Gabriele D’Annunzio: L’ombra del poeta guerriero


dannunzioA cura di Augusto Benemeglio

1.Non c’era nessun dio che poteva aiutarlo
A vederlo aggirarsi fra gli alberi d’ulivo e gli svelti cipressi, nell’imponente splendido isolamento del Vittoriale , villa-sepolcro dove ancora vivo aveva cominciato a morire , Gabriele D’annunzio si sentiva un po’ come il vecchio Casanova di Schnitzler, ora che Titti, la sua ultima ninfa, che lui chiamava Maya, se ne era andata per sempre , come se avesse sentito l’odore della morte intorno a sè; era come il Casanova di Fellini , imbrigliato in gesti e ricordi ossessivi, ora che non poteva più chiedere nulla al suo corpo esausto , sfinito, ridotto ad un’ombra che cammina; non poteva più nemmeno guardarle quelle sue odalische di un antico harem ormai dissolto (oh, quante amanti aveva avuto!, duecento, trecento?, quante donne posseduto, cinquemila ,o più?, e tuttavia quanti desideri inappagati!). Ma ora ridotto com’era quasi alla cecità poteva vedere solo ombre, contemplare la sua emarginazione, nel silenzio fondo, nella solitudine finale, e intonare quelle note intimiste e nostalgiche che aveva solo sfiorato nel passato, poteva solo coltivare le pause e i silenzi grigi di un ultimo orizzonte che non aveva più nessun bagliore di grandezza, di gloria, nessun riflesso di luce dorata. Era alla resa dei conti e non c’era nessun Dio che poteva aiutarlo, consolarlo, confortarlo, compatirlo. Il cielo era vuoto. Murato. Ormai da tempo ridotto a leone senza denti, aquila senz’ali e aviatore di cieli muti con un aeroplano che non volava più, il Comandante aveva dinanzi al suo sguardo in penombra , da semicieco, solo un povero cimelio, una reliquia della storia: era lo SVA del volo su Vienna, su cui aveva perso un occhio in fase di atterraggio , che i visitatori potevano ammirare, fotografare, repertori are, pura archeologia. E cimeli erano anche il glorioso motoscafo antisommergibile della beffa di Buccari, e la prua dell’incrociatore Puglia , con tanto di Vittoria alata, navigli imbalsamati, carene morte , che non avrebbero mai più navigato , come lui , vecchio lanciere a cavallo, vecchio aviatore, vecchio marinaio, e ora solo un’ombra che si aggirava senza sosta per le stanze del Vittoriale , col desiderio che si faceva sempre più intenso di fuggire , ritornare alla casa della madre tanto amata. Non pianger più. Torna il diletto figlio / a la tua casa. E’ stanco di mentire…. Vieni, usciamo. Tempo è di rifiorire/… benchè non sia d’aprile.

1. Tutto qui è una forma della mia mente
Al Vittoriale non era ancora venuto l’Aprile , il più crudele di tutti i mesi , benché il vecchio poeta fosse ormai in attesa della visitatrice più importante ed estrema , con cui avrebbe forse giocato la sua ultima fatale partita a scacchi. Là , da infaticabile collezionista di oggetti i più Kitsch possibili, raccolti in modo caotico , dettato solo dall’ansia di ripetere, elencare, aggiungere , come da giovane aveva fatto con le parole e le citazioni e le amanti , D’Annunzio aveva costruito il mausoleo della propria memoria da superuomo . …Navigare / è necessario ; non è necessario / vivere….O mondo, sei mio! / Ti coglierò come un pomo, / ti spremerò alla mia sete / alla mia sete perenne . Ma ora voleva fuggirne ,evadere e s’afferrava a tutte le notizie del mondo esterno , come un naufrago agli estremi appigli della sua zattera. Il Vittoriale era il monumento di se stesso ,del proprio personaggio, del provinciale, del dandy, del dongiovanni , del poeta , dell’attore , del politico, del guerriero , del sequestrato dal Regime , e forse era il suo capolavoro teatrale in assoluto E’ lui stesso che lo affermò quando ne fece dono agli italiani: con atto solenne .Tutto qui mostra le impronte del mio stile nel senso ch io voglio dare al mio stile , il mio amore per l’Italia ,il mio culto per le memorie, la mia aspirazione all’eroismo…Tutto qui è dunque una forma della mia mente , un aspetto della mia anima , una prova del mio fervore Per la prima volta , forse , indossava una maschera tragica , in una scenario finalmente costruito solo dalla sua fantasia , senza più i soccorsi di Novalis, Carlyle, Maeterlinck a suggerirgli una nuova acustica dell’anima ; c’erano là dentro le nuove simmetrie dell’anima , ombre, corde musicali sfibrate dell’immaginazione, gli arabeschi di una tela di ragno o di una farfalla notturna che va a finire in una bottiglia di birra da scarto; c’era la sua memoria lacunosa , polverosa , piena di reperti archeologici accumulati a caso

