GIROLAMO COMI: IL DIAVOLO E L’ACQUASANTA


comi-e-tinaA cura di Augusto Benemeglio

1. Il barone di Lucugnano diventa cantore d’Iddio

Secondo A. Lucio Giannone, Girolamo Comi è stato il primo poeta salentino “ a segnare il crinale tra vecchio e nuovo che egli incarnò in sé stesso”, ma ne prenderà coscienza molto tardi , quando l’anima sua , dopo essersi “abbeverata alla fonte tenebrosa della lussuria , dello spreco e della dissipazione” , troverà la propria luce aurea , ripiegata, raccolta dolorosamente in sé stessa , in tutta la sua straordinaria serena umiltà, anima appassionata e translucida , simile a quella di uno Jacopone da Todi o Giovanni Della Croce . E’ in questa fase che il barone Girolamo Comi , per amore dei suoi contadini di Lucugnano, basso Salento biblico , impegnerà tutti i suoi averi per realizzare un oleificio che nelle sue intenzioni avrebbe dato lavoro a diverse famiglie della zona , ma che nella realtà dei fatti si rivelerà un pessimo investimento , un fallimento totale, uno sfascio economico tale da ridurlo in povertà e poi nella miseria più nera, fino a indurlo a vivere di elemosine negli ultimi dieci anni della sua esistenza di “ Cantore d’Iddio ”, uno dei “ rari misteriosi poeti – scriverà sull’Osservatorio Romano del 18 aprile 1968 padre Cammillucci – che sono stati un tutt’uno con la loro poesia , sin quasi, fuori d’essa , a non esistere , a non avere storia. Di lui , infatti, non c’è dato conoscere se non quanto i suoi versi ci traducono: il sigillo fermo di una solitudine rigorosa , la levità dorata di una povertà evangelicamente goduta , lo spasimoso fantasticare dell’avventura dello Spirito Santo in lui e fuori di lui , la sorridente rara amicizia con gli uomini, la panica assorbente comunione con la natura le cose tutte sentite quali altrettante teofanie…scarno grumo di carne dolente e gioioso intorno al pietrificato sole , al diamante radiante della poesia-Verità e della verità-Poesia”…

Ribelle e infoiato

In realtà prima di arrivare a quest’epilogo della sua esistenza tutta sofferenza , povertà e paradiso , prima di realizzare quell’identità di poesia-anima , il “baroncino” di Lucugnano ne aveva combinate di tutti i colori. E la sua vita ( altrochè non avere storia !) è facilmente ricostruibile nelle linee essenziali e non sempre edificante, anzi. Nasce nel 1890 , a Casamassella , da una famiglia aristocratica di campagna ( dal padre , “don” Peppino , che morì nel 1908 , ereditò il titolo nobiliare e l’amore per la terra e le tradizioni salentine , dallo zio materno , il famoso economista e deputato Antonio De Viti De Marco , che si rifiutò di giurare fedeltà al fascismo, il sentimento liberale, democratico e progressista ) , e fin da ragazzo si distingue per una vita assai irregolare, dissipata e molto movimentata. Giovanissimo studente ginnasiale , prima a Maglie, poi all’istituto Palmieri di Lecce, mostra segni di insofferenza , irrequietezza e ribellione , indisicplina . Litiga con tutti gli educatori di sesso maschile , mentre corteggia ( per ora vanamente ) le insegnanti più avvenenti, oppure va a “infastidire” le contadine che lavoravano nelle sue terre . Per questi motivi la madre , donna Costanza , anche su suggerimento del fratello , lo manda nel collegio svizzero di Ouchy, dalla rigorosa e proverbiale disciplina . Ma ciò non vale a calmare i suoi “bollenti spiriti e i giovanili ardori”. Il baroncino è un “infoiato” e lo dimostrerà proprio in una terra proverbialmente sobria come la Svizzera, cercando donne per ogni dove, finchè a Losanna, ( ha soltanto diciott’anni) si lascia coinvolgere in un’avventuraccia tutta giarrettiere e sesso con una donna sposata , scandalizzando la gente locale e facendo ammalare la provera madre , che lo toglie dal collegio e gli sospende l’assegno , in modo tale da farlo depistare a Parigi, che è il “top” , il centro del mondo culturale occidentale . Girolamo parla il francese correntemente, quasi meglio dell’italiano , è elegante , aristocratico , non fa alcuna fatica a fare amicizia coi franciosi più raffinati. Conosce i massimi esponenti della letteratura dell’epoca : Valery , Claudel , Verhaeren e Remy de Gourmont; Gide e Campana . Ma senza l’assegno di mammà è costretto ad arrangiarsi dando lezioni private sia di francese che d’ italiano. Adora Parigi , frequenta tutti i circoli culturali ed è un avido lettore di Baudelaire, Mallarmè , Rimbaud, Verlaine, i suoi poeti preferiti. E poi , di rimbalzo, legge D’Annunzio e Pascoli , e i filosofi Cartesio e Pascal, che gli verranno buoni in seguito . A Parigi , “Momo” ci sta da papa e ci rimarrebbe per sempre, soprattutto ora che l’ha raggiunto una delle tre sorelle che si è sposata con un borghese della provincia e lo può foraggiare , di tanto in tanto .

