Giacomo 1


di Mario Ughi

Una volta a casa, con estrema cura, come fossero documenti molto importanti, tirerà fuori dalla cartella un pacco di spaghetti di grano duro, una capocchia d’aglio e una bottiglia da un quarto di litro di olio extra vergine, spremitura a freddo. Nel giaccone sono riposti con cura un paio di peperoncini forniti dal suo ortolano di fiducia, il quale con poca eleganza e fare cospiratorio, infilandogli la piccola busta bianca nella tasca alta, ha detto: ammazzavermi. Poi spingendo con un dito l’ha nascosta agli occhi del mondo, bene in fondo. Giacomo ha sorriso, rispondendo con due brevi pacche sul petto, all’altezza del cuore.
A guardarli sarebbero potuti sembrare la pantomima di due agenti segreti piuttosto in avanti negli anni, e forse per questo quasi insospettabili. Anche il cenno di saluto che si sono scambiati, nel dividersi, poteva ben figurare in un film in bianco e nero. Ma i vermi ai quali si riferiva l’ortolano non erano loschi figuri impegnati a distruggere mezzo mondo per dividersi il resto, e nessun  aeroplano attendeva Giacomo in fondo a una pista invasa dalla nebbia. Solo le strade di Livorno, e per molti questo non è poco.
In cucina, prenderà la pentola giusta, quella di media grandezza, e metterà l’acqua a bollire. Sceglierà con cura uno spicchio d’aglio, tagliandolo poi a fettine quasi trasparenti. Lascerà per un poco l’olio a scaldare nella padella, intanto valutando il colore e la stagionatura dei peperoncini dalle vantate proprietà taumaturgiche. A questo punto ha sempre trovato necessario accettare il rischio. Nessuna garanzia: si può avere come risultato un piatto di spaghetti sciapiti, o viceversa la bocca in fiamme e la lingua ingrossata. Sperando sempre nella via di mezzo. Le scelte sono scommesse, dice Big Kahuna.
Cazzo, se aveva ragione.
Con dipinta sul volto un’espressione fatalista, Giacomo taglia in due un peperoncino e, alzata la fiamma, lo getta insieme all’aglio a crogiolare e poi morire nell’olio bollente.
Carpe diem.
Piazzato di fronte alla padella, un piccolo mestolo di legno in mano, lascerà per alcuni minuti invariata la situazione, intervenendo soltanto con occasionali tocchi leggeri. Sorriderà tra sé, pensando: l’Universo sa quello che fa. Poi spegnerà il fuoco, quando l’odore che lo raggiunge a leggere ondate avrà convinto il suo corpo.
E qui è una questione di sensazioni fatta di aromi leggeri, ed è indispensabile affidarsi totalmente all’istinto: l’unico capace di giudicare. Dove l’occhio può ingannarsi nel valutare il giusto colore, l’olfatto raggiunge un punto di precisione infallibile, mantenuto intatto nei millenni. Solo l’odore che emana, può salvarti da un piatto avariato e velenoso. Spesso, è l’olfatto per primo ad avvisarti del pericolo, e in fortunate occasioni ad allontanarti dalle persone sbagliate.
Ma non sempre.
Al giusto sentore, Giacomo spegnerà la fiamma sotto la padella. Una volta lasciava la fiamma al minimo, ma col tempo si è persuaso che tale procedura otteneva l’effetto di far seccare il peperoncino, che alla fine assomigliava a uno stecco duro e scuro. Quando ormai i tempi sono maturi, e i giochi sono fatti, è davvero inutile lasciare una leggera fiamma a sopire, sperando che il tenue calore mantenga invariate le circostanze. La vita deve essere vissuta come un falò ardente, e alla fine le ceneri abbandonate a freddare. Il vento si incaricherà di portarle via.
Però, al momento giusto, Giacomo porterà a divampare la fiamma nella sua piena potenza, costringendo alla resa l’aglio e il peperoncino, obbligati a quel punto a fornire il massimo del succo e del sapore. Gli spaghetti ne faranno incetta.
Ma prima di questo avrà apparecchiato con cura la tavola, e stappato una bottiglia di rosso. Poi si concederà due passi tra le stanze della casa, cullandosi in una piacevole attesa. I suoi occhi sorridenti sfioreranno leggeri le lunghe file di libri disposti con cura; le poltrone ingiallite nascoste sotto lenzuola pulite dai colori riposanti; il lungo mobile che conserva e ostenta una grande macchia scura, rettangolare, frutto della colpa di aver ospitato un televisore. Un lungo taglio sfregia una mattonella all’ingresso della cucina. I suoi occhi lo trovano per abitudine. Qui qualcosa è caduto con violenza, e la forza dell’urto ha scheggiato persino la mattonella. Ma lui non ricorda cos’era. Sorride.
Forse il piatto da portata con le rifiniture in blu e oro, il regalo della nonna.
Nei giorni della rinuncia e dell’abbandono, attraverso un processo doloroso di selezione, è approdato alla felice consapevolezza di quanto sia sciocco attaccarsi alle cose della vita, destinate a scomparire.
Se non scompari tu, per primo.
E allora via, che il passato conservi soltanto un dolce ricordo, e le domande sull’entità del danno e le sue cause lasciamole a chi verrà dopo, a calpestare i nostri passi; lasciamo a loro la domanda: è qui cos’è accaduto? Lasciamo a loro l’incongrua nostalgia per i giorni dei quali non hanno ricordo.
Il senso del tempo di Giacomo è invidiabile. Al momento giusto, e senza bisogno di un timer, raggiunge la pentola che tra sé borbotta serena. Assaggia un filo di spaghetto, ma è una operazione quasi inutile: la pasta ha raggiunto la giusta consistenza.
Con il piatto fumante in mano si siede al piccolo tavolo di fronte alla finestra. Il primo boccone mette d’accordo anima e ragione. Il gusto è perfetto, e non sente il bisogno di aggiungere una spolverata di parmigiano.
Non ha mai senso cercare di cambiare il sapore delle cose.
Terminato di mangiare, accenderà l’unica sigaretta di tutta la giornata. Con il bicchiere in mano resterà per un certo tempo a guardare la linea dei tetti di fronte, ma non abbastanza a lungo da far calare le prime ombre della sera. Anche se d’inverno fa buio presto.
Trova gradevole ripercorrere con lo sguardo le forme conosciute dei palazzi, a contrasto di un cielo sempre nuovo. E trova piacevole considerare, mentre decide di alzarsi, che domani troverà ancora tutto al suo posto, con soltanto un colore in più.
L’aspettativa di un futuro che trova conforto nel passato.

Tratto da: Livorno – Cronache immaginarie
Mario Ughi


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Un commento su “Giacomo

  • Enzo Maria Lombardo

    Forse Giacomo non è solo se può ancora annegare la sua solitudine nei gesti ripetuti di una quotidianità incorrotta, tenuta sottovetro per evitare le insidie del tempo. O forse Giacomo è veramente solo e la sua è una solitudine d’attesa, mascherata da una aspettativa di un futuro che non c’è.
    Anche in questa bella pagina di Mario Ughi tanti interrogativi restano appesi al filo sottile dell’animo umano, tracciato e mai definito, come uno shizzo d’autore.