Letteratura: Gli ultimi giorni di Trilussa


Gli ultimi giorni di Trilussa

ROSA TOMEI
Rosaria Tomei , detta Rosa, venne in casa di Trilussa, da Cori, in provincia di Latina,  come giovanissima domestica semianalfabeta,  e vi stette per oltre vent’anni, e alla fine risultò  una figura  fondamentale (e in parte misteriosa) nella sua vita di Trilussa:  dapprima allieva, divenne governante, segretaria, perpetua, cuoca, infermiera , alter ego del poeta. Firmava gli autografi imitando alla perfezione la  calligrafia del maestro , scrisse poesie in proprio, nello stile di Trilussa, facendone passare talune per quelle del suo “padrone”.  Tra loro ci fu un rapporto  di complicità, ma Rosa non divenne mai oggetto del desiderio per il suo Pigmalione. Fu condannata ad un amore puro, platonico. La sua assoluta devozione, il suo grande amore segreto, non fu mai ricambiato. Inoltre, Trilussa non le pagò mai neppure un salario e non le lasciò nulla alla sua morte: ” Nun t’ho manco sistemata” – si scusò  con lei il poeta poco prima di morire.  Rimasta senza padrone, né amore né casa si arrangiò facendosi ospitare da parenti e conoscenti qua e là, magari in cambio di qualche servizio e poesiola. Frequentava spesso una trattoria di via dei Serpenti, dove si radunavano i cosiddetti poeti romanisti, ma nessuno la considerò molto più che nulla. Malata gravemente, dopo un’operazione a cuore aperto e sue ictus , Rosa  se ne andò non ancora cinquantenne . Morì che a vederla sembrava una vecchia centenaria, disse un portantino del San Camillo di Roma. Morì poverissima , sola e  irrisa dal personale dell’Ospedale: “se vantava d’esse stata la serva de Trilussa,  è morta come una barbona!” Sulla base di un ipotetico diario segreto di Rosa, ricostruiamo gli ultimi giorni del grande poeta romanesco, morto 68 anni fa nella sua casa  labirintica di via Maria Adelaide, fra cimeli, animali imbalsamati, sonetti, disegni, cimeli kitsch.

SENATORE A MORTE
Diciotto dicembre 1950. ‘E’ dall’inizio della settimana che il maestro s’è aggravato. Respirava a fatica . Enfisema polmonare, affanno, mal di cuore. Emozioni forti. Infatti il 2 dicembre era venuto a casa “nostra”  il messo del Parlamento con due carabinieri a portargli il decreto di nomina a Senatore  a vita. Mi disse subito, Rò , semo diventati ricchi…ma poi con la sua solita battuta aggiunse:  “A Ro’, me sa che m’hanno fatto… Senatore a morte! Ma io gli ho detto, maestro, tu non morirai mai, perché gli uomini come te non possono morire…rimangono in eterno dentro i nostri cuori. E lui: se non ci fossi tu cara Rosa da Lima…a quest’ora chissà ‘ndo stavo!  Mi chiamava così , come la Patrona del Perù, perché diceva che ero un..Perù. Ogni giorno gli facevo qualche miracolo…Ma in realtà i miracoli continuava a farli lui, a quasi ottant’anni lo cercavano ancora tutti, – anche se si era ormai ritirato dalla mondanità e dalla vita sociale, – e di soldi ne circolavano pochi. Ma ecco che – altra emozione –  l’editore Arnoldo Mondadori gli aveva proposto la pubblicazione della sua opera “Omnia” . E lui stava curando “l’introduzione” . Voleva parlare della “Romanità”:

Un giorno una Signora forastiera,
 passanno cór marito
sotto l’arco de Tito,
 vidde una Gatta nera
spaparacchiata fra l’antichità.
— Micia, che fai? — je chiese: e je buttò
un pezzettino de biscotto ingrese;
ma la Gatta, scocciata, nu’ lo prese:
 e manco l’odorò.
Anzi la guardò male
e disse con un’aria strafottente:
— Grazzie, madama, nun me serve gnente:
io nun magno che trippa nazzionale!

