Prima visione: Happy End


Recensione film “Happy End” per la regia di Michael Haneke

Haneke, Huppert e gelida sofferenza
Con Haneke, si sa, ti siedi vigile tra emozioni fredde, controllate, a volte violente, e lo stile netto che le indaga in un presente disadorno di speranze. Il più riuscito, degli 11 lungometraggi, anche grazie a interpreti memorabili, Trintignant, Riva e Huppert, è la Palma d’oro “Amour” (2012). Trintignant e Huppert tornano in questa sorta di appendice a quel film sulla gestione della sofferenza. Lui patriarca in sedia a rotelle a caccia di finale per eutanasia o suicidio, lei figlia e boss dell’azienda, in un complesso di relazioni disturbate, a volte
congelate, in apparenza normali, con figlio, fratello, cognata, nipotina, il cui punto di vista dilaga dall’inizio per unirsi d’istinto al rifiuto del nonno (non è fico, come vorrebbe, allineare la cinepresa alle riprese verticali del suo smartphone, ma poi Haneke ha colpi di scena visivi come il ritorno dall’ospedale visto dal cane rabbioso). Il “lieto fine” del titolo è ironico, pittato di torbido pessimismo più che cosmico micro-cosmico, cioè nel vano ristretto di coppia e famiglia, in uno sguardo, più del solito, vasto nelle generazioni. Profumi di Bellocchio.

Titolo originale: Happy End
Nazione: Francia
Anno: 2017
Genere: Drammatico
Durata: 110′
Regia: Michael Haneke
Cast: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones

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