Gatti del sud


michele lupodi Michele Lupo

Nessuno si aspettava tutta quella gente. Sembrò che il paese intero si fosse radunato per l’occasione – rendere “un ultimo omaggio” al morto e salutare i parenti. Fu come se per una volta il suono delle campane non si limitasse ad annunciare un evento, ma si materializzasse in quel corteo che scandiva lentamente l’adagio del requiem e gli desse un corpo, finalmente: un senso. Lì per lì dovette farci l’effetto di una risonanza luminosa, di una strana armonia sospesa sulle nostre anime di congiunti improvvisamente privi del capotribù.
Io stesso fui sorpreso da quella folla. Benché fossimo una famiglia conosciuta, rispettata, nella maniera vaga e imprecisa di un ragazzino sentivo come il nonno fosse considerato un eccentrico, in paese. Certo un lavoratore, ma bizzarro – difficile. Col tempo mi ero accorto di come agli occhi degli altri la sua figura si coprisse di una singolare ombratura, un campo di punte spigolose che li teneva a distanza. Ancora adesso non so se in quella misura si tramasse più una forma di apprensione o di rimprovero. Perciò mi sorprese la generosità con cui il paese partecipò alla cerimonia.
Questo però accadde il giorno dopo.

La stanza era grande e semispoglia di mobilio. Usava che il morto restasse a casa, per una notte, per il compianto dei parenti più stretti. Ma anche degli eventuali, dei quali si faceva la conta come con gli invitati a un matrimonio. Per una vedova fresca di lutto, e per i parenti che conservavano la lucidità mentale necessaria al computo presenze-assenze, lì si scriveva il prologo di una possibile storia futura. In un piccolo paese il caso rotola dentro possibilità limitate ed è difficile che gli affari delle persone si incrocino senza volerlo. Ogni volta si rifanno i conti. Qualcuno in seguito si sarebbe ricordato che tale o tal’altra non si erano fatte vedere.
Le sedie disposte lungo le pareti chiudevano il letto del morto in una specie di grande ferro di cavallo, secondo un ordine che prevedeva una maggiore prossimità al defunto dei parenti più stretti, ma innanzitutto delle donne, come se gli uomini in quella distanza dovessero conservare il segno di un rispetto virile, volta per volta ostentato nell’accogliere gli ospiti, preparare un caffè (ma di rado, perché le donne riuscivano a fare anche quello senza allontanarsi troppo dalla salma), scambiarsi poche parole, meglio se non riguardanti la disgrazia, bensì qualche piccolo affare, come per onorare gli astanti, una forma di cortesia – o forse no. Non capivo se fosse un segno di civiltà o solo il pretesto per disfarsi di un evento ingombrante, cui però diversi fra gli astanti non riuscivano a sottrarsi. Nel brusio qualcosa all’orecchio mi arrivava.
Quel vecchio di settantasette anni solo pochi giorni prima lo avevano visto caracollare in groppa all’asina lungo la mulattiera che lo portava alla vigna. Si ostinava a ignorare la strada asfaltata che, dopo sei anni dalla sua costruzione, ancora fruttava al sindaco litri di olio e quarti di bue – costui era al secondo mandato. E’ un uomo buono, dicevano giù in campagna, ci ha portato l’acqua, la luce elettrica, ci ha fatto costruire la strada. La prima volta che il nonno minacciò di rompere la tessera del partito, fu quando il sindaco gli disse che alla colonia estiva ci sarebbe andato un altro al posto mio, che lui non poteva rifiutarsi, doveva ricambiare un favore, e sarebbe stato per l’anno dopo. Io ero segretamente contento di quell’esito, perché per me, come per molti di noi, appollaiati fra le montagne dell’entroterra, il mare era ancora l’arcano accecante di un altro mondo.
Poi partii ugualmente perché uno dei cinque partecipanti previsti cadde con la bicicletta in un burrone e finì in ospedale.
Nonostante sul partito – credo ora di capire – avessero idee diverse, la tessera del nonno per il momento era salva. Non che lui, partigiano di complemento, fosse mai stato un militante di quelli veri. Persino quella sera di lui malignavano anzi ch’era un fifone, che s’imboscava, in guerra, quando poteva, e zulluso lo chiamavano piuttosto perché era un rompiscatole, uno che attaccava brighe per cose da niente, dicevano, che aveva la polemica facile, e poi menava un vaffanculo e ti lasciava lì, di colpo, piantato come uno scemo.
