mia no, la mia è una questione d’interesse. Cosa breve, la mia. Cosa facile. A me deve dire solo se arriva o non arriva. Una parola sola voglio: un si o un no.”
– “Chi deve arrivare, signora, se è lecito?” – dicesti tu tirando fuori un tono delicato che sarebbe stato bene nel contesto di un giovedì letterario ma che in quella stanza sembrava storpiato e falso.
– “Benedetto iddio, caro ragazzo, l’assegno, no? Mesi e mesi che aspetto quel pezzo di carta e non arriva.” – Poi alzò un poco la voce e fece un gesto di stizza con la mano in aria e subito dopo l’indice, il medio e il pollice di quella mano si misero a ruotare per l’aria come una trottola impazzita:
– “Tre mesi, sono! Capite? Tre mesi giusti giusti da che è morto mio marito, che stia in pace!”
Poi abbassò un poco la voce, si agitò sulla sedia, si sporse come per confidarci un segreto e ci disse in un soffio:
– “Un’anima santa, mio marito. Da morto. Magari adesso sarà in Paradiso, pace all’anima sua. Ma, ci credereste? anche da lassù continua a farmi dispetti!”
Vecchia pazza, pensai, mentre tu, con la tua flemma infrangibile domandavi, con la massima naturalezza e serietà, se aspettava un assegno dal Paradiso.
– “Che Paradiso e Paradiso! Bello mio, non sono pazza. L’assegno l’aspetto dalla Previdenza sociale, altro che Paradiso! …Anche se sembra che deve arrivare proprio dall’altro mondo!”
Quindi aspirò una lunga boccata d’aria ed emise un lungo sospiro con solo un accenno di catarro, poi, con un crescendo vigoroso, proseguì:
– “Doveva arrivare il mese scorso. E va bene. Una cosa matematica, mi disse l’impiegato, sicura! E la settimana passata? Sicura, signora, che adesso parte. Ancora una firma. Sicurissimo che parte! Ed invece niente! Ora, ditemi voi, come faccio a fidarmi ancora dell’impiegato della previdenza? Quello dice sempre che parte, che parte, che parte… Cosa parte se non arriva mai?!” – Così dicendo indirizzò un indice ossuto verso la porta chiusa di fronte – “Ma lui me lo dirà. Oh sì, che me lo dirà se questo mese arriva oppure no. Perchè lui lo sa, lui lo legge nelle carte. E nelle carte c’è scritto tutto, papale papale. E’ tutto scritto.”
Quel dito ossuto vagava ancora per l’aria ma dopo un po’ aveva cambiato direzione: ora era puntato verso di noi. Mi sembrò, anzi, che tendesse in modo percettibile verso di te Michele.
– “Voi, siete qui per amore, vero? Sfido io, giovani come siete! L’amore è importante a questa età! Le cose d’interesse lasciatele ai vecchi.”
In effetti era un colloquio riposante. Non occorrevano risposte perchè quella vecchia si rispondeva da sola. Quindi non ci restava che fare spallucce, grugniti e assensi accennati con il capo: tutte cose che non pregiudicavano quel soliloquio ininterrotto.
Convinta che aveva visto giusto, la vecchia tirò un altro sospiro, bello lungo stavolta.
Da quando eravamo entrati era la seconda pausa che si concedeva e fu proprio durante la lunga emissione sospirosa che la porta di fronte si aprì e ne uscì fuori una zaffata d’incenso assieme ad una buona metà del retro prosperoso di una giovane donna, inguainato in una gonna a fiori. L’altra metà della donna, quella davanti, era ancora nell’altra stanza a completare un saluto.
Quando uscì fuori tutta dalla stanza, quella donna era davvero l’immagine vivente della contentezza. Ancora giovane, trent’anni al massimo, non proprio una bellezza. Però aveva un viso illuminato da un sorriso così radioso e splendente che la rendeva quasi bella. Gli occhi poi! Sembravano due piccole fiammelle dorate, vive, lucenti e guardavano lontano, un punto infinito oltre le pareti, ignorandoci.
Saltellando sui tacchi alti, gli occhi nel vuoto, si avvicinò al portaombrelli, rovistò come una cieca tra le penne di pavone e scovò un ombrellino minuscolo, anche quello a fiori, che si legò al braccio facendolo oscillare assieme alla borsetta.
La vecchia la seguiva con lo sguardo sempre più curioso. Poi si alzò, attraversò la stanza, la mano sulla maniglia, pronta ad entrare nello studio di Iamor. Ma prima d’entrare sbottò:
– “E allora, Lucia? Niente dici? Come è andata? Che t’ha detto?”
– “Oh, Donna Valeria! Ma dove ce l’ho la testa! Mi dovete scusare, sono frastornata…”
– “Ti credo, figlia mia… con quello che hai passato… E allora? Che hai saputo? E’ andata bene?”
– “Bene, Donna Valeria? Altro che bene! E che? E non si vede? Benissimo!”
Poi si avvicinò alla vecchia e le fece un resoconto in sordina ma la stanza era piccola e quella donna non badava troppo a noi. Così, tra un sospiro e l’altro, sentimmo che diceva:
– “Fattura? No, che lui fatture non ne fa. Però tutto mi ha detto: che è stata una cosa passeggera, m’ha detto, uno sfizio, una cosa da niente. Quella schifosa è scomparsa dalla vita mia. E’ come morta. Filippo vuole a me. L’ha visto nelle carte che per Filippo ci sono solo io. Le ha fatte due volte, le carte. E per due volte è uscita la donna di bastoni e poi la morte. Che poi non vuol dire che lei muore davvero, no, no. ma che scompare… Oddio, se crepasse davvero, ci farebbe ancora più bella figura… E poi m’ha detto di pensare forte a Filippo e di prendere io una carta dal mazzo e che ti esce? Donna di cuori, esce. Lo sapete cosa vuol dire, donna Valeria, vero?”