ER GRILLO ZOPPO
Benchè palesemente stanco, “Tri”, volle rispondere al suo amico Arnoldo Mondadori, che lui chiamava curiosamente “Arnolfo”:  Sapessi com’è cambiata Roma! Mutazioni, cocci de bottiglia e soprappiù; l’hanno scempiata del tutto; finalmente, dirà qualcuno. Tu mi chiedi una rievocazione di cosa è stata la mia vita qui: eccomi alla ricerca , al puncicarello di memoria che mi fa orgoglioso per quello che Roma mi ha dato e alla quale anch’io modestamente ho dato: Carlalberto Salustri, detto “Tri” , che non è il trillo del diavolo, ma quello puntiglioso del grillo, un insetto capace d’azzittirsi quand’è il momento. Ormai io so’ come “Er grillo zoppo”
Ormai me reggo su ‘na cianca sola./ – diceva un Grillo – Quella che me manca/ m’arimase attaccata a la cappiola./ Quanno m’accorsi d’esse priggioniero/ col laccio ar piede, in mano a un regazzino,/ nun c’ebbi che un pensiero:/ de rivolà in giardino./Er dolore fu granne… ma la stilla/ de sangue che sortì da la ferita/ brillò ner sole come una favilla./ E forse un giorno Iddio benedirà/ ogni goccia de sangue ch’è servita/ pe’ scrive la parola Libbertà!

L’ONESTA’ DE MI NONNA
Ma quanto ho scritto, Arnolfo mio!, che bella sparpagliata de chiacchiere, ma davvero ho scritto così tanto?. Scrivere un libro sul proprio passato è una finzione. uno abbellisce, rende eroico persino lo strofinaccio da cucina. L’unica maniera per avvicinarsi alla verità è non pensare a se stesso ma agli altri , riferire semplicemente , come l’asino, quanta e quale erba il destino gli ha dato. Mi basterà quest’anno prescioloso del Giubileo? Certo, dovrò usare il ventilabro per scegliere e scartare…Com’è cambiata Roma! Del resto che ci si poteva aspettare da una città dove si sono sempre mescolati l’alloro e i carciofi, Bernini e Mastro Titta? Se sa che l’amore d’oggigiorno è un’altra cosa, continuano ad esserci gli avari, i cervi, la carità cristiana, ma nessuno – credimi Arnolfo caro – ebbe l’onestà de mi nonna
 Quanno che nonna mia pijò marito/nun fece mica come tante e tante/ che doppo un po’ se troveno l’amante…/Lei, in cinquantanni, nu’ l’ha mai tradito!/ Dice che un giorno un vecchio impreciuttito/ che je voleva fa’ lo spasimante/ je disse: — V’arigalo ‘sto brillante/ se venite a pijavvelo in un sito. —/ Un’antra, ar posto suo, come succede,/ j’avrebbe detto subbito: — So’ pronta. —/ Ma nonna, ch’era onesta, nun ciagnede;/ anzi je disse: — Stattene lontano… —/ Tanto ch’adesso, quanno l’aricconta,/ ancora ce se mozzica le mano!

IL GATTO POMPEO
19 Dicembre 1950. “Tri” era grave. Ma non voleva essere ricoverato in ospedale. Nè lasciare il lettuccio in piccionaia. Assieme al dottorino l’ho convinto. L’abbiamo fatto scendere infagottato dentro una coperta e sistemato su una branda in fondo al salone, di rimpetto alla stufa a legna. Qualcuno veniva a trovarlo , un giornalista, un senatore, gente importante, ma lui s’affaticava troppo e non gli piaceva d’essere visto così. Mi disse, Rosa non me fa venì più nessuno, neanche er presidente della repubblica. E allora io non ho fatto più entrare nessuno. L’ho sistemato seduto, con due cuscini dietro, un po’ leggeva, un po’ disegnava pupazzi su un foglio . Ma si stancava presto. Ha sempre rifiutato il brodo caldo e preteso un bicchiere di vino bianco. Glielo portavo pieno a metà- Ho freddo alla testa , protestava. Allora gli ho messo una papalina di lana…”Rosa aulentissima”… s’è messo a scherzare, ma subito s’affaticava. Poi mi ha ordinato che gli sfilassi gli anelli . Quello con la corniola, quello con l’ametista che quand’era nervoso se lo rigirava fra le dita. Il gatto Pompeo ieri sera è salito sul letto e gli si è rannicchiato ai piedi . E’ rimasto lì tutta la notte , e lui non l’ha mandato via. Era la prima volta. Allora ho detto tra me, si vede che sta proprio male. Ma poi m’ha chiesto carta e penna, voleva continuare la lettera a Mondadori.