Nevrastenia cerebrale

Ma siamo nel 1915 , la grande guerra è già scoppiata e l’Italia non vuole rimanere a guardare. Così Momo è costretto a rientrare in Patria , richiamato alle armi, per fare il suo dovere . Ma si comporta da intellettuale aristocratico “parigino” , quale ormai è , avanti anni luce rispetto agli italiani , e ne dice di tutti i colori , contro lo Stato Militarista , contro la Guerra , contro il Re e la Casa Savoia , ovviamente anche contro Cecco Beppe e tutti gli Imperi guerrafondai. Il tutto non si limita a dirlo a voce, ma lo mette per iscritto, – una sorta di carteggio-diario di un pacifista ante litteram , con un suo amico francese , che viene intercettato , – e a questo punto i giudici militari non possono esimersi dal processarlo , a Chieti , e condannarlo al carcere militare per disfattismo. E’ solo grazie ai buoni uffici dello zio Antonio e di altri deputati liberali che riesce ad evitare il carcere , ma la contropartita è dura: è costretto ad andare in prima linea ad Asiago ed è subito preda di una terribile crisi che gli paralizza i centri nervosi , praticamente rimane come un pezzo di ghiaccio , congelato dentro la trincea-ghiacciaia di quella stupida guerra , battendo i denti dalla paura , e senza sparare neppure un colpo di fucile. Se potesse sparerebbe a se stesso , ma dopo qualche giorno viene ricoverato in Opedale e qui termina la sua grande guerra e il suo servizio militare , con un foglio di congedo illimitato per “ nevrastenia cerebrale”, il che significava che era “ pazzo”.
Finita la guerra si sposa (assai infelicemente) a Milano con Erminia De Marco, figlia di un ricco industriale milanese originario di San Pietro Vernotico , che desiderava un titolo da baronessa. In compenso gli porta un ‘ottima dote , che Girolamo ben presto esaurisce, in donne, gioco e bagordi, a Roma, dove vanno a vivere ed hanno l’unica figlia , Miriam. Erminia , con la figlioletta, se ne ritorna a Milano dalla famiglia d’origine, lasciando Momo , ormai dissestato finanziariamente , a Roma , dove non trova più nessuno che gli faccia credito per una puntatina alle Capannelle o per un cognacchino o un sambuchino al Bar di Piazza del Popolo . Ma non si perde d’animo. Prende il primo treno per Lecce e , via, a Lucugnano , per rifornirsi sì di emozioni paniche e cosmiche , immerso nella natura aspra e solitaria del Salento , ma soprattutto di denaro fresco da portare e spendere a Roma nelle sale da gioco, agli ippodromi e nei bordelli. Ed eccolo per quasi una trentina d’anni fare la spola da Roma a Lucugnano . Nella capitale conosce alcuni letterati squattrinati , Moscardelli, Onofri , con loro fonda una casa editrice di chiara impronta orfico-spiritualista , che fallirà in pochi anni.

