Felice


di Mario Ughi

E’ felice, di nome e di fatto. Lo è sempre stato, fin da quando era bambino. Per quanto indietro lui riesca ad arrivare sulla linea del ricordi, si scopre sempre con il sorriso in bocca. A frugare nella scatola che contiene le sue vecchie fotografie, si può soltanto trovarne la conferma. Questo, naturalmente, togliendo dal tavolo le inevitabili tragedie che ogni tanto la vita ci rifila. Di certo nessuno l’ha visto sorridere al funerale del padre, tranne in brevi occasioni, quando un amico di vecchia data proponeva il racconto di un qualche aneddoto con lo scopo di evidenziare la bellezza di carattere del defunto. Come si dice?
Non c’è matrimonio senza pianto, né funerale senza riso.
Bene, Felice non piange mai, e non perché abbia maturato una particolare propensione a onorare il significato del proprio nome: non piange perché si è felicemente, se permettete il termine, allineato a una visione del mondo e delle cose, potremmo facilmente dire in chiave esoterica, che afferma l’inevitabile transitorietà di ogni evento e situazione. Accettare che niente può restare immutato, e che è inutile cercare di mantenere intatto lo stato delle cose, sta alla base del suo essere felice. Di nome e di fatto.
La pensa come il Budda, Felice, possiamo trovare in questo qualcosa di male?
In effetti, nel corso degli anni si è spesso dedicato a esplorare filosofie e discipline provenienti dal lontano oriente, trovandovi illuminazione, consolazione e sostegno. Certezze.
La vita non potrebbe esistere senza una continua trasformazione, questo lo ha capito molto presto, quando ancora era un ragazzo. Abbracciare la vita significa anche accettare questo, annullando la sofferenza procurata dal restare abbarbicato a un passato destinato a svanire dietro le spalle. Non si è mai pentito di aver abbracciato la vita.
Ricorda ancora l’inizio del percorso che lo ha portato a maturare la filosofia che guida i suoi passi. Era un bambino, e abitava con la famiglia in via Garibaldi. Un giorno sua madre lo spedì a comprare il vino, nella fiaschetteria sotto casa. Attaccato al lungo bancone di marmo vide quello che probabilmente era il primo manifesto nella sua città a pubblicizzare un corso di Judo. Nella foto quanto mai esplicativa, un bambino di circa nove anni proiettava al tappeto un energumeno grande e grosso.
Felice ammirò senza parole l’eleganza del gesto, e la disinvoltura con la quale quel bambino gettava lontano da sé la forza bruta e minacciosa che secondo ogni apparenza avrebbe dovuto facilmente stritolarlo.
Non frequentò mai quel corso di arti marziali, ma pochi giorni dopo, con la paghetta che ogni tanto la nonna gli allungava sottobanco, all’edicola di libri usati in piazza Garibaldi, Felice acquistò il suo primo libro di Yoga, quando ancora per l’intera città, ignara dei flussi migratori prossimi venturi, quel nome rappresentava soltanto la marca di un succo di frutta. Fu l’inizio di una lunga serie di letture che lo abituarono a vivere gettando lontano, con elegante disinvoltura, i pensieri negativi sulla vita. Sempre col sorriso stampato in faccia. Non si può certo dire che i genitori peccarono di lungimiranza, quando gli scelsero il nome.
Profondamente persuaso dalle filosofie di vita che andava scoprendo e maturando, non trovò alcuna contraddizione nell’intraprendere la carriera di avvocato. Anzi, nell’esercitare la funzione di difensore, la pacata serenità con la quale riusciva a trovare attenuanti plausibili ai gesti compiuti dai propri assistiti, e la profonda compassione, nel senso letterario del termine, che lo muoveva a illustrare le ragioni adatte a portare chiunque in modo inevitabile verso un approdo di indulgenza, ne fecero un avversario formidabile nelle aule del tribunale. Divenne ben presto famoso, e molto ricco.
Navigando il fiume della vita con occhio sereno e attento, evitando i gorghi pericolosi delle false aspettative e le secche insidiose della facile presunzione, Felice giunse una sera a incrociare gli occhi tristi e pensierosi di una donna. Il profondo senso di angoscia che gravava sull’esile figura, proiettandosi avanti a lei come una mossa di Judo, lo turbarono profondamente. Raramente gli accadeva, ma provò una stretta al cuore, e per la prima volta, a suo ricordo, si trovò profondamente coinvolto in qualcosa apparentemente dissimile da lui. Attratto da una opposta polarità. Incapace di trattenersi, la seguì sino al portone di casa, dentro il quale la vide sparire. Un vento freddo sembrava volerlo spingere via, ammonitore, ma per la prima volta decise di contrastare la corrente.
Nelle sere successive prese ad aspettarla in prossimità del ponte dell’Angiolo, e sempre più una profonda decisione si radicava in lui. Le informazioni acquisite con calma e prudenza, superando e annullando gli sguardi sospettosi con la forza del suo splendido sorriso, gli rivelarono la triste realtà della famiglia.
La quotidiana dedizione dei due figli nei confronti della madre invalida lo commosse sino alle lacrime, ma ancor di più rimase persuaso dal volto e dalla profondità dello sguardo della donna che lui ogni sera attendeva con infinita pazienza, per intere settimane. Si preparava all’evento lasciando stratificare dentro di sé quel sentimento nato nel breve lampo di un incontro fugace, finché si sentì pronto, quando scoprì il suo nome.
Quella sera la seguì sino al portone di casa, come la prima volta, ma nel momento in cui si apprestava a richiamare la sua attenzione, la vide proseguire oltre. Sulle spalle le leggeva una stanchezza maggiore del solito, mentre con passo lento seguivano insieme, l’uno dietro l’altra, la linea del fosso che costeggia la Fortezza Nuova.
Angela si fermò davanti al bar sull’angolo di via Borra. Felice la superò di qualche passo, poi si avvicinò alla spalletta del fosso, fingendo di ammirare una barca ormeggiata. L’attesa si prolungava, sembrava il tempo si fosse congelato, ma lui, invece di provare ansia o apprensione, sfoderò la sua abituale propensione a lasciar fluire gli eventi. La lunga attesa non riuscì a scoraggiarlo.
Quando lei si mosse, riprendendo la strada verso casa, Felice rimase per un certo tempo immobile, stringendo un silenzioso patto con l’universo. Le concedeva un certo vantaggio. Se lei fosse rientrata in casa prima del suo arrivo, avrebbe lasciato che il fiume del destino la trascinasse via, fino allo sconosciuto mare dell’oblio. Aspettò per un tempo indefinito, poi si voltò.
Mentre tornava sui suoi passi, non venne sfiorato neanche per un attimo dall’incertezza.
Sorrise, nel vederla ferma davanti al portone, le chiavi in mano e lo sguardo perso nel vuoto.
Con occhi limpidi le si avvicinò.
Felice.

Storie collegate: Angela
Tratto da: Livorno – Cronache immaginarie
Mario Ughi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *