H.P. Lovecraft – Gli orrori di Yuggoth


A cura di Giuseppe Iannozzi

Per la prima volta in italiano i sonetti del Genio di Providence
C’era un buco, un vuoto considerevole nelle biblioteche italiane: delle opere del Genio di Providence in Italia, ma anche altrove, non mancano edizioni più o meno discrete. Tuttavia, perlomeno in Italia, i sonetti di Howard Philips Lovecraftnon erano mai stati tradotti.

Lovecraft è noto al grande pubblico soprattutto per la sua narrativa breve, per i racconti in particolar modo; un po’ meno per i suoi saggi critici, sconosciuto ai più per le sue poesie. Lovecraft non si è mai considerato un poeta, riteneva i suoi sonetti dei semplici pseudo-sonetti scritti per allenare la mano allo stile, alla rappresentazione dei sogni. HPL è sempre stato molto severo con sé stesso. Generoso con gli amici, fino al punto di riscrivere quasi per intero i loro racconti senza nulla chiedere in cambio, ma inflessibile verso le sue opere. Non stupisce dunque che H.P. Lovecraft sia stato dimenticato in veste di poeta per così tanto tempo, nonostante i suoi sonetti siano incantevoli, delle vere e proprie storie di orrore cosmico condensate in pochi abili versi. Parecchi sonetti contenuti nell’ottimo volume “Gli orrori di Yuggoth” a cura di Sebastiano Fusco, introduzione di Gianfranco De Turris, sono in molti casi il punto di partenza da cui Lovecraft ha poi tratto alcuni dei suoi racconti migliori. Il volume, edito da Barbera Editore nella collana Il Rosso e il Nero, è di grande pregio, soprattutto perché la traduzione dei sonetti operata da Sebastiano Fusco è a dir poco eccellente.

Il cortile

Scesi nella città che conoscevo;
borgo lebbroso dove folle cupe
levano canti a dèi stranieri, e il gong
risuona in cripte sulle rive oscure.
Case con occhi come pesci morti
ebbre e disanimate mi schernivano
mentre solcando il limo giunsi al varco
verso il nero cortile in cui speravo
d’incontrare qualcuno.

La muraglia si chiuse, e maledissi
la mia discesa in quell’oscuro botro,
quando strane vetrate d’improvviso
s’illuminaron d’una luce folle
e ne usciron figure in strana danza:
morti che s’aggiravano furtivi,
e di mani e di testa erano privi!

Sebastiano Fusco ci restituisce in lingua italiana fortemente poetica tutta la poesia di Lovecraft.
Il lavoro di traduzione operato da Fusco ha del miracoloso, difatti i sonetti in lingua originale non sono per niente facili: il Genio di Providence, nonostante ricusasse l’etichetta di poeta, era un esteta, a volte barocco e al limite del tecnicismo, per cui la sua scrittura è particolarmente intensa, gravida di significati reconditi o sottintesi. Siamo di fronte all’opera poetica di H.P. Lovecraft che ha in sé un’altra opera, quella del curatore, che ha tradotto i trentasei sonetti in maniera impeccabile, riuscendo in un’impresa non poco difficile, riuscendo anche a migliorare lo stile poetico di Lovecraft. Ogni sonetto è corredato da preziose note di approfondimento sempre a firma di Sebastiano Fusco, note essenziali per una piena partecipazione allo spirito poetico dello scrittore di Providence. Il volume si chiude con una essenziale ma precisa cronologia lovecraftiana che inquadra perfettamente H.P. Lovecraft, sia l’uomo che l’artista. Nell’introduzione al volume “Gli orrori di Yuggoth”, Gianfranco De Turris scrive: “[…] Fortemente radicato in ciò che considerava antico e perenne, respinse l’effimera volgarità del nuovo privo di radici, e ad esso contrappose da un lato la realtà della tradizione culturale in cui viveva, dall’altro visioni di mondi diversi, intessuti di meraviglia e d’incubo, in alcuni dei quali addirittura adombrò modi di vita differenti, alternativi al suo presente, rievocando un’arcadica età dell’oro o immaginando società aliene strutturate su modelli lontani da quelli accettati dall’Occidente a lui contemporaneo.”
Solo dopo la morte, Howard Phillips Lovecraft è stato riconosciuto dalla critica come scrittore, scrittore dotato di notevole intelligenza e di una smisurata fantasia paranoica-cosmica.