L’Accademia salentina

Nel 1928 muore Onofri , a cui era molto legato, e conosce un sacerdote sospeso a divinis per le sue idee moderne e stringe con lui , teologo di un certo spessore, un intenso sodalizio spirituale. Comincia a leggere o rileggere la Bibbia , Maometto, Buddha, Zorastro, San Tommaso, Tertulliano, Sant’Agostino , San Girolamo, San Crispino , ecc. Si riavviccina ai sacramenti e piano piano inizia il cammino della (ri) conversione religiosa. E come fino ad allora ( siamo agli inizi degli anni trenta) era stato puttaniere , giocatore d’azzardo , bevitore , dissipatore , eccolo ora appoggiarsi sulla spalla del gesuita spretato di turno e ritrovare il conforto della fede in Dio e nella religione , a cui , in fondo , ha sempre creduto , anche quando faceva l’agnostico. Si converte al cattolicesimo e muta radicalmente vita e stile poetico… Ritorna definitivamente nel Salento, immerso nella sua Lucugnano edenica coi contadini del capo che fanno la fila per avere qualcosa da lui , che elargisce sempre generosamente , ma allo stesso tempo cerca ( lui che è uomo e letterato di mondo, vero cosmopolita) di sprovincializzare la cultura salentina e lo fa su due direttrici: sia mettendo a disposizione la propria ricchissima biblioteca ( tutto Valery, tutto Claudel, Rimbaud, Mallarmè, Verlaine , ecc.), sia invitando nella sua magione alcuni fra i più grandi personaggi della cultura nazionale dell’epoca , Alfonso Gatto, Carlo Bo, Tommaso Landolfi , Gianna Manzini, pagando di tasca propria. E’ un uomo buono e generoso, un po’ ciolla direbbero i suoi amici lombardi e Diego Valeri, il poeta di tutte le antologie delle scuole elementari dell’epoca, sottolinea quest’aspetto dicendogli: Momo nella tua casa anche le ombre sono amiche. Che ciò risponda a verità viene confermato da tutti i contadini di Lucugnano e soprattutto dai suoi fattori che si sono arricchiti alle sue spalle. Fonda , da letterato-mecenato , l’Accademia Salentina , con Anceschi, Bodini, Maria Corti, Pierri , Macrì, Ciardo e Marti e nel 1949 inizia la pubblicazione de “ L’Albero” , rivista da lui fondata e diretta fino alla morte, anche in questo caso si tratta di una rimessa certa, ma lo scatafascio arriverà subito dopo con il fallimento del progetto dell’Oleificio cui abbiamo accennato all’inizio e con i cerberi delle tasse che lo perseguiteranno fino ai suoi ultimi giorni.
Ormai ha una sola aspirazione : essere ricordato come il cantore di Iddio e di lui si parla come “dell’eremita di Lucugnano”. Si interessa della sua poesia anche l’Osservatore Romano , e alcuni suoi versi vengono paragonati , forse con un pizzico di esagerazione , alle “suggenti e arse sequenze di uno Jacopone da Todi o di un San Giovanni della Croce”. C’è una poesia di questo periodo , “Piccolo idillio per piccola orchestra “, che ricordo volentieri anche perché me ne raccontò la genesi Donato Valli, allora suo giovanissimo discepolo. Tuttavia non mancano al barone , anche in questo periodo , i conforti della buona e pia governante lucugnanese , Tina , che sposerà , qualche anno dopo la morte della moglie Erminia, avvenuta a Roma nel 1953, sia per riconoscenza per i servigi resi , che per non essere in peccato nel momento in cui in lui ruggisca ( sempre meno, ovviamente, col passare degli anni ) il vecchio incallito erotomane.

Poeta lirico

Come poeta lirico risulterà degno del massimo interesse , nonostante non abbia avuto grosse attestazioni , tolto il premio Chianciano del 1954, ma c’è da considerare , come rileva giustamente Valli, che il suo spiritualismo aristrocratico era esattamente all’opposto del prodotto letterario che andava per la maggiore in quell’epoca: il neo-realismosia . Anche come prosatore , alcune pagine di Comi raccolte nel volume “Necessità dello stato poetico”, Roma, 1934, risultano certamente non inferiori a scrittori di prosa d’arte , come Cardarelli , a lui coevi , che vinsero il premio Strega.
Il suo primo libro di poesie, “Il lampadario”, lo pubblica appena ventiduenne in settantacinque copie e stranamente il libro viene curato da un libraio tedesco ebreo , Edwin Frankfurter, nonostante le ottime conoscenze che Girolamo aveva a quel tempo ( 1912) .Ma il libro onestamente non è granchè, si tratta dell’opera di un poeta in formazione composta da dieci poemetti , con dei limiti ben precisi.
A questo volumetto faranno seguito le raccolte “I rosai di qui”, “Smeraldi”, “Boschività sottoterra”, riunite successivamente nel volume “Poesie”, 1918-1928”. Questa prima fase è caratterizzata “da un totale panismo e panteismo , da una simbiosi – di ascendenza steineriana – dell’uomo e dell’umanità con l’universo e fortemente connotate da un compiacimento voluttuoso della parola e della sua realizzazione logico-fantastica”.( A.M. Crisigiovanni)
La seconda stagione poetica, come abbiamo anticipato , è scandita dalle raccolte “Spirito d’Armonia”, “Canto per Eva” , “Cantico dell’argilla e del Sangue” , e , infine . “Lacrime e Preghiere” . I titoli sono piuttosto indicativi , addirittura espliciti di questa sua produzione che si svolge all’insegna della fervida spiritualità di derivazione dantesca e tommasiana. “Il poeta-Comi diventa un sacerdote che innalza il proprio canto a Dio, consapevole dell’armonia eterna, vista come punto aurorale e finale nello stesso tempo della vita dell’uomo”.
“Le poesie dell’ultima sua raccolta di versi , “Lacrime e Preghiere” – scrive sull’Osservatore Monsignor Mario Camillucci ( e torniamo all’inizio) – “resteranno fra i più alti dell’antologia della lirica religiosa non solo italiana. Ormai Comi è divenuto quello che desiderava , l’eremita di Lucugnano visitato da Dio e ignorato dagli uomini, che sta sempre inginocchiato a pregare e a scrivere inni e odi a Dio. In ognuna delle sue ultime poesie si specchia qui un alto spirito che s’è costruito col tormento della sua ascesi quotidiana il dono di vedere “spirito e sangue ricongiunti/nella duplice luce che li forma/e nel fuoco dell’aura trinitaria dove la Resurrezione fiorirà / alta e plenaria…

Augusto Benemeglio

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