Fabrizio Centofanti – Non superare le dosi consigliate


A cura di Augusto Benemeglio

Le confessioni di uno sciamano
1. La poetica degli altri “ Non superare le dosi consigliate”di Fabrizio Centofanti , Effatà editrice, 2011,è un libro- diario, un “libro a venire” che cerca il senso della vita , come ha scritto Giuseppe Panella nella sua prefazione ; se vogliamo è un “classico” nel suo genere, per nitidezza di stile , precisione e pregnanza di concetti, e, come tutti i classici , cerca l’osso dell’osso , la nudità più sincera e spietata , insomma la sua morale, laica o religiosa, come in questo caso, trattandosi di un “cristiano-scrittore” , come lo battezzò Tiziano Scarpa, che ha sempre il coraggio di dire la verità: “Il male vero è il giudizio , sia nostro sia degli altri, l’occhio cattivo, impietoso, insofferente. Se il mondo precipita nel caos , invece di evolvere in fraternità , è a causa di uno sguardo di traverso , incapace di cogliere il bello della debolezza, la grazia struggente della fragilità” ( vds. pag134 “Muli di montagna”)….)
La poetica di Fabrizio Centofanti è , da sempre, la poetica “degli altri” , degli ultimi, dei drop out, dei barboni , dei diseredati , degli sporchi brutti e cattivi , di cui si occupa in modo fattivo, concreto , quotidiano , come Parroco di San Carlo da Sezze , parrocchia di estrema periferia . E’ la poetica dell’Evangelo, che ritroviamo intatta anche in quest’ultimo suo libro ,uguale e pur diverso dai suoi precedenti (“Guida Pratica all’Eternità”, 2009, e “Pret(re)-a-porter, la vita in cinque righe ,2010, della stessa casa editrice Effatà di Torino ) . Non superare le dosi consigliate titolo ironico la sua parte , ma con una sua fondatezza , tra il lusco e il brusco , è sostanzialmente un libro-confessione , talora implacabilmente spietato , cristallino , trasparente, in cui c’è l’anelito , il trasporto francescano verso tutte le creature , vorrebbe essere “una lama di luce nel buio fitto dei fraintendimenti “ (vds.pag.124) Ma non sempre ci è dato di incontrarci , ci è dato abbracciarci , “Perché la vita è questo avvicinarsi senza mai incontrarsi veramente, il simbolo di un appuntamento che si realizzerà alla fine quando la sceneggiatura si sarà conclusa” ( vds. pag. 148,). Centofanti cerca di recuperare quel senso profondo della spiritualità che può ancora salvarci , e che sta qui, in terra,- luogo dove ogni storia si decide – con il faticoso filo d’Arianna che è il lavoro diuturno della quotidianietà , in mezzo a polemiche sterili e i pettegolezzi pronti a perdersi in particolari secondari , nei labirinti inestricabili della mediocrità, trascurando l’essenziale ( vds. pag. 70) , cerca di suscitare scintille di cristianità , barlumi di luce , schegge d’eterno che tracciano un percorso nel franare inevitabile del cosmo .Noi siamo qualcosa, contiamo qualcosa solo se viviamo insieme agli altri , in funzione degli altri. Noi passiamo la vita a scaricare sugli altri i nostri pesi . Qualcuno fa il contrario , ed è questo che lo fa volare ( vds. pag.17) ,

2. Le parole
Le parole di questo libro sono parole-immagini, parole-simbolo che hanno quasi sempre la stessa foggia, la stessa forza, la stessa geometria , la stessa disperante grazia e fragilità , parole che indicano l’indissolubilità di certe scelte, l’efficacia e la precisione di chi non si può permettere di sbagliare verbo o sostantivo, parole che non mutano paesaggi e scenari consueti, parole da marciapiedi dove stanno barboni ubriaconi prostitute, parole da obitori squallidi, gelidi e pieni di pulci, parole da case abitate da disperati, reietti, vecchi senza nessuna speranza se non quella di recuperare una impossibile salute , o ritrovare la fonte della giovinezza ; parole che vorrebbero rifare la nostra architettura interiore , che vorrebbero insegnarci a vedere in trasparenza “il fondo buio della nostra anima “; parole vive e sofferte che stanno in croce senza picchetto d’onore , parole che dobbiamo trattare come pietre preziose, parole che dobbiamo