I magliari di Francesco Rosi


A cura di Gordiano Lupi

I magliari è un film importante del cinema italiano, una commedia neorealista dai risvolti drammatici che racconta la dura vita degli emigranti in Germania, l’arte di arrangiarsi, il contrasto tra lavoratori onesti e truffatori. Il film è interamente girato in Germania, tra Hannover e Amburgo, fotografato in un livido bianco e nero dal grande Gianni Di Venanzio, ben musicato da Piero Piccioni, che mixa alcuni pezzi d’epoca, e girato senza sbavature da Francesco Rosi. Soggetto e Sceneggiatura sono appassionanti: Suso Cecchi D’Amico e Giuseppe Patroni Griffi scrivono una storia di denuncia sociale, per niente retorica, ricca di elementi sentimentali e comici.
Mario Balducci (Salvatori) è un operaio emigrato ad Hannover, rimasto senza lavoro e deciso a tornare in Italia, che incontra Ferdinando Magliulo detto Totonno (Sordi), un magliaro romano che lavora per la banda di Don Raffaele (Ippolito). Totonno inserisce Mario nel lavoro truffaldino, insegnandoli come si vendono stoffe e tappeti di scarsa qualità ingannando gli acquirenti. Totonno tradisce Don Raffaele, alcuni uomini della banda vanno con lui ad Amburgo, dai coniugi Mayer, che vorrebbero controllare il mercato dei magliari. Non è così facile, perché un gruppo di polacchi rende la vita dura, arrivando persino alla scontro fisico. In questi frangenti sboccia l’amore tra Mario e Paula Mayer (Lee), un’ex prostituta sposata con il boss tedesco, ma il rapporto è destinato a finire perché la donna non vuol tornare a vivere un’esistenza da povera. Totonno rivela tutta la sua incapacità a fare il capo, al punto che il signor Mayer stipula un accordo con Don Raffaele e si libera di lui in malo modo. Totonno torna a ordire piccole truffe in proprio, mentre Mario decide di rientrare in Italia per fare una vita povera ma onesta. Rientrerà solo e affranto, perché la sua donna non è disposta a seguirlo. Memorabile il piano sequenza di Salvatori che alza il bavero al cappotto e si allontana nel grigiore del porto di Amburgo, mentre Belinda Lee scompare in lontananza.
Il personaggio di Mario Balducci doveva essere interpretato da Marcello Mastroianni, ma la produzione optò per Renato Salvatori, dopo il rifiuto del primo a recitare nella pellicola. Alberto Sordi incontrò personalmente i magliari per immedesimarsi nel personaggio. Francesco Rosi afferma: “Sordi aveva un grande cuore ma non voleva dimostrarlo. Faceva di tutto per nasconderlo. Attore di verità, sebbene la sua verità nei personaggi che interpretava diventasse una verità ricostruita. La sua era una recitazione comica che non perdeva mai il contatto con la realtà. Pretesi lui per I magliari e lui fu d’accordissimo a interpretare il personaggio. Passare dai toni drammatici ai toni comici senza perdere il fondo dell’indagine realistica fu un lavoro magnifico. I magliari è un film fotografato da Gianni Di Venanzio in modo splendido. In una sequenza ho chiesto a Sordi di rivolgersi al pubblico direttamente, una piccola invenzione che lui ha interpretato da grandissimo attore e che successivamente molti hanno copiato”.
Francesco Rosi è bravo a mettere il dito nella piaga dell’emigrazione italiana in Germania e a farlo con leggerezza. Ottime le sequenze nelle baracche degli operai, nella pizzeria napoletana, tra compaesani che si ritrovano. Notevole la stigmatizzazione dei due caratteri: Salvatori è l’operaio che vorrebbe guadagnare onestamente il suo denaro, Sordi è il truffatore di piccolo calibro, meschino, senza scrupoli, che vive di espedienti. Le truffe organizzate da Sordi sono la parte comica della pellicola, mentre Salvatori si ritaglia uno spaccato romantico con la collaborazione di Belinda Lee. La bella attrice britannica è una promessa non mantenuta del cinema, perché morirà due anni dopo in un incidente automobilistico in California. Gualtiero Jacopetti (il suo compagno alla guida dell’auto) le dedicherà il film La donna nel mondo (1963).
I magliari è stato restaurato nel 2009 dalla Cineteca del Comune di Bologna e dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, per il progetto 100 + 1. Cento film e un paese, l’Italia delle Giornate degli Autori di Venezia. Il laboratorio L’Immagina Ritrovata della Cineteca di Bologna ha lavorato sui negativi originali depositati dalla Titanus, realizzando una versione presentata alla 66a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Versione passata in data 25 aprile 2013 anche su Rai Tre.
Rassegna critica. Paolo Mereghetti (due stelle e mezzo): “Per la sua opera seconda, Rosi riprende i temi de La sfida (la lotta, all’interno di un’organizzazione semi-illegale, tra il vecchio boss e il nuovo arrivato), concedendo però maggior spazio al percorso antitetico dei due protagonisti: il rassegnato Mario, che in extremis capisce come i continui compromessi etici finirebbero per perderlo, e l’amorale Totonno, che nel trionfo della sua arte d’arrangiarsi mette in campo l’egoismo tipico di un’italianità che sopravvive ai limiti della legalità. Strabordante e buffonesco, Sordi sbilancia l’equilibrio del film, catturando la scena con la sua abilità istrionica (indimenticabile il soliloquio conclusivo, quando nasconde a se stesso la sconfitta e si immagina in nuove avventure): ma al contempo vivifica una vicenda che rischiava di scivolare nel letterario, con Salvatori immigrato buono che si lascia corrompere e la Lee nevrotica donna del miracolo economico, insoddisfatta di pellicce e gioielli”.
Morando Morandini (due stelle e mezzo, la critica; tre stelle, il pubblico): “Francesco Rosi continua, approfondendo, il discorso de La sfida (1958), descrivendo la mafia infiltrata tra gli emigranti. La presenza debordante di Alberto Sordi squilibra il racconto inclinandolo troppo sul versante della commedia”. Pino Farinotti (tre stelle): “In Germania un gruppo di napoletani si mette nel mercato delle stoffe. (…) Tra tanti affari, una storia d’amore tra la bella moglie di Mayer e Mario, giovane operaio. I due, comunque, si lasciano quando Mario decide di abbandonare tutto e tornare in Italia”. Condividiamo quasi totalmente la sintesi di Mereghetti. La presenza di Alberto Sordi salva il film dal farlo diventare un fumettone melodrammatico. Piccolo capolavoro.

Regia: Francesco Rosi. Produzione: Vides Cinematografica (Francia), Titanus (Italia). Produttore: Franco Cristaldi. Distribuzione: Titanus. Soggetto: Suso Cecchi D’Amico, Franco Rosi. Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Giuseppe Patroni Griffi, Franco Rosi. Fotografia: Gianni Di Venanzio. Montaggio: Mario Serandrei. Scenografia: Dietel Bartels. Costumi: Graziella Urbinati. Musica: Piero Piccioni. Interpreti: Alberto Sordi, Renato Salvatori, Belinda Lee, Aldo Bufi Landi, Nino Vingelli, Aldo Giuffré, Nino Di Napoli, Lina Vandal, Joseph Dahmen, Carmine Ippolito, Pasquale Cennamo, Ubaldo Granata, Else Knott, Salvatore Cafiero, Lina Vandal, Antonio La Raina. Durata: 121’. Bianco e Nero. Premi. Nastro d’Argento (1960) – Miglior Fotografia in bianco e nero.

Gordiano Lupi
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