Fabrizio Manini – Briciole d’eternità


A cura di Renzo Montagnoli

Quando ho ricevuto questo libro, unitamente all’ultimo “Tentazioni”, ho provato come un brivido, perché mi sono trovato fra le mani, contemporaneamente, la prima e la più recente raccolta di poesie di Manini.
E’ un po’ come se avessi avuto davanti un neonato e un adulto, e a proposito di nascite occorre precisare che questo Briciole d’eternità è uscito dalla tipografia nel lontano 1997, cioè dodici anni fa.
In tutto questo tempo sono seguiti altri volumi, da   Ballate di vita di morte e d’amore a Voglio che dio mi mostri il suo volto, da Grigie distese fino a Tentazioni, una produzione di tutto rispetto considerata anche l’età dell’autore.
Ma l’emozione, che poi era la causa del brivido, derivava da altro, quasi dal desiderio di scoprire archeopoeticamente gli inizi di un’artista di cui conoscevo tutte le opere, meno la prima; insomma l’autore di questa silloge non mi è sconosciuto, ma la curiosità di sapere come scriveva alle origini giustifica ampiamente l’interesse con cui mi sono accostato a questo libro.
Forse volevo cercare conferme, forse mi interessava vedere l’avvio di una evoluzione artistica ancora ben lontana dall’esser conclusa, o meglio ancora cercavo il tassello mancante, quella molla che ha dato origine a una complessa arte poetica; e come ci si emoziona per la nascita di un bimbo, la stessa cosa avviene per quella di un poeta di cui già si apprezzano le qualità.

La notte di un cielo blu
solcato da nere nuvole
di squarci di morte
per la vita di chiunque
beva il suo velenoso sangue,
e una pallida luna beffarda all’orizzonte.

Questa è la prima della silloge e ha fugato ogni timore, perché rientra pienamente, anzi dà l’avvio a quel percorso che Manini, volume dopo volume, ha approfondito e che nell’ultimo “Tentazioni” ha saputo ancor più esplicitare, in quella ricerca di sé, in quella introspezione, volta a cercare il perché dell’esistenza;  fra tanti elementi di quest’ultima già in questa poesia delinea come interlocutore inconscio quello che è certo in ogni essere umano: la morte.

E’ presente pure quella malinconia di fondo che caratterizza tutta la produzione di Manini e che in taluni casi sfocia in una consapevole tristezza, come in Indifferenza (Niente / è per l’uomo angosciato / il dolore dell’umanità / sofferente; / nulla / è per l’umanità angosciata / il dolore dell’uomo / che soffre.). A prima vista sembrerebbe emergere un cinico pragmatismo, ma invece in questo autore c’è una naturale attitudine a portare su di sé il dolore dell’uomo, in quanto tale, e quindi dell’intera umanità, una sofferenza di vivere frutto di un pensiero non nichilista, ma dalla rassegnata constatazione che a noi è imposto vivere come protagonisti di un piano che non ci è dato di modificare, nemmeno sapendo perché esistiamo, ferma l’unica certezza della fine.

Lo stile è un po’ diverso dall’attuale, circostanza del tutto naturale, ma già si nota l’impostazione nel verso libero di periodi brevi, di poche sillabe, quasi che ci fosse anche la sofferta pudica ritrosia di mettere nero su bianco le idee, come in Ferite ( Verdi altipiani / corrono / nell’azzurro del cielo, / ma una lama / non lascia fuggire / la loro speranza.).

Non so se questo volume sia facilmente reperibile, anche se figura ancora in catalogo (al riguardo andate sul sito dell’editore), ma se lo trovate prendetelo al volo e il perché lo capirete leggendolo, ma altrettanto importante, secondo me, è che facciate il confronto con l’ultimo, con quel “Tentazioni” che, a mio avviso, è un’opera di grande pregio.

Renzo Montagnoli Sito

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