Recensione: Giovanni Nuvoletti – Un adulterio mantovano 7


Un altro gioiellino
Dopo il forse insperato successo di Un matrimonio mantovano, nel 1981 esce quello che potrebbe apparire un seguito, ma non lo è, vale a dire Un adulterio mantovano.  Non è un seguito, perché i personaggi sono diversi e anche l’ambientazione non è la stessa, non è Gazzuolo, piccolo borgo di campagna, ma la città, vale a dire Mantova, una Mantova colta, raffinata, vista nell’epoca del precedente romanzo, cioè nel 1912. La trama è completamente diversa, non  ci sono strategie e tattiche per convolare a nozze, anzi qui c’è una coppia già unita nel vincolo del matrimonio, lui Ernesto, ingegnere, un po’ sparagnino come tutti i mantovani e in aggiunta fervente cattolico, lei nobile, la bella e irrequieta Francesca, all’apparenza solo soddisfatta della sua vita. Ma, pur nelle convenzioni di un’epoca, l’eterno femminino  che la porta a soddisfare il suo ego facendo di tutto per strappare complimenti sulla sua persona è un diavoletto dietro l’angolo, come un diavoletto è il conte Vezio, fulminato dallo sguardo ammaliante e dalle forme seducenti di Francesca. Insomma, per farla breve, il tradimento viene quasi del tutto naturale e si instaura un rapporto a tre, lei con l’amante, un uomo che incarna gli stilemi della bella epoque, un D’Annunzio meno estroso, ma tutto portato all’autoesaltazione, all’adorazione del proprio “io” , e lei con il marito Ernesto, tutto l’opposto dell’altro, pragmatico, simbolo della nascente nuova borghesia. In questa strana relazione mi pare di aver capito che gli unici capaci veramente di amare sono Ernesto e Vezio, mentre Francesca è nulla più di una civetta, una che in dialetto mantovano definiremmo “na ligera”, una donna che ritrae più piacere dal sentirsi desiderata che dall’essere amata veramente. Il menage non ha una breve durata e se i contatti si interrompono è solo per colpa della guerra, perché i due uomini vanno a combattere. Quindi, non ci sarà dato di sapere se essi torneranno, se tutto andrà avanti come prima, ma Nuvoletti, pur lasciando un finale aperto ha l’abilità di  mostrarci per chi dei due uomini parteggia e lo fa con due lettere, una di Vezio che, di spirito dannunziano, è colma di retorica sulla bellezza della guerra, dimostrando così che sotto le spoglie dell’uomo di vita c’è un immaturo, e l’altra di Ernesto, di tono completamente opposto, Ernesto che sa della tresca, ma tace, perché nonostante tutto è innamorato della sua Francesca. Il primo aspira a essere un superuomo e invece è quasi un guitto, il secondo, semplice, silenzioso, consapevole della tragedia del conflitto, è un piccolo eroe.
Di caratteristiche completamente diverse da Un matrimonio mantovano, Un adulterio mantovano rivela uno scrittore capace – e di questo non si è mai dubitato -, ma soprattutto un attento analista della psicologia umana, sia maschile che femminile, in grado di ricavare da una vicenda tutto sommato quasi banale un’opera di pregevolissima fattura, un altro avvincente gioiellino.

Titolo: Un adulterio mantovano
Autore: Giovanni Nuvoletti
Prezzo copertina: € 3.62
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: 1982
EAN: 9788804222255
ISBN: 8804222255
Pagine: 208
Ean altre edizioni: 9788804200574

Giovanni Nuvoletti (Gazzuolo, 16 ottobre 1912 – Abano Terme, 4 aprile 2008) è stato uno scrittore, nonché attore cinematografico e televisivo. Fra le sue opere letterarie famosi sono i romanzi Un matrimonio mantovano (1972) e Un adulterio mantovano (1981), nonché i saggi Vestire una bambina (1997) e Elogio della cravatta (1982).

Renzo MontagnoliSito

 

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7 commenti su “Recensione: Giovanni Nuvoletti – Un adulterio mantovano

  • Barbara

    nessuna recensione mette in evidenza il piccolo giallo legato alla vicenda della madre di Nuvoletti… che lo abbandonò fuggendo appunto con un celebre “Vezio” dell’epoca…

      • Barbara

        non si tratta di “intrigarsi” della vita privata dell’autore, ma di mettere in evidenza genesi dell’opera e discrasie evidentissime, a partire dalla presentazione della madre, dello status familiare ma soprattutto – e fondamentale – del finale aperto dove si evidenzia chiaramente il pensiero del bambino che subì l’abbandono, della sua posizione e lo sviluppo inevitabile che ne conseguì come stile di vita… ma non scrivo in modo sereno: una serie di curiose e imprevedibili circostanze accumunano la mia storia personale alla tessitura del romanzo di Nuvoletti

        • Renzo Montagnoli

          E’ una sua opinione e comunque un adulterio mantovano non è autobiografico ( non è che me l’abbia detto Nuovoletti, ma mio padre che era suo amico).

          • Barbara

            lo credo senz’altro, l’autobiografia è venuta fuori da sola evidenziando, senza la volontà dell’autore, quale sarebbe dovuto essere il finale… le ripeto, singolari assonanze con la mia storia personale mi portano a queste osservazioni, ma posso senz’altro sbagliare e comunque stiamo parlando di un autentico gioiellino letterario…
            molto grata della Sua attenzione

          • Renzo Montagnoli

            Comunque se lei ritiene, a differenza di tutti gli altri, che una recensione dell’opera non possa prescindere dal “piccolo giallo” legato alla vicenda della madre dell’autore, sarebbe opportuno che provvedesse a stilarne una con riferimento a fatti della vita privata che hanno influenzato il contenuto del romanzo. Penso che ne guadagnerebbe la letteratura, perché una ricerca di verità è sempre utile.

          • Barbara

            in realtà ho pensato a lungo a questa ipotesi ma, a parte il mio condizionamento emotivo, essendo filologa di professione dovrei allargare la ricerca in maniera approfondita e ho trovato veramente poco, nemmeno una foto o echi di stampa dell’epoca. In un primo tempo avevo pensato di interpellare Giovanna Libera ma lei stessa non ne ha mai parlato e mi sembra poco delicato indagare su antiche storie familiari… I Realien che ho evidenziato sono: i genitori sono descritti senza figli (lui è fuori, spettatore esterno, troppo doloroso esserci e sapere come andrà a finire (Virgilio: cui non risere parentes…) / il padre e l’altro sono posti in un piano paritario anzi, agli occhi della madre il padre è perdente dalle prime pagine, ancora di più quando realizza l’inganno e tace ma… il finale aperto: lei che conosce a fondo il romanzo, sinceramente, nelle due lettere finali cosa si evidenzia? da che parte sta la madre? e cioè l’autore da che parte avrebbe voluto che stesse? e siccome poi il finale reale è opposto, come scatta la molla della vita mondana tra gli aristocraici dell’autore?,,, che torna con nostalgia a Gazzuolo sul cui modello si sarebbe dovuta svolgere la linearià della sua vita? e quale peso ha la violenta rottura con la moglie Adriana, cosa lo disturba veramente di lei e che cosa insegue esattamente con il top raggiunto con Clara Agnelli?… io leggo tutto questo nel romanzo ma, non essendo Freud e soprattutto, mancandomi elementi precisi non posso ancora scrivere nulla… so bene a cosa portano le spocchiose divinationes degli intellettualoidi e l’intima sofferenza di Giovanni Nuvoletti va soprattutto rispettata