H.P. Lovecraft è stato un genio: ha scritto centinaia di racconti, e nei confronti di molti giovani scrittori si è dimostrato un maestro, apportando sui loro scritti correzioni e revisioni senza nulla pretendere in cambio; ha dato nuovo smalto all’horror ma è morto in solitudine.
Su H.P. Lovecraft si può dire, con tutta sicurezza, che è stato fondamentalmente un solitario, una sorta di misantropo antropologico, che troppo conosceva dell’animo umano così come dell’uomo perché potesse nutrire amore o interesse nei confronti dell’umanità e del mondo in generale. Per HPL il mondo era un nemico da combattere; e quando si rese conto che mai e poi mai avrebbe potuto riportare una vittoria su di esso, si è limitato a schifare l’umanità con gentilezza razzista.
Pur non nutrendo ambizioni di alcuna sorta, Lovecraft ha visto nell’uomo un mostro, un incidente genetico, qualcosa che non poteva nutrire in seno alcuna sorta di poesia. I suoi più accaniti e ignoranti detrattori vedono nella sua figura oggi un discepolo del razzismo nietzschiano; ad onor del vero, occorre ammettere che il Genio di Providence era un puritano tout court: ad esempio, il sesso per lui era tanto inutile da non meritare attenzione; eppure se l’argomento veniva tirato in ballo da qualche suo raro amico venuto a fargli visita, Howard non poteva fare a meno di arrossire. E poi, la confusione delle razze per HPL era un autentico abominio: il meticcio era ancora più orribile del negro puro, che se non altro, pur essendo nero di pelle, manteneva la purezza della sua razza. Non è un mistero: HPL è stato per lungo tempo un fanatico sostenitore di Hitler, anche se in seguito ha quasi rinnegato i propositi ariani del pazzoide tedesco. Ma cosa o chi ha condotto H.P. Lovecraft a diventare un razzista intellettuale? E soprattutto è stato veramente un razzista? Sono domande a cui è difficile rispondere: Howard Phillips per lungo tempo della sua vita è stato un solitario che ha guardato al mondo con assoluto disinteresse, prendendo più volte in considerazione l’idea del suicidio come ‘uscita di sicurezza’, anche se, in realtà, non ha mai tentato di suicidarsi per quanto ci è dato di sapere. Tra i 17 e i 22 anni HPL è stato come assente dal mondo: in questo periodo non ha scritto nulla, non ha fatto nulla, non ha letto alcunché, poi, ad un certo punto, si è risvegliato, per così dire, e ha trovato rifugio nella scrittura. Ha cominciato a scrivere, ma a lavoro ultimato non era mai soddisfatto: riteneva che i suoi racconti fossero piatti e privi di stile.

Il Genio di Providence visse la sua vita senza mai guadagnare un quattrino dalla scrittura: in pratica, con una parsimonia estrema, grazie ai pochi soldi lasciatigli dalla famiglia, riesce a sbarcare il lunario, un patrimonio che con estremi sacrifici gli basterà per tutta la sua breve vita. Raggiunti i trent’anni e passa, Providence è diventata parte integrante del suo subconscio: HPL sognava di fare un viaggio in Europa, ma le ristrettezze economiche non glielo permisero mai. Si innamora, o sarebbe meglio dire che viene costretto ad innamorarsi; e per qualche anno lo stesso Lovecraft ha finito col credere d’esser seriamente innamorato… un perfetto borghese, tant’è che finisce con lo sposarsi. Poteva esser la sua felicità il matrimonio, ma bastano pochi anni lontano da Providence perché Lovecraft si renda conto che non è uomo capace di reggere la parte dell’eterno marito, quindi divorzia. Negli anni in cui fu sposato le ristrettezze finanziarie si fecero sentire eccome, pondo insostenibile tanto da costringere Lovecraft a cercarsi un lavoro, un lavoro che non troverà: dovunque bussò la porta gli fu sbattuta brutalmente in faccia, tutti addussero la scusa, forse neanche poi troppo lontana dalla verità, che Howard non era tagliato per il mondo degli affari. Lovecraft (ancora innamorato) non si arrende e si dichiara ben disposto a svolgere anche la più umile delle mansioni, ma nessuno gli offre un lavoro, neanche come netturbino.