Solo con me sembrava disarmato – ed è questo che mi spiego a fatica. Anche se ripensando a quella sera, al modo in cui mi guardavano – stavo in piedi in un angolo, fermo, senza segni di cedimento alla notte incombente, ogni tanto avvicinandomi alla salma e sostando, grave, assorto – forse una risposta ce l’ho. Intanto, ero stato l’unico che lo aveva lasciato in pace. Lui aveva combattuto il suo male da solo, contro i medici e contro la famiglia. Continuò ad alzarsi la mattina alle cinque, come aveva fatto per sessant’anni – fatta salva la domenica, non per la messa, ma per la briscola (fra le cose che mi aveva insegnato, il maneggio ragionato e malandrino delle napoletane aveva prodotto i risultati più evidenti – eravamo una coppia formidabile). E questa ai figli non era andata giù. Nove terre e nove figli – cinque vivi solo il tempo di un parto alla buona, nel letto a due metri dalla stalla, tutti maschi, emigrati: Germania, Venezuela, Argentina, Australia. Ora si affannavano a imporgli pareri non richiesti su come doveva morire. Io sapevo come stavano le cose. Il grande sogno di riunirli tutti e quattro si era trasformato in un incubo. Neppure mio padre, che una volta vedovo mi aveva lasciato al paese, aveva saputo evitare di rompergli i coglioni.
Eppure era iniziata bene. Ricordo la prima tavolata, l’emozione intensa che neppure lui, incoraggiato dal vino, seppe nascondere con il riserbo in cui tratteneva di solito i suoi sentimenti. Brindò alla ritrovata unione familiare. Baciò la moglie e ordinò che si tirasse fuori una macchina fotografica. Era quello un tempo di gioia anche per me, l’immagine che ho davanti agli occhi sembra confermarmelo. Dietro il volto del nonno, la pellicola conserva la crosta nuda di un muro che scheggiavo a forza di colpi liftati con una piccola palla di plastica. Solo alcuni anni dopo sentii dire che anche il più grande calciatore del mondo si allenava così.
Ma durò poco, e ben presto iniziarono a mettere becco nelle sue faccende. Le camicie fruste, i modi arcaici di coltivare la terra, il fatto stesso di andare in campagna tutti i giorni, a quell’età. Erano così accaniti nel dirgli come doveva vivere che alla fine lui desiderò solo che se ne andassero. Il telefono glielo impose mio padre; c’ero io di mezzo, e quando si trattava di me la corazza del vecchio mostrava crepe insospettabili. Nelle sue intenzioni avrei dovuto essere l’erede simbolico, un prolungamento ideale di un certo modo di essere che nei figli non lasciava palesare tracce. Ma quell’affare dentro casa non gli piaceva; passi per mio padre, ma gli altri? Perché farlo trillare all’improvviso, alle dieci di sera, d’inverno, come se non lo sapessero che a quell’ora lui era già sprofondato nel sonno e che si sarebbe alzato prestissimo, la mattina dopo?
Ora, colpito dalla malattia senza preavviso, contrariato da figli saputoni e nuore un po’ ciarliere, era un capotribù senza autorità e senza tribù.
Non so come commise quell’errore di valutazione. Perché per quanto provasse a portarmi su e giù fra i vigneti, non riuscivo a ricompensare la fiducia di cui immeritatamente godevo. Non che volesse insegnarmi come usare una zappa, gli sarebbe probabilmente bastato che lo ascoltassi e lo vedessi all’opera, di tanto in tanto. Il rastrello la vanga il forcone.
Sì sì, – facevo io, e guardavo da un’altra parte. Un giorno, poco prima che morisse, mentre ero impegnato nel consueto solitario a due di quando non avevo né palline né palloni e mi apprestavo come di regola a battere il mio fantasmatico avversario (le sue carte finivano casualmente capovolte: ero bravissimo a spiare convinto di non farlo apposta), sentii all’improvviso un grumo vischioso che mi scivolò sulla schiena. Cacciai un urlo, e siccome il nonno – cui gli occhi di vetro ceruleo brillavano dalla contentezza – me l’aveva fatta proprio grossa, mi prese un attacco di nervi, afferrai una grossa pietra – era così pesante che mi ci vollero tutt’e due le mani – e la scaraventai addosso al rospo che m’era sgusciato sotto la maglietta. Ripetei il gesto più volte, con furia, sotto lo sguardo incredulo del vecchio, fino a spappolare quella polpa molliccia: i brandelli dell’anfibio schizzarono in aria e finirono sulle bucce verrucose delle zucche.
