Fools on parade


di Roberto Miano

Era proprio lui.
Quel pazzo.
Era fuori dalla sua macchina con lo stereo a tutto volume. Le tonalità basse facevano vibrare la plastica degli sportelli e lui – fuori -suonava batteria e chitarra agitando la testa e urlando “bulls on parade”.
Faceva salti incredibili e faceva smorfie ad occhi chiusi. La bocca gestiva un set di sorrisi che sembravano riferire di un film emozionante proiettato dall’altra parte delle sue palpebre chiuse.
Era proprio lui.
Quel pazzo.
Lo conobbi che era bambino, come me, mi sembrava tranquillo, come me. Amava i fiori e le piante. Era sempre in ginocchio dentro un’aiuola a cercare qualcosa. Gli altri lo scansavano, anzi a dire il vero lo evitavano e lui sembrava non preoccuparsene, come invece avrei fatto io se fossi stato emarginato dai giochi bambini. Ogni tanto mi avvicinavo io. Cercavo di capire cosa stesse cercando.
“Lascialo stare, quello è tutto matto!”
Mi dicevano gli amichetti.
Io mi affidavo al loro consiglio ma non ero convinto e me ne andavo voltando spesso la testa per capire e per non abbandonarlo in qualche modo.
Lui non aveva amici. Aveva solo un padre seduto su una panchina dietro un giornale, troppo vecchio e solo per poterci giocare insieme. Era diverso. Da me e dagli altri. Eppure mi sentivo violentato dal fatto che le regole del gruppo mi impedivano di poterlo avvicinare. Ogni giorno lo vedevo in quell’aiuola, ginocchia sporche a cercare qualcosa.
“Cosa?”
Mi chiedevo. E sentivo che il fatto stesso di domandarmelo mi scaldava la coscienza.
Poi siamo cresciuti e da allora non l’ho più visto.
Ma poi è tornato, da qualche giorno.
Quel pazzo è tornato a casa, quella del padre, morto qualche mese fa.
Era cambiato. Era diventato un ragazzo, alto e apparentemente molto forte. Ma lo sguardo era lo stesso. Sognante a fissare il suo mondo riservato.
Lo vidi uscire dalla macchina, una vecchia Citroen c1 celestina.
Fui colpito dalla veemenza musicale che ne usciva fuori e dal fatto che l’impianto stereo doveva valere più della stessa macchina. Ne argomentai quanto potesse considerare la musica e quanto il concetto di viaggio per lui prescindesse da quello di strada.
Lo avevo sempre visto in silenzio e calmo da bimbo. Ora ce lo avevo lì,sotto il mio balcone, a saltare, come per sfogarsi, a ballare. Era ad un concerto, senza dubbio tutto suo, ancora una volta solo.
Del resto a lui nessuno lo aveva mai invitato da nessuna parte.
Stava ascoltando i Rage Against The Machine e questa cosa mi fece sorridere perché mi convinse che allora certe alchimie non sono casuali.
Mi ricordo che scesi da casa e gli andai in contro. Lui era rosso involto per lo sforzo fisico, aveva le vene delle tempie gonfie, ma sorrideva e non aveva certo intenzione di smettere.
“Ciao” Gli dissi
“Ciao” Rispose lui con affanno, muovendosi sui piedi con una certa ansia,poi entrò in macchina e abbassò il volume dello stereo.
“Ti piacciono i Rage?” Gli chiesi.
“Solo ai pazzi non piacciono!” Mi rispose.
Sorrisi considerando le implicazioni ironiche della risposta e perché sentivo che stavo recuperando qualcosa. Stavo giustificando qualche assenza.
“Volevo farti le mie condoglianze per la morte di tuo padre” Gli dissi con tono ingessato.
Lui diventò triste, poi guardandomi in faccia e fermando i piedi rispose.
“Grazie,sei sempre stato gentile con me!”
Fui sorpreso.
“Sempre?” Gli domandai. “Ma se è la prima volta che parliamo…”
Diventò incredibilmente serio, poi mi disse
“Ti vedevo sai? Vedevo che cercavi di avvicinarti. Io non ero diverso. Io ero strano. Forse. E sono strano. Forse. Ma la vita è piena di cose strane. Non credi? Voi pure eravate così strani. E io non potevo giocare con le vostre regole. Non perché non mi accettavate, ma perché non piacevano soprattutto a me. Quindi non addossarti colpe che non hai…”
“Già…”
Risposi con il tono di chi però non è poi così convinto.
“Mela togli però una curiosità…” aggiunsi “… cosa cercavi in quell’aiuola ogni benedetto giorno?”
Lui prima sorrise, poi mi spiegò.
“Mio padre mi diceva sempre che le persone banali nelle aiuole cercano i fiori, perché si limitano a guardare in superficie, invece le persone speciali, come me, nelle aiuole cercano le consonanti. E finché non si arrenderanno sapranno di essere ancora speciali.”
Ci pensai su. Non dissi nulla e lo salutai.
“E’ stato bello rivederti!”
Lui fece un cenno di saluto con la testa, poi salì in macchina e, con i Rage Against the Machine (voice of the voiceless) a tutto volume, sparì nuovamente dalla mia vita.
Mentre tornavo a casa passai affianco dell’aiuola. Mi fermai, guardai trai fiori e, nella terra, anche se se solo per un attimo, cercai se mai ci fossero delle consonanti.
Non ne trovai.

Roberto Miano

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