Giovanni Pascoli – Poemi conviviali


A cura di Renzo Montagnoli

Un Pascoli che non finisce di stupire
Va dato atto a Giovanni Pascoli di averci lasciato un’ampia e variegata produzione poetica, ampia perché numerose sono le raccolte composta ognuna da un consistente numero di liriche, variegata perché, pur nel solco del decadentismo, e quindi con una visione della vita improntata al pessimismo, i temi trattati non sono ripetitivi. Che l’autore romagnolo fosse un gran conoscitore della letteratura greca e di quella latina, non vi è dubbio, tanto che le insegnava, dapprima agli istituti superiori e poi all’università, anzi era così ben ferrato nella bellissima lingua degli antichi romani da vincere più volte il difficile concorso di poesia latina che si teneva ogni anno in Olanda. Questo piccolo preambolo non introduce tanto a liriche scritte in latino, ma a una raccolta di una ventina di componimenti pubblicata nel 1904 e in cui vengono rievocati personaggi mitologici e dell’antichità. Quindi si tratta di un unicum nella produzione di Pascoli, ma di particolare e rilevante valore. Sono opere appunto riunite in unico volume, ma che in buona parte già in precedenza erano state pubblicate su Il convito, un’elegante e raffinata rivista diretta da Adolfo de Bosis e a cui partecipava anche Gabriele D’Annunzio. Ed è appunto dal nome di questa rivista che questi poemi prendono il titolo; degni di apparire su quelle pagine si presentano nel complesso come il frutto dei profondi studi classici di Pascoli, ma se l’estetica, attraverso una veste letteraria impeccabile, è un colpo d’occhio ineguagliabile, del tutto innovativi sono i contenuti. Eppur si parla di personaggi noti, di protagonisti di opere immortali, ma la rivisitazione degli stessi da parte del poeta romagnolo fa sì che, oltre a farceli sentire vivi, spezzi quell’alone di mistero e di magia che li circonda e ce li faccia sentire vicini, nelle loro umane e naturali debolezze. È indubbio che ciò che rattrista l’autore è quella contemporaneità che anziché rappresentare un segno del progresso, sancisce una regressione a cui pare non esservi rimedio.  I vizi capitali della società pascoliana sono l’ingiustizia, il caos, una costante e progressiva disumanizzazione, contrastati con una presa di posizione radicale e decisa che, per esempio, in Alexandros di traduce in un’aspirazione all’oltre.
Non è un caso, tuttavia, se le due figure più emblematiche sono anche quelle più mitiche, e mi riferisco ad Omero, che in Il cieco di Chio, accetta la sua condizione di buio, in cambio e dell’amore e della seconda vista, quella dell’anima, e al suo ben noto Ulisse..
Ciò che più sorprende, però, è L’ultimo viaggio, con un Ulisse ormai vecchio che vuole ripercorrere la sua Odissea, ma non trova più corrispondenza fra ricordi e realtà, così tutto gli sembrerà frutto di un sogno, il risultato di una vita forse non vissuta; eppure, se dei Ciclopi, delle Sirene non è rimasta traccia, sarà fra le braccia di Calipso, in grembo a colei che gli aveva offerto l’immortalità, che l’uomo di Itaca si abbandonerà all’ultimo definitivo sonno (…/ Giaceva in terra, fuori del mare, al piè della spelonca, un uomo, /sommosso ancor dall’ultima onda: e il bianco / capo accennava di saper quell’antro, / tremando un poco; e sopra l’uomo un tralcio / pendea con lunghi grappoli dell’uve. / Era Odisseo: lo riportava il mare / alla sua dea: lo riportava morto /alla Nasconditrice solitaria, all’isola deserta che frondeggia / nell’ombelico dell’eterno mare. / Nudo tornava chi rigò di pianto / le vesti eterne che la dea gli dava; / bianco e tremante nella morte ancora, chi l’immortale gioventù non volle. / Ed ella avvolse l’uomo nella nube / dei suoi capelli; ed ululò sul flutto / sterile, dove non l’udia nessuno: / – Non esser mai! non esser mai! più nulla, / ma meno morte, che non esser più! –  ).
Anche gli eroi, anche i miti sono destinati a finire e la caducità umana quindi non ha limiti, marchiando ogni essere di un senso di onerosa limitatezza.
Pascoli non smentisce quindi il suo pessimismo, ma il suo, più che un urlo disperato, è un pianto silenzioso per il destino di ogni uomo.
Da leggere, perché questi poemi sono semplicemente stupendi.

Titolo: Poemi conviviali
Autore: Giovanni Pascoli
Curato da: Nava G.
Editore: Einaudi
Collana: Nuova raccolta di classici it. annotati
Prezzo: € 42.00
Data di Pubblicazione: Ottobre 2008
ISBN: 8806189123
ISBN-13: 9788806189129
Pagine: XLIX-380
Reparto: Studi letterari > Poesia > Poeti

Giovanni Pascoli nasce a S.Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. All’età di dodici anni perde il padre, assassinato da ignoti; a questa tragedia, se ne aggiunge un’altra, perché la famiglia è  costretta a lasciare la tenuta di cui il padre era amministratore, perdendo la tranquillità economica di cui fruiva. Ma le disgrazie si rincorrono e così in poco tempo Pascoli perde la madre, una sorella e due fratelli; prosegue gli studi a Firenze e poi a Bologna. Nella città felsinea aderisce alle idee socialiste, fa propaganda e vienearrestato nel 1879; nel 1882 si laurea in lettere. Insegna poi greco e latino a Matera, Massa e Livorno, cercando di riunire attorno a sé i resti della famiglia e pubblicando le prime raccolte di poesie: “L’ultima passeggiata” (1886) e “Myricae” (1891).
L’anno seguente vince la prima delle sue 13 medaglie d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam. Dopo un breve soggiorno a Roma, va ad abitare a Castelvecchio con una sorella e passa all’insegnamento universitario, prima a Bologna, poi a Messina e a Pisa; pubblica tre saggi danteschi e varie antologie scolastiche. La sua produzione poetica prosegue con i “Poemetti” (1897) e i “I Canti di Castelvecchio” (1903); sempre nel 1903 raccoglie i suoi discorsi sia politici (nel frattempo era diventato nazionalista), che poetici e scolastici nei “Miei pensieri di varia umanità”. Succede poi al Carducci nella cattedra di letteratura italiana a Bologna; pubblica gli “Odi ed inni” (1907), le “Canzoni di re Enzo” e i “Poemi italici” (1908-11). Abusa degli alcolici e si ammala di cirrosi epatica. Nel 1912 le sue condizioni di salute peggiorano deve lasciare l’insegnamento per curarsi a Bologna, dove muore il 6 aprile dello stesso anno.

Renzo Montagnoli Sito

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