LA FEDE
Caro Arnolfo, che vuoi, il peso della memoria è quello che è, ormai se ne sono andate le usanze de Roma, i giochi, le feste, le botteghe, le fontane e madonnelle. chi suona più il passagallo, note di chitarra lunghe di strascinata notastalgia che dicono di poiane in voli larghi sul tevere e saltarelli sotto le pergole? Muore Roma mia e con lei se smorza il mondo: è sparita l’ osteria der Sole Bruciato dove la trippa al sugo cantava sciogliendosi in bocca, e le Grotte della Rupe Tarpea si sono impantanate per gli scoli de la fogna, Felicetto a campo de fiori campicchia con l’americani ultimi arrivati, mentre Giovannino alla Chiesa Nuova non serve più fritti del sapore di una volta. Da millanta anni sono scomparsi i cacciatori delle civette e i pescatori di rane, i giuncai e i cercatori di sanguisughe. C’era il conte libraro, un vecchio dalla candida capigliatura che sulla cordonata di travertino di Sant’Ignazio vendeva cartate di libri antichi a pochi soldi. Il tempo, caro mio, è una lima che consuma. Hanno tolto il tram a San Silvestro, quel tranvetto zagaiante che arrivava fino a porta maggiore, che scampagnate per i prati del Casilino,  quando a primavera ci andavo con Pascarella, il mio più intimo nemico! Ti confesso, Arnolfo mio, che sempre più mi torna in mente quella vecchietta cieca che incontrai tempo fa…
Quella vecchietta cieca, che incontrai/ la notte che me spersi in mezzo ar bosco,/ me disse: – Se la strada nun la sai,/ te ciaccompagno io, ché la conosco./ Se ciai la forza de venimme appresso,/ de tanto in tanto te darò ‘na voce,/ fino là in fonno, dove c’è un cipresso,/ fino là in cima, dove c’è la Croce…/Io risposi: – Sarà … ma trovo strano/ che me possa guidà chi nun ce vede … -/ La cieca allora me pijò la mano/ e sospirò: – Cammina! – Era la Fede.

LEDA
Caro Arnolfo, lo so che qualcuno scrive sui giornali che continuo a imitare Esopo o a copiare La Fontaine, senza avere la loro saggezza e l’eroismo della virtù…o ad altri che dicono che alla mia poesia manca la dignità di Orazio, l’aristocratica indignazione di Giovenale. Ma credimi se ti dico che non si può chiedere alla satira di cambiare il mondo, magari sputacchiarci sopra, questo sì, anche se a lungo si cade nel ridicolo. In fondo il poeta chi è?  solo un “coniglio coraggioso” e nei miei versi non ho mai avuto la pretesa di rifare il mondo, se mai abbaiavo alla luna, un po’ come fanno i cani. Mo’ sto vedendo Rosa da Tivoli che se sbottona più del dovuto la camicetta, se fa aria cor ventaglio, beve acqua e limone e io continuo a lavorare, ma avrei bisogno di…non avere bisogno, mi capisci? . Il   grande amore della mia vita è stato uno solo, Leda , ormai fragile, inafferrabile come una bolla di sapone. Leda che, per la sua bellezza,  fece invidia perfino al Cigno-Giove. Ora vedo il seno materno di Rosa e penso a Leda, la più bella di Roma, che io ho plasmato come un Prassitele, un Pigmalione, e poi che me n’è venuto? M’ha tolto tutto e m’ha dato solo recita… e pianto, sposandosi col ricco produttore cinematografico napoletano e lasciandomi in tela di brache, povero e solo…