2. Il suo aspetto è una rovina
Rieccolo il vecchio poeta (oh, la vecchiezza che ripulsa!) lungo la teoria delle terrazze digradanti tra le vecchie limonaie, tra l’odore dei limoni montaliano , uno scroscio d’aria e di canzoni, le trombe d’oro della solarità. Ed è proprio Montale , che è l’esatto opposto di d’Annunzio , che è l’antieroe , l’osso di seppia espulso dal mare della vita , che dice: D’Annunzio è stato il poeta da cui tutti noi letterati siamo stati attraversati . …Ma ora il Vate , la figura leggendaria, il simbolo della virilità, sempre più piccolo , più curvo e più brutto, calvo, con quel naso grosso , gli occhi troppo ravvicinati e i denti malati . S’aggira al Vittoriale, quel complesso esagerato di edifici, vie, piazze, teatri, giardini, e corsi d\’acqua eretto a memoria della propria vita d’eccezione e delle sue imprese eroiche, come un’ombra dispersa. Vaga , ora, nella villa di ventidue stanze, con la Biblioteca in penombra, la stanza della musica con le pareti rivestite di damaschi neri e d’oro, con grandi zucche colorate e cesti di frutta in vetro di murano, la stanza della Leda , la sua camera da letto, con i versi di Dante: “Tre donne intorno al cor mi son venute” Dante era il solo poeta italiano cui riteneva di poter star dietro: Ormai non riceve più nessuno da mesi, salvo le donne che erano il suo unico divertimento, e il suo ultimo tentativo di ingannare la morte. Dirà Ojetti che era stato a trovarlo poco tempo prima: Il suo aspetto è una rovina, senza denti, con una lingua grossa tra le labbra rientrate …su una palpebra un poco d’eczema, tutto rughe, eppure sembra gonfio , anche la sua stessa lindura, talvolta esagerata e abruzzese, più vistosa che elegante, adesso ha ceduto . Ha scarpe vecchie …mal allacciate, i pantaloni e la giacca pesti …Ma quello che mi ha accolto e ospitato era proprio Gabriele d’Annunzio? Lo vedrò più da vivo? Eccolo, tra i volumi dei suoi autori preferiti, Shakespeare, Dante, Verlaine , Stendhal, o nel bagno blu , o nella stanza del lebbroso dove si ritirava a meditare sulla morte , e dove il suo corpo verrà composto per la veglia funebre, eccolo allo scrittoio del monco, uno studiolo dove sbrigava la corrispondenza , e soprattutto nella sua officina, la stanza dedicata alla lettura e alla scrittura dove passava gran parte del giorno e della notte, a creare le sue ultime opere , i taccuini, i diari, gli scritti di guerra, le faville del maglio il libro segreto …Secondo qualcuno se non fosse scoppiata la guerra D’Annunzio sarebbe rimasto solo un personaggio interessante e pittoresco dell’età vittoriana, ma le sue imprese in battaglia, – la beffa di Buccari, il volo su Vienna, la presa di Fiume – lo trasformarono in qualcosa di speciale

