Grégoire Polet – Chucho


A cura di Michele Lupo

Lo sappiamo tutti. Un libro non parte bene, magari non è mal scritto (in caso contrario lo strameni dalla finestra) ma insomma non trovi niente per cui valga la pena andare avanti, la tentazione di abbandonarlo subito è forte, prosegui ancora un po’, speri in una sterzata, vedi che non arriva e ti penti di averci messo tanto – venti minuti di troppo – a lasciarlo al suo destino di carta inerte, spesso ormai nemmeno tanto bella da toccare, soprattutto con le majors (bel paradosso, no?). Ma a volte puoi sbagliarti (siamo onesti) e rischi di aver perso non il capolavoro – quello fosse possibile solo per il due per cento degli strilli editoriali che lo annunciano ogni giorno, vivremmo in un mondo di delizie – ma una seducente lettura che reclamava solo un po’ di pazienza. Un po’ di fiducia, certo, che lì per lì non ti viene di concedere per esempio a un libro che per quasi venti pagine non è niente di più che una sceneggiatura – abbastanza scabra, peraltro. Poi la sterzata, un attimo prima di mollare. Non che Chucho (“una pelle scura, quasi ramata, liscia e tiepida come quella che sogna una donna mentre accarezza un cucciolo dietro il fascio di luce filtrato da una persiana, amara sostituzione di un figlio nelle mattine di solitudine”), protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore belga Grégoire Polet, non risulti simpatico da subito ma l’autore ci mette un po’ prima di decidersi a scrivere davvero. E quando lo fa, ci racconta una storia che potrebbe sembrare una favola nera, in un ambiente ombroso ma attraversato da improvvisi squarci di luce, una grande città europea nella versione meno accattivante se non per uno sguardo da turista a caccia del pittoresco, brivido minimo che in tempi di Lonely Placet si concede a chiunque. Chucho è un ragazzino privo di tutto fatta eccezione che di un paio di Nike ai piedi, dono della Polacca, triste puttana alla quale procacciava clienti lontano dallo sguardo cattivo del suo protettore. La donna la fanno fuori poche ore dopo, e da lì parte una piccola inebriante storia fra i quartieri meno trionfali di Barcellona, qui raccontata in una versione molto lontana dagli stereotipi – garbatamente dileggiati, peraltro. Una città non priva di sordide occasioni, zone come il quartiere popolare Poble Sec, complicate da vivere e spesso buie, piene di poveracci e vittime del feroce destino del mondo come il piccolo Chucho, che si abitua presto a cavarsela da solo. Il mondo che conosce da subito, figlio di nessuno com’è, è fatto di droga, pallone e mignotte, ricchi puttanieri, lenoni e segreti mal condivisi. Ma il giorno successivo all’assassinio della Polacca, capita anche a lui la possibile svolta della vita nelle sembianze di un tedesco dall’aspetto singolare, un uomo gigantesco e singolarmente elegante. In lui, nelle sue enormi spalle protettive, lo scaltro e candido ragazzino vedrà, fulminea e incantatoria, la possibilità di una promessa, forse solo un sogno, quello di volare magari a New York. Ma intanto dovrà fare i conti con un paesaggio urbano sudicio e incandescente in cui il pericolo è sempre dietro l’angolo, e tutto rischia di precipitare in un rovinìo di carambole e collisioni, molto insidiose. Come difesa, solo uno scaltrito candore. Già finalista al Premio Goncourt 2007 con “Leurs vies éclatant”, qui Grégoire Polet, dimostra che un po’ di pazienza, prima di abbandonare un libro, può essere lautamente ricompensata.

Michele Lupo

Titolo: Chucho
Autore: Grégoire Polet
Traduttore: Loria M.
Editore: Fandango Libri
Prezzo: € 15.00
Data di Pubblicazione: Aprile 2011
ISBN: 886044196X
ISBN-13: 9788860441966
Pagine: 111
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

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