LA GOLACCIA
Ventuno dicembre 1950. Verso le cinque del mattino , Tri ha avuto uno sgrullone di tosse, poi ha fatto un sospiro lunghissimo. E non s’è mosso più. Ho chiamato il dottorino, gli ha sentito il battito e ha scosso la testa. Con due dita gli ha chiuso gli occhi.Dopo un po’ l’abbiamo lavato, vestito e accomodato sul letto. Pareva un ragazzone alto coi capelli bianchi e crespi. Sono andata in cucina e ho aperto il rubinetto dell’acqua, ma non ho pianto. C’era da fare le telefonate. Il dottorino ha chiamato il signore Editore di Milano perché mandasse a prendere i quaderni che il maestro aveva scritto durante gli ultimi tempi. Prima di consegnare i quaderni ho cancellato i pezzetti che, per dritto o per storto, m’ero permessa di aggiungere. Uno quand’è vecchio guarda gli altri e non sempre li vede giusti. E’ morto un poeta, un uomo buono. I parenti, i cugini, i nipoti, sono calati da Albano la mattina presto e hanno cominciato a rovistare tra le carte e i libri. Non gli sfuggiava niente, a quelli, scovavano un disegno, una cartellina nell’angolo più remoto, mica badavano a lui , al morto che stava sul letto. Allora gli ho detto, gridando: Non toccate niente!  E loro m’hanno guardato male, uno mi ha ripreso, con rabbia: che c’entri te, sei una serva, noi semo li parenti!….Tu penza a pulì la casa!… Da una parte c’erano i sonetti del Belli, rilegati con una copertina in pelle, dono del marchese Del Cinque….Mi fanno ridere quelli che scrivono che il dialetto di “Tri”  non aveva la sontuosità e l’acredine del Belli, ma che è annacquato e ruffiano. Non lo conoscevano, non sapevano che il   primo a riconoscere la grandezza di Gioachino Belli era proprio lui, che al suo cospetto si sentiva un “mare di nientità” , e lo rileggeva continuamente, soprattutto “La golaccia”.

“Quann’io vedo la ggente de sto monno,
Che ppiú ammucchia tesori e ppiú ss’ingrassa,
Piú ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa
Compaggna ar mare, che nun abbi fonno,
Dico: oh mmandra de scechi, ammassa, ammassa,
Sturba gli ggiorni tui, pèrdesce er zonno,
Trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno
Cor farcione e tte stronca la matassa.
La morte sta anniscosta in ne l’orloggi;
E ggnisuno pò ddí: ddomani ancora
Sentirò bbatte er mezzoggiorno d’oggi.
Cosa fa er pellegrino poverello
Ne l’intraprenne un viaggio de quarc’ora?
Porta un pezzo de pane, e abbasta quello.

ANNA MAGNANI
21 dicembre 1950. Il gatto Pompeo stava sdraiato ai piedi del letto. Me l’aveva chiesto l’attrice Anna Magnani quand’era venuta a trovare il Maestro il giorno dell’Immacolata. Saputa la triste notizia, verso mezzogiorno è salita a casa nostra . Si è avvicinata al letto e gli ha fatto una carezza sulla fronte. Mi ricordo le sue ultime parole : “Rosa mia me ne vado e nun t’ho manco sistemata……Scusami…” Poi ho sentito la sua voce al grammofono: “Un’ape se posa /su un bottone de rosa, /lo succhia e se ne va…/Tutto sommato , la felicità /è na piccola cosa. Qualcuno, forse uno dei suoi cugini che ancora giravano per le stanze , aveva messo un disco delle poesie : la voce rampichina di Tri che legge . Ma a me pareva triste, come la laniccia che s’accumula sotto i letti. E’ stato allora che ho cominciato a piangere, un fiotto che non finiva più, era un fiume de lacrime. La Magnani se ne è accorta e ha spento il giradischi, guardando male i parenti del maestro morto. Pompeo allora, quasi per riconoscenza, le è andato dietro e le allisciava la gonna con la coda. Si è lasciato prendere in braccio senza fare resistenza. E l’attrice se ne è andata tranquillamente con il gatto in braccio. Dopo che è uscito ho ricominciato a piangere. Povero mio Tri, quanto ti ho amato … Ora , senza di te, che farò, che ne sarà di me? ” Nessuno saprà mai come dentro la testa t’ ho creato; de che colore, io, t’ ho fatto l’ occhi, er nome che t’ ho dato, fijo che nun sei nato (…) T’ ho raccontato mille e mille favole piene de fantasia; t’ ho fatto volé bene a tante cose: a l’ omini, a li fiori, a la poesia e a tutto quanto quello ch’ ho sognato e nun ho mai trovato “.

Augusto Benemeglio
Roma, 21 dicembre 2018

 

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