3. Voleva tornare a vedere la sua Roma
Scrive a Dino Alfieri per dirgli che sarebbe andato presto a Roma, un viaggio al quale pensava da tempo , quasi gli fosse balenato alla mente il progetto di sottrarsi alla morte , che sentiva imminente, fuggendo dal Vittoriale, dove se la sentiva ormai intorno. Fu l’ultima sua lettera . La sera prima di morire manda a chiamare il prefetto Rizzo (la sua guardia del corpo e spia prezzolata di Mussolini) , voleva preparare il suo viaggio a Roma, dove sarebbe andato a inaugurare i lavori dell’Accademia d’Italia Gli raccomandò di far riservare al Grand’Hotel l’appartamento che aveva sempre occupato nei suoi soggiorni nella capitale e lo pregò di salutare il duce. Forse prima di morire ricordò il suo primo viaggio a Roma, appena diciottenne, fresco diplomato al liceo Cicognini di Prato, dove avrebbe dovuto frequentare l’università, facoltà di lettere, a cui si era iscritto, cosa che non fece mai, neppure per un giorno. A Roma , giovane capitale d’Italia ,ambienta il suo libro di maggior successo, “Il Piacere”, e la descrive come una splendida città dell’arte e del “piacere”, anticipando il Fellini della dolce vita di almeno 65 anni . E’ il romanzo delle ambiguità , dell’amore duplice, dell’estetica dannunziana . che rievoca un po’ il Goethe delle affinità elettive, o il Maupassant di forte come la morte , il romanzo di cui Musil disse, E’ uno dei primi libri che mi ha fatto conoscere l’arte moderna , il libro che fu apprezzato da Proust e da Joyce , e che fece conoscere e decretò il successo di D’Annunzio oltre i confini d’Italia. E’, si direbbe oggi un romanzo cult , che allora venne messo al bando dalla Chiesa perché osceno , con scene erotiche assai scabrose per quel tempo (qualcuno disse che le pagine odoravano di sperma), con il protagonista Conte Andrea Sperelli , alter ego di Dannunzio , che tende a fare la propria vita come si fa un’opera d’arte , e su questa base giustificare il proprio estetismo decadente. Si ricordò la scena finale del romanzo, la scena della vendita all’asta , che diventa simbolo di una vita fallimentare del protagonista , una vita che per lui stava per concludersi , ora lo sentiva, lo sapeva. .Senza accorgersene , si trovava nel giardino delle ombre , stava perdendosi nella vecchiaia e nella morte Io sono come un’ombra / il mio dolore è come un’ombra /E tutta la mia vita è come un’ombra , vaga, incerta, indistinta,senza nome.

4.Sig. Mussolini, svegliatevi e vergognatevi
Quasi per una contrapposizione dolorosa , ecco l’onda lunga di Fiume, la Signoria di Fiume , che il poeta armato conquistò il 12 settembre 1919 , alle ore 11,45 , e tenne , come Reggente del Carnaro, fino al Natale di sangue del 1920. Le febbrili manovre coi legionari di Ronchi di Monfalcone , l’entrata in città senza colpo ferire , il suono delle campane e delle sirene delle navi l’entusiasmo , l’acclamazione , il delirio della popolazione in festa, il riposo, dopo tanta spossatezza, all’Hotel Europa, da cui lo sveglia nel tardo pomeriggio il fido Keller: Comandante, ecco la nomina a Governatore della città. Chi? Io, governatore?, disse il Vate, ma alle sei era già sul balcone ad annunciare al popolo l’annessione di Fiume all’Italia, ma , contrariamente alle sue speranze, il fuoco acceso da Fiume non si propagò. Il Governo Nitti non cadde, le popolazioni dalmate non insorsero e Fiume non entrò a far parte dell’Italia. Scrisse a Mussolini, che, come direttore del Popolo d’Italia , aveva appoggiato l’impresa . ma ora nicchiava. Mi stupisco di voi e del popolo italiano …voi state lì a cianciare mentre noi lottiamo…Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? Svegliatevi! E vergognatevi, anche, Signor Mussolini…Bucate meno la pancia che vi opprime e sgonfiatela . Altrimenti verrò io quanto avrò consolidato qui il mio potere . Ma non vi guarderò in faccia. E Mussolini s’affrettò ad indire una colletta con la quale raccolse più di tre milioni, ma buona parte dei quali non arrivarono mai a destinazione La questione di Fiume segnò l’apice dell’eroismo di D’annunzio, che ebbe riconoscimenti perfino da Lenin che lo definì senza ombra di dubbio il più grande rivoluzionario italiano, e in seguito Andrè Malraux seguì le sue gesta , facendo a sinistra quel che D’annunzio aveva fatto a destra , dicendo che due erano stati i grandi attori , i superuomini della rivoluzione a cui s’era ispirato: Gabriele D’annunzio e Lev Trockij. Nel primo ammirava il condottiero, il comandante, nel secondo il guerriero, il pensatore, il profeta.