maneggiare con riguardo -. E ancora: parole , libere , senza museruola, senza reticenze, parole piene d’energia parole che hanno la forza del vento , il suono di certe musiche che credevamo scomparse , e che prendono vita talora come illuminazioni improvvise ; parole che portano una nuova accresciuta , moltiplicata energia, che si fanno azione , ti mutano , ti tras-mutano , parole di pastore innamorato che conta le sue pecore , ad una ad una , e parla ad esse, a tutte, con tenerezza e sollecitudine , ma anche con spietata verità: La cattiveria esiste//Il cattivo è recluso dagli altri, o, peggio, da se stesso…Per non essere cattivi , basterebbe aprire la porta e uscire dalla cella , respirare una boccata d’aria pura….(vds. pag.121) Sono talora parole strane, stracci e frecce di sole , che risuonano un po’ strane in questo moltiplicarsi di romanzi da Liale post-moderne , parole che ci parlano di nuovi angeli senz’ali e senza aureola , di santi bevitori, di accattoni, di emarginati, di esistenze misere consumate in mezzo alla violenza e alle umiliazioni , parole che si appoggiano l’una all’altra , formano una robusta cordata , fanno un nodo che non si scioglie facilmente; parole , infine che ci mettono in croce , perché sono piene di indignazione , piene di umanità , piene di pietà, piene di tenerezza , parole che formano la croce, un movimento verticale e uno orizzontale, e che si incontrano al centro esatto, al punto di confluenza di tutte le strade, e lì s’inchiodano , appuntite, vive, vetro fuso, lame ardenti, rivelazioni di fuoco!. Oh, – dirai tu- è davvero un povero Cristo lo scrittore che cerca la rivelazione , la verità nella letteratura ; la letteratura è impotente , non salva niente e nessuno , non giustifica , dice Sartre con la sua faccia di rana. La letteratura è un fallimento e tuttavia è solo dalle sue ceneri che può ri-nascere quello che chiamiamo uomo” (.vds.94)

3. Terre di Nessuno
E’ nel suo Blog culturale, la poesia lo spirito, uno dei primi in Italia per qualità e spessore , che Fabrizio Centofanti consuma le sue corpose e sofferte dosi di medicina letteraria , che poi spesso si fanno libri e si storicizzano. C’è in lui la frammentarietà in cui può afferrare ed esaltare l’attimo fuggente , l’istante vissuto a fondo con la sua pienezza anziché bruciato nella smaniosa ricerca del nuovo , del qualcosa d’altro. Vi è la felicità del fare e non l’ansiosa smania di aver già fatto. Fabrizio naviga a vista , un po’ San Francesco , un po’ Erik il Rosso, con la sua grande intuizione e la straordinaria sensibilità, l’umiltà, la semplicità di cuore , va alla scoperta di una nuova bellezza che – forse – potrà salvare il mondo : la poesia. Cos’è? Amore universale , fratellanza della materia cosmica , che ci rende uguali e liberi.(vds. pag.136). In questo viaggio dello scrittore in un mondo come il nostro dove registriamo di fatto – come scrive Claudio Magris – un implosione di tutti i valori , un allentamento delle tensioni politiche e morali , un indecente cocktail in cui tutto è irrilevante ed eccezionale nello stesso tempo ; uno zapping di sciocchezze , arte , pubblicità, imbonimento, escort e reliquie di Padre Pio; in questo nostro vivere nella società dell’indifferenza e della insignificanza , ci viene il sospetto che Fabrizio venga da altri mondi, altri continenti sconosciuti, una sorta di terra di nessuno. Per comprendere appieno il suo messaggio dobbiamo esplorare quel luogo, dove troviamo qualcosa di simile ad una matrioska , o a una scatola cinese , un testo dentro un testo , o a innumerevoli testi dentro il testo : fantasmi inafferrabili , luoghi invisibili , che esistono solo nel momento in cui li si naviga , viaggi nell’ignoto , arte del traghettare, approdi nei porti del sangue , del fango, delle feci. Terre di nessuno dove trovano rifugio i rifiuti umani , gli zingari, i briganti, gli appestati, terre che sfuggono alle leggi e ai luoghi delle necessità, dove anche le pulci e i pidocchi hanno altro a cui pensare , e tuttavia la morte di un barbone alcolizzato e puzzolente diventa una sorta di apologo . L’amore non è finzione, non è la buona azione quotidiana incorniciata dall’odio distillato in porzioni di ipocrisia politically correct. No , unicamente nel miscuglio terribile di terra e cielo, tenebra e luce, dramma e riscatto , si può trovare , anzi toccare, , o addirittura stringere in un abbraccio quasi carnale, Dio.