Giovanni Pascoli – I Canti di Castelvecchio


A cura di Renzo Montagnoli

Dal nido di Castelvecchio
Giovanni Pascoli è indubbiamente uno dei più grandi poeti che si sono affacciati su questa terra, ma è anche un caso umano, con una vita funestata da disgrazie familiari, di cui la prima (l’assassinio del padre) lo catapultò, ancora dodicenne, nel ruolo di capofamiglia, una posizione a cui mal si adattava, tanto più che la mancanza di esperienza finì con il provocare risentimenti di sorelle, errori su errori, di cui si sentiva più che colpevole, portandolo negli ultimi anni della sua vita a rifugiarsi nell’alcol.
Eppure, il talento innato, pur nei marosi di un’esistenza travagliata, riusciva a emergere con poesie che ancor oggi stupiscono per l’armonia, l’impianto e la profondità del pensiero espresso. È questo il caso anche di I Canti di Castelvecchio, frutto di un periodo relativamente tranquillo e sereno. Castelvecchio è una frazione di Barga, in Garfagnana, e in questo piccolo borgo Pascoli approdò nel 1895 con la sorella Maria, in una casa che solo in seguito divenne di sua proprietà con i proventi della vendita di alcune medaglie d’oro vinte in concorsi letterari. Lì, il paesaggio agreste, il silenzio della natura gli fecero sognare di poter ricostruire il nido familiare della sua gioventù, a San Mauro. E tale era il desiderio di ritornare a quel nucleo familiare che si era sfilacciato, con tante morti, nell’arco di poco tempo, che rinunciò perfino a contrarre matrimonio con la cugina Imelde Morri, opponendosi, anche se inutilmente, alle nozze della sorella Ida, considerate un tradimento. Nonostante queste premesse, il periodo trascorso a Calstevecchio fu uno dei migliori per il poeta romagnolo, tanto che ne scaturirono, appunto,  I Canti di Castelvecchio.
Come tematiche questa raccolta è simile a Myricae, con quella predilezione per il mondo naturale che finisce con il diventare l’emblema delle cose semplici, delle presenze umili. Più rilevante è invece l’impronta simbolista, con l’angoscia di chi non riesce a togliersi dalla mente il pensiero della morte, una situazione insostenibile che attanaglia il poeta e che lo porta ad evadere facendo riemergere i ricordi della sua gioventù. Al riguardo c’è una sezione di nove poesie intitolata Ritorno a San Mauro che è ben esplicativa di questa condizione, come in Casa mia (Mia madre era al cancello. / Che pianto fu! Quante ore! / Lì, sotto il verde ombrello / della mimosa in fiore! 7 M’era la casa avanti, / tacita al vespro puro, / tutta fiorita al muro / di rose rampicanti. /…). Si noti, in questo breve stralcio, come la memoria ricomponga un’immagine cara, magari un po’ mitizzandola, come accade per tutti i ricordi che ci paiono lieti, ma l’autentica qualità deriva dallo sviluppo scenico, dai ritratti che si ricollegano come lo svolgersi di una pellicola cinematografica.  Tuttavia l’immagine felice, quasi soave, ben presto è soverchiata da quel pensiero fisso, da quell’angoscia che gli rode dentro e che lo porta inevitabilmente a considerare che con la vita il nostro contratto può essere sciolto in ogni momento, senza sapere quando, ma con la certezza che avverrà. E allora altre immagini, altre parole s’innestano e predominano (…/E comprerò leggiadre / vesti alle mie fanciulle, / e l’abito di tulle / alla lor dolce madre. – / Così dicevo: in tanto / ella piangea più forte, / e gocciolava il pianto / per le sue guancie smorte. / …. / – Oh! tu lavorerai / dove son io? Ma dove / son io, figliuolo, sai, / ci nevica e ci piove! -/…); ecco, l’incantesimo si rompe e il ricordo, da dolcemente malinconico diventa triste, con l’angoscia che serpeggia nel rammentare chi non c’è più. E ancor più esplicito è in La tessitrice, laddove una fanciulla morta tesse una tela in cui riposerà nel suo sonno eterno accanto al poeta, che dell’amore ha una visione propria di un miraggio, di un qualche cosa di vago, portatore di felicità, ma su cui incombe, sempre, ossessiva, la morte.
Fra sogno e realtà, fra illusioni e disinganni c’è più del sentire di un animo poetico, c’è la vita con le sue poche gioie, un nulla se si tiene a mente quell’ombra nera che ogni giorno trascorso sempre più s’avvicina. Pessimismo Leopardiano? Forse, ma al poeta si chiede l’ingrato compito di rapportarsi con la nudità della terra e leggi cosmiche di cui si ignora il fondamento. Egli non è che un piccolo granello di quella terra, a inseguire risposte che mai verranno.
Da leggere? Ma senza alcun dubbio, anzi da leggere e rileggere, e ancora così, senza mai essere sazi di bellezza.

Titolo: Canti di Castelvecchio
Autore: Giovanni Pascoli
Editore: Rusconi Libri
Prezzo: € 5.00
Collana: Classici della filosofia
Data di Pubblicazione: 2004
ISBN: 8818016458
ISBN-13: 9788818016451
Pagine: XI-145
Reparto: Studi letterari > Poesia > Poeti

Giovanni Pascoli nasce a S.Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. All’età di dodici anni perde il padre, assassinato da ignoti; a questa tragedia, se ne aggiunge un’altra, perché la famiglia è  costretta a lasciare la tenuta di cui il padre era amministratore, perdendo la tranquillità economica di cui fruiva. Ma le disgrazie si rincorrono e così in poco tempo Pascoli perde la madre, una sorella e due fratelli; prosegue gli studi a Firenze e poi a Bologna. Nella città felsinea aderisce alle idee socialiste, fa propaganda e viene arrestato nel 1879; nel 1882 si laurea in lettere. Insegna poi greco e latino a Matera, Massa e Livorno, cercando di riunire attorno a sé i resti della famiglia e pubblicando le prime raccolte di poesie: “L’ultima passeggiata” (1886) e “Myricae” (1891).
L’anno seguente vince la prima delle sue 13 medaglie d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam. Dopo un breve soggiorno a Roma, va ad abitare a Castelvecchio con una sorella e passa all’insegnamento universitario, prima a Bologna, poi a Messina e a Pisa; pubblica tre saggi danteschi e varie antologie scolastiche. La sua produzione poetica prosegue con i “Poemetti” (1897) e i “I Canti di Castelvecchio” (1903); sempre nel 1903 raccoglie i suoi discorsi sia politici (nel frattempo era diventato nazionalista), che poetici e scolastici nei “Miei pensieri di varia umanità”. Succede poi al Carducci nella cattedra di letteratura italiana a Bologna; pubblica gli “Odi ed inni” (1907), le “Canzoni di re Enzo” e i “Poemi italici” (1908-11). Abusa degli alcolici e si ammala di cirrosi epatica. Nel 1912 le sue condizioni di salute peggiorano deve lasciare l’insegnamento per curarsi a Bologna, dove muore il 6 aprile dello stesso anno.

Renzo Montagnoli – Sito

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