5.Navigare è necessario ; non è necessario vivere…
Ma chi era veramente Gabriele D’Annunzio? Nicola dice che era un grande suscitatore di energie, un prodigioso eccitatore di masse , ma non un vero comandante Solo un mostruoso e intelligentissimo manipolatore di coscienze, uno che poneva l’arte al servizio del coinvolgimento con la politica di massa, uno che aveva le stimmate più inequivocabili dei regimi fascisti, vedi la sua propaganda intervista, l’avventura fiumana, insomma la sua arte era una specie di incunabolo del fascismo, che se ne servì , lo sfruttò, e poi lo mise da parte. Sì, replica Mimmo, ma va detto anche che era un uomo coraggioso, capace di osare, uno che ci aveva le palle , con uno smisurato ego, ma anche con uno smisurato orgoglio e amore per la sua Patria. Secondo me , dice Gabriella, è ancora un mistero tutto da scoprire, nonostante su di lui siano stati scritti milioni di pagine. Per molti aspetti il mondo e l’arte di D’Annunzio sono ancora da chiarire , esigono un lavoro critico approfondito e spassionato. Sono d’accordo, interviene Maria, D’annunzio è tutto ancora da decifrare, anche sotto l’aspetto interpersonale. Nei suoi rapporti con donne, che non sono da collezionista alla Casanova o alla Don Giovanni, come è stato accennato , è strano. Io credo che per lui la donna era solo un pretesto che gli servisse a stimolare la sua accesa fantasia , a prolungare il suo piacere estetico; a lui piaceva estenuarsi , e rimanere inconcluso. Infatti una delle sue amanti più famose, la trasteverina Elvira Fraternali che lui chiamava Barbara aveva un difetto genetico e non poteva essere penetrata . E le donne colte e intelligenti, famose, come Eleonora Duse, – che «aveva profumato la tragedia con la grazia fragile di una rosa della passione”,- .finiscono sempre per sovrastarlo dal punto di vista morale, mettendo in risalto solo l’infinita miseria del suo egoismo Forse il Vate sta ora ripensando alla “divina” e a ripetere, come disse quando seppe della sua morte, che non l’aveva meritata, o magari pensa ai suoi anni migliori, a quell’immensa gioia di vivere, d’esser forte, d’esser giovane, di mordere i frutti terrestri con saldi e bianchi denti voraci, sta pensando al mare, la sua patria, la patria degli uomini liberi , ai sogni, la materia di cui era fatta la sua vita , o al periodo di oscurità, quando per tre mesi dovette rimanere sdraiato a letto , pressoché immobile e con gli occhi bendati, nella rigidità di uno scriba egizio scolpito nel basalte, e ciò nonostante scrisse il Notturno , senza vedere le parole che tracciava su migliaia e migliaia di di strisce di carta che che la figlia Renata ritagliava per lui , pensa alla sua prigione dorata, come confida al direttore del corriere della sera Albertini. Ho passato un lungo periodo di travagli e di tristezze , e di perfezioni interiori…Sono qui ridotto ad essere prigione perpetuo e vedo ogni giorno miseramente sperperato e falsato il mio mondo ideale …Ora so soltanto scrivere… E’ il 1° marzo del 1938, le otto di sera ed è buio, al Vittoriale. Lui è allo scrittorio – come al solito – che dilaga quietamente nel buio come il mare di Pescara, come l’onda di risacca che gli porta la musica del passato: il collegio della Cicogna, la conquista di Roma, i giorni toscani, i giorni parigini, i giorni d’esilio , il senso della vita consunta, la vecchiezza inevitabile, e lui, con mano tremante, che scrive, scrive …E la pietosa, che è venuta ad origliare ed era alla porta , ora entra nello studio:”Come sei pallido, figlio! Riposati un poco, datti un poco di tregua . dammene un poco anche a me . Non ti prendi mai un momento di respiro ?…sempre chino sulla pagina , sei, nella sera che avanza…Amo e temo , quando sono con te, il cavallo alla porta e le ali dell’anima…Ma ora vieni, vieni , andiamo… . Ricordò che anche quando volava con il Comandante Palli, in prossimità di Lubiana ,la morte era venuta a trovarlo. Il motore dell’apparecchio s’era arrestato improvvisamente , colavano a picco, sembrava ormai la fine, ma il poeta non urlava, non si disperava, scriveva: “Mi volsi verso Natale Palli e gli feci segno del commiato inevitabile , posi mano nella tasca della mia casacca per prendere l’ultimo dei miei taccuini , per vergare con la punta di rame una parola , che di tante e tante poteva essere la mia più bella…scrissi; si scrive nell’acqua , si scrive nell’arena , si scrive nella cenere , si scrive nel vento?…Che importa! “Navigare / è necessario ; non è necessario vivere…

Augusto Benemeglio

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