( vds. pag.53) Lo scrittore , scultore dell’anima , riscatta , restituisce dignità anche alla vita scassatissima , insignificante, molesta di un barbone , uno degli ultimi che non contano nulla nella società, ma contano moltissimo nel Vangelo, anzi è dentro di essi che si nasconde il Cristo : Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto (vds. pag. 18 ) .E’ in quelle terre di nessuno, il cui lo spazio di esplorazione è il confine tra il detto e l’indicibile ; confini che non sono sbarre, o davanzali da cui affacciarsi, , che non sono linee d’ombra , che non sono protezioni dell’ambiguità , ma territori ampi , o piuttosto ampliabili , dove tutto è chiaro, tutto è luce di vita, che risplende anche nel mistero della povertà, della miseria , della sofferenza che troviamo personaggi come Pietro o Antonio, spossessati, vinti dalla storia, dalla società, dal destino, che non hanno neppure il coraggio di alzare gli occhi da terra.

4.La canoa di carta Posso, Bepi?
E’ la classica domanda retorica del parroco all’amico antico, monolite incrollabile e specchio nobile della storia della Parrocchia di San Carlo , dove il giovane Fabrizio muoveva i suoi primi passi ed era , ancora pieno di musica e letteratura componeva canzonette, aveva imparato a fare l’amatriciana , ma già scriveva testi di qualificata critica letteraria, navigava in una canoa di carta e danzava di gioia , e non si chiedeva “Cosa ne sarà di me?” Chi ci insegnerà a coinvolgerci nell’esistenza, a non risparmiarci, a lasciare le sicurezze e le comodità per condividere i cinque pani e i due pesci e raccogliere dodici ceste piene di avanzi da distribuire ancora, in un dare instancabile e infinito, perché cosa sono questi anni che ci sono stati affidati se non un ricevere e restituire, cos’è questa cosa strana fatta di respiri e tensioni ed estasi e conflitti, questo sangue e questa carne se non un mettersi nelle mani degli altri, rischiando di non prendersi più indietro? Se mi conservo, mi difendo, se rimando a un domani indefinito la mia consegna, dimmi, cosa ne sarà di me?( vds. pag.20) Gli anni son volati anche per lui, e Fabrizio è diventato una sorta di sciamano della scrittura ( Scrivere in fondo è come fare una buona vinificazione, aveva scritto un tizio , ma per lui l’unica ricetta possibile è “ sudore e disperazione “) , ma anche della parola , che ogni domenica ci tiene legati , ci avvince , a quell’ora di ebbrezza della fede e della fraternità . Ma poi ? Tutto si disperde , si dissolve , si spegne, si fa cenere. Rimane così la struggente paradossale verità della vita che brucia e si consuma nell’attimo stesso in cui è veramente vissuta . Lui lo dice spesso, la vita vera è ora, nel presente, cogliete l’attimo , non rinviate al domani, e non frugate nel passato. Non basta aver amato, è importante amare, oggi , ora, in questo momento. E’ importante pregare. Ma che cos’è la preghiera, Fabry?. E’ lo slancio di tutto te stesso , una tensione verso qualcosa che è allo stesso tempo al di dentro e al di fuori di te, un tuffo dell’energia interiore , lo spiccare il volo dell’intenzione/azione. Questa è la fede : odore d’incenso e dolore alle ginocchia , grembiule di servizio , drappi viola , porte socchiuse , buio , calci in faccia, dubbi, musica, silenzio. Che riassume ogni dialogo possibile. Questo libro è una canoa di carta , trasferita in un computer , che naviga tra “pezzi di vetro che aprono squarci improvvisi senza che nemmeno te ne accorga” . Naviga tra tappi per le orecchie, borotalco Roberts, ,orologi- sveglia , libri, ect, pezzi di vita, una foto di don Mario che celebra nella cripta