Giulia Villoresi – La panzanella


A cura di Adriano Petta

“Dal mio deserto contemplavo l’infinito, soprattutto di domenica, per un briciolo d’intelligenza in più.” Questa è Giulia Villoresi. È quel “soprattutto di domenica” che ci fa intuire di trovarci dinanzi a una mente acuta, dotata d’ironia, ed è proprio quest\’elegante arguzia adottata da Giulia che rende questo romanzo una storia unica per stile, per le incredibili trovate in cui Carlotta Panzanella Cordelli detta la Gnoccolona si sbraccia per prendere a pedate i chili in più di ciccia che la rendono ragazzina infelice, facendosi largo tra le voci delle mamme che sfrecciano sul soffitto… o forse sul pavimento… Ogni capitolo è uno spaccato di vita memorabile, dolce-amaro, che ci fa prendere le parti di Carlotta. Noi lettori vogliamo che diventi bella… come la sua anima di ragazza pura, che ogni tanto sbotta in espressioni forti però mai volgari, come per esorcizzare il fato o per seminare tracce di destino lungo la via degli adulti in cui, forse, si può scovare la segreta verità della vita. Queste locuzioni enfatiche, improvvise, è come se servissero ad esorcizzare il male, il dolore, la sorte avversa. Poi, ecco schiudersi una porticina del suo cuore, e Carlotta ci confida di trovarsi in mezzo alla gente e di sentirsi sola… e sembra che per lei non ci sia speranza… Ma l’amore è speranza! Se qualcuno mi amerà – pensa la nostra eroina – potrò ancora sognare, e io sono pronta ad amare chiunque, perché io VOGLIO speranza! Ma quale impronta lascerò nel mondo? La protagonista si rende conto ch’è troppo giovane per pensare già alle tracce della sua vita… E allora, con un’altra delle sue trovate geniali, fa svanire dal volto del lettore l’espressione amabile, per liberare le chiome d’un radioso sorriso: Carlotta tira lo sciacquone e si alza dalla tazza del gabinetto mugugnando che non erano quelli i pensieri che “voleva pensare”! E si lancia verso l’uscita della scuola perché, a braccia aperte, l’aspetta l’amore… Amore annunciato dai personaggi più originali di questa storia: i pennuti! Eccolo il piccione che dà una bella craniata sul vetro della finestra chiusa, mentre compie la missione di messaggero celeste: ma il colpo è stato durissimo, e il povero volatile precipita sulle scale della chiesa di Sant’Agostino. Le ali si sono fratturate e nulla può ormai salvarlo… quando la penna magica lo trasforma nell’eroina del romanzo, inebriata da una vertigine di sole sospeso, mentre osserva la piazza. Sa che non deve voltarsi, altrimenti la magia svanirà. Percepisce lo sguardo del giovane che fissa stupito le sue scapole: lui non capisce… eppure è come se a quella ragazza piombata lì dal cielo… è come se le avessero amputato le ali da poco: qualche stilla di sangue gocciola ancora dalla carne viva. Quel ragazzo ha cercato sempre – in una fanciulla – un angelo, senza mai trovarlo, e ora sembra che il miracolo sia accaduto: forse era quella la prova dell’esistenza di Dio…
E Carlotta non ha il coraggio di girarsi, sente solo gli occhi dell’amore che premono sulle sue gocce di sangue, che fremono di candore verginale, alla ricerca del segreto dell’esistenza. E questo coraggio la premia: è giunto l’amore… ma, nel momento dell’estasi, i suoi pensieri assumono sembianze di tanti gufi ciechi appollaiati sul talamo sacrificale, e lui – il principe azzurro tanto amato e sognato – la chiama per nome… e allora Carlotta ama il suo nome in modo struggente, ed è come se tutto ciò che c’è in lei di genio, di forza e di eterno… esultasse al sole! E uno di quei gufetti le strizza l’occhio, e con una voce tra il roco e il melodioso, le sussurra: Come fa la vita a essere così bella, anche senza nessun motivo? Ormai Carlotta è diventata donna, ha conosciuto l’amore, il sommo bene mortale con cui si pensa di toccare il cielo con un dito… Ma subito dopo grida gelide di corvi le piovono addosso dall’alto d’un cielo plumbeo, investendola col pensiero della morte… Eppure, prima d’aver conosciuto l’amore, mai quel pensiero l’aveva assalita così violentemente: che le succede? La scrittura cerca un mondo parallelo per sfuggire alla morte? La scrittura dilata le azioni, i pensieri e la realtà che ci circonda… ingigantendo le ombre dei regni oscuri del nostro cuore? Allora – pensa Carlotta rabbrividendo perché è sempre stata una dalla pelle d’oca facile – mica lo so se voglio fare l’intellettuale…!
Ma ormai la nostra eroina ha capito che, per lei, la scrittura è diventata il percorso ideale per cercare tracce del suo destino. Solo apparentemente lei va all’arrembaggio della sua bellezza, della gioventù e dell’amore.
Tra le righe di una scrittura polifonica, assistiamo a una vera esplosione al sole di graffiante ironia e pensieri profondi, che l’autrice ci dona nei momenti più impensati. Ostinata appare la sua “abitudine funesta” di cercare il senso del fato, il significato della vita.