Lontano da Providence, trapiantato momentaneamente in una New York nevrotica, HPL vede il mondo strisciare subdolamente davanti a sé: ben presto si rende conto che a tutti viene offerta un’opportunità lavorativa: i meticci e persino i negri trovano un lavoro, gli atei e tutta la schiuma della società riesce là dove lui non riesce, ovvero ad avere un’occupazione seppur temporanea. HPL non prende la cosa filosoficamente: il suo puritanesimo assume ben presto le sembianze di mostro di razzismo, il suo odio nei confronti dell’umanità diventa un dolore insopportabile, diventa poesia. Una volta presa coscienza che il mondo non è in grado di accettarlo, anche il matrimonio finisce col naufragare, e Lovecraft torna a Providence pieno di cosmico rancore; ormai è ben radicata in lui l’idea che la società è composita da razze aliene geneticamente sporche e per questo non può fare a meno di odiare e il mondo e la società in toto.
L’orrore cosmico, ingrediente principe dei suoi migliori lavori, diventa il leit-motiv della sua produzione maggiore: scrive con abnegazione anche se non mancano momenti di forte scoraggiamento, o meglio di disinteresse; ad un certo punto anche il solo fatto di scrivere per suo personale piacere finisce con il diventare una sorta di ‘accessorio’ inutile. Pur non avendo mai nutrito mire artistiche per la sola fama, alla fine la sconfitta è totale: l’uomo come l’artista sono una sola entità, un fallimento, ma H.P. Lovecraft non è disposto ad accettare questa terribile, crudele verità. Sarà la morte a toglierlo dall’imbarazzo di dover ammettere che forse non è stato capace di gestire la propria vita: un cancro all’intestino stronca la sua infelice vita. In ospedale, nonostante l’enorme sofferenza, si comportò come sempre, da perfetto gentleman, e fino all’ultimo non ebbe mai una parola cattiva sulle labbra nei confronti di infermiere e medici. La sua vita finì così.
Difficile credere alla luce di ciò che H.P. Lovecraft sia stato realmente un razzista; se lo è stato, lui non ne fu umanamente consapevole, anche se è inconfutabile il fatto che, almeno artisticamente, questa consapevolezza era certezza nel suo modo d’esser artista.

“Gli orrori di Yuggoth” di H.P. Lovecraft, a cura di Sebastiano Fusco, introduzione di Gianfranco De Turris, sono una tappa irrinunciabile per tutti coloro che hanno amato i racconti del Genio di Providence, ma, soprattutto, sono una pagina di alta poesia, che finalmente è stata riconosciuta come tale. Il volume antologico American Poetry: The Twentieth Century, Vol. 1, uscito nel 2002 nella collana “Library of America” destinata ai classici della Letteratura statunitense, accoglie due sonetti di H.P. Lovecraft. Un riconoscimento questo che la collana “Library of America” riserva a pochissimi grandi della Letteratura. Nel 2005, sempre nella stessa serie, è stata pubblicata una raccolta con ben 25 racconti di Lovecraft, decretando così una volta per tutte che H.P. Lovecraft merita di essere nell’Olimpo della Letteratura americana.
C’è forse bisogno di sottolinearlo ulteriormente, a lettere di fuoco, che la raccolta “Gli orrori di Yuggoth” è indispensabile per comprendere Lovecraft e la Letteratura al di là delle possibile etichette che si potrebbero applicare alle opere dello scrittore di Providence?

Fatevi un regalo importante, di qualità e di sostanza, questo è il mio spassionato consiglio.

Sebastiano Fusco, giornalista e scrittore, da anni si occupa di H.P. Lovecraft, cercando di diffonderne l’opera in Italia. Insieme con Gianfranco de Turris, è autore della sola biografia italiana dell’autore di Providence; ha pubblicato diverse edizioni della narrativa lovecraftiana e scelte dei saggi e delle lettere. Il suo ultimo libro è un’analisi del Necronomicon come polo d’aggregazione di mitologie fantastiche.

Giuseppe Iannozzi

Titolo: Gli orrori di Yuggoth
Autore: Howard P. Lovecraft
Curato da: Fusco S.
Editore: Barbera
Prezzo: € 14.00
Collana: Il rosso e il nero
Data di Pubblicazione: Ottobre 2007
ISBN: 8878991929
ISBN-13: 9788878991927
Pagine: 123
Reparto: Studi letterari > Poesia > Poeti

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