di Loreto attorniato da tre preti, tra cui io, pronto ad intervenire in caso di bisogno…(vds.pag.96 ) Il ricordo dell’amico don Mario Torregrossa , il Santo della Madonnetta, è incessante , e poi c’è l’arte, la musica , la pittura , la letteratura , la poesia, la fede , un viaggio nel mistero , tutto è racchiuso in una canoa di carta che naviga ora nella vasca da bagno, ora tra i marosi , è un’azione che deve essere costantemente rinnovata, anche in quei giorni in cui ti cadono le braccia , non hai voglia di lottare. Non hai voglia neppure di alzarti dal letto, Ma devi compiere il gesto , divenire ricordo vivo. “Devi alzarti”, compiere un gesto, diventare ricordo, sensazione, frammento di sollecitudine da scolpire nella memoria del tuo prossimo, perché possa credere di nuovo. Ma talvolta la fede arriva dove meno te l’aspetti, naviga su quella canoa di carta senza una rotta chiaramente definita, e ci disorienta . Questo Fabrizio lo scopre con il suo duro lavoro quotidiano di parroco di periferia , durante la benedizione delle case dove trova un vecchio artigiano che non chiede nessun miracolo per sé ( “C’ho tutto!”) e ne rimane ammirato: .Non ho mai visto una fede così grande: uno contento anche se non gli si fa il miracolo. (vds. pag.33)

5. Il seme del piangere La fede è sempre in dubbio, l’abbiamo visto.
E la possiamo trovare sicuramente lungo la strada della croce , a contatto con un’umanità che ti stanca e ti appassiona, ti porta dentro se stessa parlando di sé, incessantemente, tra le case e le cose più squallide, la fede la puoi trovare anche nel letame che serve a far crescere i fiori . E anche quando non ce la fai più , devi rialzarti e resistere . Resisti, resisti , Fabrizio , perché una tua parola , un tuo sorriso, una tua stretta di mano ci cambiano la giornata , forse ci cambiano la vita. Si cerca il bene, s’incontra il male. Alla fine si capisce che il male e il bene –come diceva Betocchi – sono due specchi della stessa illusione : che è quella di vivere padroni dell’esser proprio. Ora sappiamo che non è così. E nessuno lo sa meglio di lui che va tracciando linee di cartesiana armonia, ma anche note incrinate d’amara malinconia. I suoi temi sono sempre gli stessi : la figura incessante di Don Mario, il santo bruciato vivo , il viaggio, la periferia, e c’è, sempre sotteso , il tema invisibile della madre, Giuliana, la creatura che ama più di tutte . Giuliana è il seme del piangere di Caproni , il seme del piangere di Dante quando gli appare , nel purgatorio, Beatrice e lo obbliga , lo costringe ad una confessione, totale, pubblica , di pentimento, di profonda umiliazione. La confessione di Dante , secondo Spoerri, è forse il nucleo centrale di tutta la Commedia .Dante è dinanzi al fiumicello di Letè ,vede apparire ,sull’altra sponda, Beatrice , in una nuvola , ancora velata. E’ smarrito come un bambino , si volge verso Virgilio, ma non c’è più, è scomparso. Allora, in mezzo a quello splendore paradisiaco, scoppia in un pianto dirotto . Anche Fabrizio piange così, soprattutto quando è lontano dalla Parrocchia: Vengo a piangere a Loreto le lacrime che a Roma ricaccio sempre dentro, perché ogni volta c’è qualcuno o qualcosa a cui pensare. Qui mi commuovo quando e come voglio: davanti alla Madonna o al Santissimo protetto da una specie di sipario, dove entrano piccioni a tradimento, sulla strada verso la terrazza azzurra di Sirolo o lungo le curve in saliscendi che portano faticosamente a Recanati.