La penna della nostra eroina riesce a dialogare col piccione, svelando l’arcano: il pennuto sta imparando a portare con sé tracce di destino, che pesano molto, non sono lievi come le impressioni di freschezza dei suoi cieli… ed è per questo che ha dato la craniata contro la finestra… ma la penna rende tutto più bello, e lo fa rialzare in volo alitando soffi d’ali dai barbagli d’oro… La penna non accetta l’impotenza del sapere narrativo… e si fa destino. La penna crea un mondo alternativo; ed eccola, la nostra protagonista, imbracciarla come una bacchetta da direttrice d’orchestra, e dare l’avvio al valzer che accompagna l’ultima scena, l’ultimo capitolo.
La melodia prende a snodarsi per le vie di Roma, il piccione segue Carlotta dall’alto, acrobati e musicisti accompagnano – coi loro barbagli d’oro – la Notte Bianca. La melodia di Strauss s’insinua per i vicoli della vecchia città cercando dappertutto tracce della sorte della nostra eroina… Ma il destino vuol concedere un finale d’eccezione, un tutti orchestrale in crescendo: su Roma cala il buio, un gigantesco black out fa piombare la città eterna nell’oscurità… e Carlotta, avvinghiata al suo innamorato per evitare di cadere tra le braccia d’un blocco di marmo agonizzante nel buio, affronta il mondo piovigginoso della notte… e sente pulsare attorno a sé una nuova umanità unita dal diluvio e dalle tenebre. La penna magica sta descrivendo la pioggia, ma questa sparisce in assenza della luce: è la luce che materializza noi e il mondo che ci circonda; senza la luce… non c’è nulla, non c’è vita! La nostra eroina si ribella, ed ecco quel cupo mondo senza vita… trasformarsi in strade carnevalesche pullulanti di persone impazzite che ballano e gridano sotto la pioggia, alla faccia dei fotoni! Carlotta riesce a raccontare la vita anche al buio… anzi, a dare una graffiante artigliata d’allegria mentre una ragazza comincia a gridare di essere stata spiata da un bugnato… sì! proprio da una sporgenza pietrosa d’un palazzo, mentre si accovacciava a fare pipì… Siamo alle pennellate finali. La nostra eroina pur maneggiando la penna con la padronanza di chi ha aggiunto all’inchiostro qualche goccia del proprio sangue, sa perfettamente che poche cose si fanno in una notte sola! Deve sbrigarsi, deve mostrare la sua bravura di scrittrice, ch’è anche quella di far balenare – nel buio! – un’idea, l’invisibile sotto il visibile: stringendo la mano a un’ombra, crea uno scampanellio di orecchini, viene investita da una zaffata di profumo intenso, dolciastro, misto a ormoni femminili… ha paura di perdere l’amato… e proprio quando comincia a sentirsi come un mucchietto nero che si tiene in disparte, cominciando a emanare l’odore di carne sotto zero, la sua ombra magra di fantasmino grasso s’incammina, e tintinnando, ad ogni passo produce il suono dai barbagli d’oro… frase da scolpire su una lastra di marmo bianco da collocare a Coimbra, nel Giardino dei Poeti… No! Carlotta non cede a questo patetico sentimentalismo, NON PUÒ FINIRE COSÌ, con una pennellata rosa, sdolcinata… E allora, piegando le labbra in un sorriso malizioso, riscrive la frase, mentre il piccione – con la testa ancora dolorante per la craniata – annuisce anch’egli soddisfatto: “… e tintinnando a ogni passo facevano il suono di quei cazzo di barbagli d’oro…” La nostra eroina si è abituata al buio: solleva quegli occhi che ormai non fremono più di candore verginale e riesce a cogliere un lampo di fuoco anche negli occhietti socchiusi del piccione messaggero. “Niente male” mugugna lui “questa faccenda di scrivere romanzi: puoi rifugiarti nel migliore dei mondi impossibili… e magari tornare indietro… e magari puoi aprirla quella maledetta finestra…!” “Non mi scocciare, pennuto della malora: non vedi che sto riscrivendo il finale?” E col pensiero sì rivolto al giardino dei poeti di Coimbra, ma strizzando l’occhio al piccione, mentre dentro le pulsa l’ebbrezza della creazione riuscita… si mette a scolpire sul bugnato che aveva spiato la ragazza accovacciata a fare pipì: IL TERRIBILE DIO NON PUÒ FAR NULLA PER ME, PERCHÉ LE TRACCE DEL MIO DESTINO SONO DAPPERTUTTO.

Titolo: La panzanella
Autore: Giulia Villoresi
Editore: Feltrinelli
Prezzo: € 14.00
Collana: I canguri
Data di Pubblicazione: Settembre 2009
ISBN: 8807702126
ISBN-13: 9788807702129
Pagine: 200
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

Giulia Villoresi (Roma, 1984) cura le relazioni esterne in una piccola casa editrice e scrive di cinema. Si sta specializzando in Storia Moderna. Questo è il suo primo romanzo.

Adriano Petta

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