Poi con i piedi scavai dei solchi nella terra per cancellare qualsiasi residuo dell’animale. Presi a calci anche le zucche, finii per macchiarmi le scarpe di sangue. Fu la stanchezza a fermarmi; mio nonno, che fino a quel momento si era limitato a guardarmi, si avvicinò, mi afferrò un braccio e con i suoi grossi scarponi coprì quei tubercoli lattiginosi e insanguinati, senza dire una parola – come uno che temesse di seminare mostri futuri.
Non rivelò l’episodio a nessuno.

Di solito, si tornava a casa senza parlare. A me non piaceva salire sull’asina perché una volta un ragazzino più grande, un odioso piccolo cafone che stecchiva lucertole con una fionda e poi sghignazzando ti tirava la coda ammattita negli occhi, mi ci aveva messo sopra a forza, e frustandola a sangue l’aveva lanciata in corsa verso la campagna. Aggrappato al collo dell’asina con quella che chiamano forza della disperazione, riuscii a non cadere, ma lo spavento non lo dimenticai per molto tempo. Fino a quando non seppi che aveva fatto una brutta caduta con la bicicletta ed era finito all’ospedale.
Certe volte per tornare dovevamo camminare due ore, perché il paese, arroccato sopra una montagna, era molto distante dalle terre. L’asina, ignara del pericolo, s’inerpicava con passo puntiglioso sopra gli strapiombi sui quali soffiava un vento tagliente. Il nonno non si capacitava che preferivo farmela a piedi piuttosto che montare su di lei. Io, memore della disavventura, rifiutavo di riconoscerle quella sagace perizia di movimenti che pure avevo sotto gli occhi. E si camminava in silenzio, straniti tutti e due. Lui, perché anche questa volta aveva inutilmente provato a mettermi un attrezzo fra le mani e a spiegarmene l’uso e lo scopo. Io, perché avevo perduto un giorno di felicità.
Perché a me sembrava di saperlo, cos’era la felicità. Uno speciale genere di esaltazione cui era sottesa una specie di aggressività sotterranea, d’accordo, mai appagata, ma forse l’unica beatitudine possibile: dare calci a un pallone. Nient’altro. Sull’asfalto, in mezzo alle macchine, o in un campo sterrato, sotto il bombardamento delle biglie di grandine e il vento gelido che soffiava dalla giogaia degli Alburni: ma menare calci a un pallone. Anche da solo contro un muro. Mentre la nonna tirava il collo alla gallina e la strinava sul fuoco, io, tornato a casa dopo un intero pomeriggio passato a palleggiare, proseguivo imperterrito a tenere in estasi il mio sinistro. Vendicare la sconfitta dell’Inter contro il Celtic Glasgow, due a uno in Coppa dei Campioni, o delle Coppe, non ricordavo più, era successo qualche anno prima. Non avevo pianto mai così tanto in vita mia. Nonostante nel frattempo avessi cambiato squadra, l’unico scopo della mia vita era cancellare quella sconfitta. Lenivo le trepidazioni della mia infanzia soltanto facendo gol – a chiunque. Anche a una porta vuota.