Dopo i saluti udimmo ancora il ticchettio felice dei suoi tacchi sui pochi gradini e noi due restammo soli e in silenzio.
Era un silenzio cupo, il nostro, denso di dubbi, di pensieri inespressi. Un silenzio rotto, a tratti, solo dai richiami lontani degli ambulanti e dalle voci dei ragazzini nella strada.
Ad un tratto dicesti: “Andiamo via!”
Cosa avevi pensato, Michele? Da come avevi scosso il testone ricciuto guardandoti attorno, si sarebbe detto che una ridda di pensieri ti stava attraversando il cervello. Eri confuso, Michele. Ti si leggeva in faccia che lo eri.
Forse anche tu, come me, rivedevi statuette colorate, lumini accesi, icone sopra i letti, angoli di povere case trasformati in piccole chiese. Immaginavi i colloqui con santi e madonne di gesso che potevano essere toccati e spolverati, che potevi blandire con lumini e fiori, magari rimbrottare e minacciare. E tenevano compagnia quelle statuine di gesso.
Ed insieme immaginavi, oltre la porta chiusa, quella vecchia che cercava il suo assegno. Lo cercava fra i tarocchi, che per lei erano più comprensibili dei moduli della Previdenza sociale. E non era sola: c’era Iamor con lei, il mago della fortuna e dell’amore, con le sue frasi mozze, le sue mezze verità, le sue bugie….

Ti vidi girare e rigirare il biglietto di Mario fra le dita, poi ti sei alzato, hai posato il biglietto sul tavolino.
– “Andiamo via!” – hai ripetuto con voce piatta, incolore – “Non mi va più di aspettare: qui c’è un caldo bestiale, andiamo via.”

Enzo Maria Lombardo


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Un commento su ““IAMOR” di Enzo Maria Lombardo

  • Corrado S. Magro

    Michele, il pianoforte scordato, espedienti di vita, illusioni che scorrono nell’alveo di una realtà che si amalgama alla fantasia, approda alla superstizione tra speranza, ironia e sorrisi carichi di malinoconia, dando alla vita un tocco multicolore.