Quando ero costretto a seguire il nonno in campagna, mi sfogavo tirando la mia piccola palla di plastica sul muso dell’asina, assegnandomi punti diversi a seconda se la colpivo su un orecchio o sui denti. Un pomeriggio mi intestardii sul segmento che congiungeva gli zoccoli motosi con l’osso vivo delle zampe. La sfida maturava sul terreno doppiamente precario di un’ambigua fragilità nervosa e del campo arato: compensavo la prima palleggiando, ossia lottando contro l’ovvia instabilità del secondo. Poi sganciavo il mio sinistro caparbio contro l’obiettivo. Non so se il disagio che provo ora a parlarne avesse mai attraversato il gesto del mio piede smilzo, incaponito nella ricerca di una mira esatta. Non sapevo che il sangue del nonno era attraversato da milioni di leucociti impazziti, ma che le volesse bene, lui, all’asina, questo invece lo vedevo. La colpivo cercando di non farmene accorgere, quando lui era lontano e occupato. Ma è questo il punto: possibile che non se ne fosse mai accorto? La comprensione della mia mania – il pallone – non lo inteneriva al punto da perdonarmi quella cattiveria; di questo sono sicuro. Gli animali erano sacri per lui. Per la nonna, il maiale o i conigli erano le bestie, e basta. Per lui, lu zulluso, no. Far del male all’asina poi era peggio che farne a sua moglie. Tant’è che lei le riservava uno sguardo speciale – non geloso, era piuttosto gratitudine per la bestia che se la caricava in groppa, ottanta e passa chili di ciccia, in mezzo a due ceste di mele, biche di grano e zucche per il porco; obbediente e fedele. L’asina non era solo una compagna di fatica, era una testimone.
Fu la nonna ad accorgersi del mio tiro a bersaglio, e per punizione mi portò al frantoio. Non per darle una mano, ma per infliggermi un castigo che non avrei potuto dimenticare – un intero pomeriggio senza pallone.
Un uomo che abitava nel nostro stesso vicolo e che aveva l’abitudine di sollevarmi da terra per le orecchie mi offrì una mela. Lì per lì la rifiutai. Però poco alla volta, senza darlo a vedere, mi avvicinai al suo sacco. Ero in guerra, ed ero abbastanza superbo da non nasconderlo (che fosse questo che mi accomunava al nonno?). Presi una bella mela rossa. La tenni in mano per qualche secondo. Poi iniziai a palleggiare, uno due tre, e con un colpo di tacco magistrale feci rotolare la mela lungo le corazze macinanti della macchina. Bell’e frantumata assieme alle olive.
Avrei voluto essere Rivera, meglio di Rivera. Non ce l’aveva il colpo di testa, lui.

Il nonno aveva una bella voce e gli piaceva la musica. Soprattutto, quando aveva bevuto, gli piaceva cantare. Se tornava a casa arzillo (lui ci teneva a sottolinearlo, che era arzillo, non ubriaco), con la scusa di andare a pisciare finiva inevitabilmente nella loggia che dava su quella di ze’ Giovannina, una vedova poco più giovane di lui.
Le intonava canzoni sentimentali.
Non so se avesse proprio un debole per quella signora, o se fosse solo l’effetto del vino. Da bambino pensavo che il vino del nonno dovesse essere cattivo, perché era rimasto soltanto lui a schiacciare l’uva con i piedi. La nonna, intenta a pulirsi i capelli (operazione che ripeteva settimanalmente, tirandoseli tutti in giù con due pettini diversi, uno per il grosso, l’altro per la polvere più sottile: l’acqua, da noi, era ritenuta importante soprattutto per abbeverare le bestie), indovinava da una melodia stonata che il marito stesse tornando a casa un po’ ebbro. A quel punto posava il pettine su una sedia, si alzava, se lo lasciava sfilare davanti serrando i pugni sui fianchi e lo seguiva verso il balcone. Sbraitava qualche parolaccia in dialetto ma il marito, oramai perduto nel suo volo lirico, neanche la sentiva. La severa matriarca si metteva a cercare la scopa per battere me (che già l’avevo fatta innervosire la mattina, che mi aveva sorpreso anche stavolta con il coso duro, nel letto, appena sveglio, a otto anni, e chissà che cosa mi passava per la testa, secondo lei). Di solito, facevo in tempo a scappar via per le scale. Lei allora la scopa la lanciava nel vuoto, rabbiosa, e imprecava.
– Vat’ fa’ chianda’ nu’ cuazz ‘n gul !
Più tardi, avrei immancabilmente assistito al monologo del vecchio. Le ripeteva che era un’ignorante, una semianalfabeta, che lui l’aveva salvata, sposandola, lei che non sapeva cosa significasse essere allegra, e non ci aveva mai gusto per il divertimento.
Un altro che la gente pensava di fregarla in dribbling, il vecchio.
Il resto non lo ascoltavo. Ero già nell’altra stanza, con la mia pallina gialla. D’altronde, non ero il solo. Specie quando nevicava si era costretti a giocare nelle case, smisurate, irrisolte, mai finite di costruire, prive di tetti, copertura solo a pianoterra, spesso semivuote, con i sacchi di patate che adoperavamo come pali delle porte. Interi tornei svolti così, e mai regolari però, con partite interrotte sul più bello da mamme improvvisamente infuriate che ci cacciavano via, specie se a saltare era un lampadina da cento watt – un lusso, per l’epoca, – fulminata da un tocco balordo del solito pataccaro.
Una volta non feci in tempo a scappare. Sentii la mazzata della scopa sulla schiena prima che raggiungessi le scale. Bestemmiai, per la rabbia – e perché questo faceva ancora di più adirare lei, la nonna.
Mi vendicai la sera stessa.
A quel tempo non amavo i gatti. La nonna diceva che di loro avevamo bisogno; per i topi, molto meglio delle nostre misere trappole, in effetti. Rosicchiavano cappotti e ore di sonno, quei maledetti sorci, li sentivi rufolare di là dal tavolato, nella notte, fra le cataste di legna. La nonna portava il pane caldo dal forno, insaccato nel canestro tenuto irto sulla testa (equilibrio fenomenale!), e la prima preoccupazione era trovare un luogo sicuro in cui conservarlo. Non ne ricordo uno che fosse immune dalle scorribande dei topi. Col tempo avevo imparato ad ammirare la loro astuzia, quella capacità di riconoscere la crosta di formaggio letale, quella appoggiata alla tagliola nel vano dell’armadio più vicino alla porta. Ma ovviamente, ciò che da giovane ammiri e ti fa soffrire, finisci per odiarlo. Forse è questo che intendiamo con la parola immaturità.
Di contro, l’andirivieni di gatti che si presentavano la sera a cena, fermi sulla soglia e austeri come enigmatiche divinità, non mi piaceva per niente. Man mano che andavi avanti con la cena, loro si facevano più intraprendenti e ti scivolavano sotto le gambe. E mai che gli vedessi un sorcio fra i denti.
Quella sera mi capitò sulle scale un felino scuro, un po’ torvo, che avevo più volte sorpreso sul tavolo, ciondolante come un piccolo sovrano viziato. Ora posso dirlo, era un animale raro. Una volta lo avevo visto fuggire dopo aver rovesciato un sacchetto di zucchero per terra; e ancora lo avevo sorpreso mentre infilava una zampa dentro la pentola in cui la nonna aveva depositato il coniglio per la sera. Ma ciò che mi lasciava incredulo era l’ordine geometrico in cui disponeva sul davanzale della cucina le sue mosche. Sembrava allestire triangoli e quadrilateri in base a una logica a me ignota, naturalmente, ma il cui effetto era, chissà perché, più quello di urtarmi i nervi che di affascinarmi. Dovevo essere un bambino ottuso, probabilmente. Una volta che lo trovai con le zampe a sciacquare in un piatto – com’è noto, nelle case del sud allora le porte restavano aperte – gli tirai addosso un coltello. Non lo presi, né questo lo dissuase dal tornare.
Era estate. Rientrai a casa tardi, ancora immusonito con la nonna che mi aveva lasciato un livido sulla schiena. Giravo con una mazza di legno fra le mani. Mi faceva sentire più forte, spavaldo. Era come giocare a Zorro, o al grande Blek, andandosene a zonzo e roteando il bastone. Nell’aria disegnavo arabeschi dentro mappe invisibili chiazzate da brecce di lucciole. Non era esaltante come far gol, ma mi piaceva.
Salii quattro o forse cinque gradini, sudato. Alzai la testa. Il gatto era lì, di fronte a me. Mangiare, aveva mangiato. Lo si capiva dal modo in cui si lambiccava i baffi. Non poteva immaginare che quello si sarebbe rivelato l’errore più grande della sua vita. Perché era troppo soddisfatto, compiaciuto, persino svagato: così fui più veloce di lui, e straordinariamente preciso, per giunta.
Il primo colpo lo prese in pieno sulla fronte. Come se lo avessi stuccato contro la pietra, qualcosa lo risucchiò dall’interno e gli fece piegare le zampe. Sarebbe bastato. Tramortito, accecato dal sangue che gli aveva invaso il muso, il piccolo gatto era rimasto inchiodato sul gradino. Lo colpii ancora. Una materia già floscia, senza possibilità di difesa, soltanto la forza inerziale di un miagolio disperato, un gemito che era come una ragione inevitabile, dunque una resa dei conti, per lui e per me. Non riuscii a fermarmi. Quando scivolò dalle scale nel vicolo, vicino alla stalla, scesi anch’io e lo colpii ancora, lo colpii dentro, sulle viscere ormai scoperte, mi accanii su quel gatto e lo frullai col bastone contro il muro. Sentii un fiotto di sangue sulla faccia. Nello stesso istante in fondo al vicolo scorsi la figura asciutta del nonno che usciva dall’oscurità. Abbandonai quella poltiglia di carne e col cuore che mi batteva forte mi cacciai nella stalla. L’asina era legata e questa era una buona notizia. Dallo stabbiolo uscì il porco, mi ruzzolò fra le gambe e subito dopo sfilò via verso la porta. Mi girai e vidi il nonno che lo respinse con un calcio nella tana.
Non mi aveva mai guardato così, prima.

Me ne ricordai quando lo salutai per la prima volta, prima che portassero via la bara. C’era dalla parte dei maschi, in questa visita al morto che precedeva i funerali del giorno dopo, come una fortuna di potersi sottrarre alla messinscena iperbolica del dolore, del pianto ostentato delle donne, delle mogli e delle madri in primo luogo, e delle vecchiette che giungevano lì come per il coro di una messa, nello spazio necessario e dovuto della melopea liturgica, affetti supposti e mai notati prima, mischiati al chiacchierio delle comparse, tese a sillabare la fissità ritmica del lamento funebre, reiterato per tutta la notte, e a contare il pubblico cioè se stesse, a muovere il capo furtive fra uno sghignazzo e un’approvazione, e qualcuna a offendersi perché quella lì non c’era andata, ze’ Maria, al funerale di suo cugino, che s’era sentita male, aveva detto scusandosi due giorni dopo, e adesso invece eccola qui, anche lei, già con la lacrima pronta, e pronta a gracidare sui casi di suo figlio che non se la sposa più, Carmela del Francese, non se la sposa no, quella zoccola che se la spassa a destra e a sinistra mentre lui fa i sacrifici in Germania. E poi ze’ Antonia, la sorella del nonno, le mani del morto fra le sue, aveva passato tutta la sera in silenzio, muovendo appena le labbra, come in un rosario recitato sottovoce, e poi la stanchezza l’aveva sopraffatta, s’era impossessata di lei e l’aveva sbriciolata come fa un mestolo con i fagioli in una casseruola, e l’aveva stravolta, completamente, si era trascinata sul letto, e aveva abbracciato il cadavere, stretto forte, e prorotto in un grido acuto, straziante, interminabile, non c’era modo di staccarla da quel corpo oramai rigido, gridava il suo nome, lei, Paolo Paoluccio mio, invocava il cielo e compativa se stessa, povera me, gridava piangendo, lei che per tre anni non aveva voluto più vederlo, il fratello, per quella bravata la notte di Natale, quando era entrato nella chiesa di san Salvatore, fra la sorpresa dei paesani che ascoltavano la messa di Don Nicola, e lui s’era messo a fare altrettanto, in silenzio, in piedi, fino a quando, scoccata la mezzanotte, il parroco aveva solennemente annunciato che ecco, era appena nato Gesù, il figlio di Dio, e il nonno, le mani allungate nelle tasche del mantello, si meravigliò, ad alta voce, che questo bambino nascesse sempre maschio, mai una volta che nascesse femmina…
La donna piangeva e abbracciava mia nonna che, dal momento in cui il marito aveva smesso di respirare, inebetita dal dolore, aveva soltanto balbettato una specie di preghiera afona e inafferrabile. Stava già andando via, la povera nonna, subito, con lui, perduta per tutti noi. Forse non si era nemmeno accorta di ze’ Giovannina, che aveva appena portato da bere al giovane vicesindaco, latore delle condoglianze anche a nome del suo superiore, impossibilitato a venire. Seppi anni dopo che il nonno aveva stracciato la tessera del partito quando il sindaco pretese che andasse a chiedere scusa al parroco. Era lo stesso sindaco che lo raccontava ora, in un angolo attiguo alla cucina fra pacche sulle spalle e un cicaleccio sempre più fastidioso. Allora ripensai allo sguardo di mio nonno. Ero vestito di scuro, come lui, ancora adolescente ma con grande senso della parte – forse era scritto che dovessi fare l’attore nella vita. Forse fu per quel risarcimento che gli dovevo, fatto sta che ebbi il coraggio di fare quello che nessuno aveva mai fatto prima – stravolgere il rito paesano della visita al morto, di cui le chiacchiere fra i vivi erano parte integrante. Quando il mormorio raggiunse il volume che non consentiva più di definirlo tale, ordinai a tutti di stare zitti – potevano benissimo andare a parlare da un’altra parte, dissi.

Il giorno dopo, il prete si fece attendere più del dovuto. Il paese aveva già iniziato a straparlare del ragazzino che era tale e quale suo nonno. Nel migliore dei casi era una neutra constatazione, per me l’ennesima, ingiustificata attestazione di prestigio.
Dal tetto scorsi i primi crocchi rassembrarsi dall’altra parte del paese, sul colle opposto, accanto al cimitero. Sotto la nuvolaglia appesa alle pendici di CapoLaSerra, piccole masse si muovevano nella nostra direzione. Di lì a poco anche il nonno sarebbe stato trasportato solennemente lungo il viale che introduceva al rettangolo del cimitero, la striscia di asfalto in salita con le lapidi dei caduti della Grande Guerra allineate lungo i bordi. Di lì a poco anche mio nonno avrebbe goduto di quella deferenza solenne. Poco a poco, le macchie in lontananza si compattarono, assunsero la forma di uno sciame lungo e ondulato. Sembrava che tutto il paese stesse per riunirsi per quell’occasione solenne. Quando la preghiera del prete avvinazzato si sfilacciò in un farfuglio senza senso, il lungo corteo attraversava ormai la piazza, snodato in tre o quattro onde separate mentre risaliva verso la parte vecchia, dove abitavamo noi. Feci un’altra volta su e giù dai tetti alla stanza del morto; ora che la testa del corteo aveva superato l’arco che segnava il passaggio da questa parte del paese, il prete stava esaurendo un ultimo cincischìo di parole a mezza bocca, in cui non si capiva niente, tranne che l’esortazione finale a non domandare a Dio il perché della morte ma solo “disporsi in un silenzio adorante”. Mio padre lo costrinse a chiudere alla svelta, mentre gli uomini e le donne si disponevano in fila, a due a due, ordinatamente, nel vicolo minuscolo che conduceva alla nostra casa, e cominciavano a salire la scala stretta, infine, a uno a uno. L’eco delle campane gravitava sul paese in un metallico vapore che avvolgeva quel pomeriggio irripetibile. Non perché il nonno non sarebbe stato più tra noi, ma perché mi sembrava che non fosse mai vissuto per tutti come in quel momento lì. Vennero a stringerci la mano, anche a me, che mi sentii improvvisamente adulto e fiero di essere un tramite fra i vivi e lui. Lì, nell’estremo saluto per quell’uomo a suo modo eccentrico, mi sembrò che il nonno, lu zulluso, fosse finito fra gli dei anche lui, che morendo, lui così minuto e nervoso, fosse diventato gigantesco, che fosse diventato immortale.

Sono tornato in ciò che è rimasto di quella casa. Ho fissato a lungo le travi del soffitto, cercando di fare il minor rumore possibile. Volevo udire lo scalpiccìo dei topi. Ho sperato che un gatto si affacciasse alla porta. Ora che i gatti non li riconosco più come generica specie, tantomeno sinistra, ma come singoli viventi con un paio dei quali intrattengo un’affettuosa familiarità, non riesco più a mettere a fuoco lo sguardo assente di mia nonna – la donna che ebbe il ventre più accogliente del mondo, buono da crescere tante vite e da far riposare la mia quando vi poggiavo la testa, davanti al camino nelle sere d’inverno e mi addormentavo prima che si spegnesse l’ultimo tizzone. Quella donna morì poco dopo, senza che nessuno fosse riuscito a diagnosticarle alcuna malattia precisa. Semplicemente, in quelle tre settimane che impiegò per ricongiungersi all’uomo con cui aveva diviso la vita, smarrì il senno, disimparò l’alfabeto e non ci riconobbe più.

Michele Lupo

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