( vds. pag. 90) Ecco che Fabrizio s’interroga , si confessa, è come la rondine che entra in chiesa e non sa più uscirne; ogni tanto vorrebbe fermarsi, rimanere là dove si trova, ha un desiderio di fuga, vorrebbe trovare un vento che lo spinge e a cui non può opporre resistenza e navigare , navigare con la memoria : Mahler Chopin De Andrè, Snoopy, Pavese Camilleri , Calvino,Neruda , Gimondi ,De Gregori , Paperino e Qui Quo Qua , l’eterno inizio , l’eterna infanzia , l’eterna giovinezza…O forse meglio una sala parto dove tornare a rinascere in forma diversa? . Chi sono io? La ragione per cui mi alzo la mattina, le radici in cui mi riconosco davanti allo specchio della storia , la memoria di essermi sentito , per una volta amato . So che non si tratta di un deposito di cui disporre, ma di un fuoco da ravvivare ogni momento , mentre infuria il temporale e la notte scioglie il suo mantello oscuro (vds. pag. 133). Dalle lacrime alla spada. Essere poeti è prima di tutto una qualità innata, fisiologica. Poeta è colui che “ nulla teme, ma tutto lo ferisce” . Fabrizio non vuole essere maestro di vita vissuta , non vuole essere un guru – come scrive Panella – vuole piuttosto seminare dubbi, preferisce venie a portare la spada , appunto, laddove tutti vorrebbero unanimismo. Noi non possiamo sapere se –scrisse Giulio Ferroni – al di là dell’effetto di disgregazione e di insignificanza in cui siamo precipitati , stia nascendo una nuova dimensione di civiltà , o se il mondo vada verso una dissoluzione che riguarda l’intero orizzonte vitale . Ma quel che è certo è che questo recupero memoriale di Fabrizio , nato nelle condizioni di frammentarietà, incompiutezza, fragilità , reca in sé il senso della potenza e della bellezza , che l’artista riesce ad afferrare , miracolosamente , quasi appena in tempo , prima che sia del tutto sepolta , dissolta, scomparsa , e tutto ciò si fa storia e realtà di questo nostro microcosmo, di questa nostra parrocchia. Grazie alla sua vitale e funzionale energia di scrittore vero, autentico , che è un tutt’uno con il prete e l’uomo. In fondo, scrivere è “avere la passione dell’origine , provare a toccare il fondo”.

6. Caravaggio
Per concludere diremo che anche con questa sua ultima opera letteraria, Fabrizio Centofanti coglie con grande acutezza il volto del mondo e del suo divenire, le trasformazioni del costume, dei valori, le crisi interiori di ciascuno di noi , prende su di sé il fardello delle nostre coscienze, una serie di flashes irrelati col treno in corsa, ci ritroviamo tutti in questo libro , dalla prima all’ultima pagina . “Si scende”, dice il capotreno. E’ finito il viaggio , è finito libro . Ma ci saranno altri viaggi, vero Fabrizio? Lui dice di no, dice che questo è il suo ultimo libro in forma diaristica. Il prossimo sarà un “ romanzo”. Ma il romanzo è ancora possibile ai nostri giorni?, aveva scritto lui stesso. Vedremo. …In questa disamina critica abbiamo completamente omesso i suoi 42 straordinari brevi excursus caravaggeschi, tutti tra luce e ombra, il pittore dell’istinto , della ribellione , della libertà , della verità ( bisogna scegliere tra le neutralità del quieto vivere e l’eroismo della fedeltà a sé stessi – vds. pag.81) che meriterebbero un capitolo a parte. Caravaggio significa la scoperta della forma delle tenebre nella pittura , che interrompe il rilievo dei corpi; ma anche il dramma vivo della realtà. La sua è una vicenda storica fatta di drammi brevi e risolutivi, di lampi geniali e spietati , di luce e ombra. La luce che rivela , fra gli strappi inconoscibili dell’ombra , uomini e santi impigliati in quel tragico scherzo che è il calcolo dell’ombra. Caravaggio è il geometra dell’armonia che rifà la storia della pittura con brividi di luce, che si mette a studiare sui volti l’incidenza dell’ombra, nelle osterie e sulle vie di Damasco, nelle bettole e nelle tende da campo, nelle strade malfamate e nelle cattedrali , nelle stradine piene di coltelli di piazza Navona e nei crocicchi , e nei vicoli maleodoranti della Roma papale . Caravaggio è l’artista che s’incantò di fronte alla magia naturale delle cose, che si mise ad osservare la natura della luce e dell’ombra ,il gioco che fanno la luce e l’ombra, il pavimento inclinato, l’ombra sul muro, il nastro caduto , si mise a teorizzare il caso, l’incidente luminoso e farli diventare causa efficiente di una nuova pittura, di una nuova poesia, facendo tabula rasa del costume pittorico del tempo. Così possiamo dire, in certo qual modo di Fabrizio Centofanti , uno scrittore assolutamente straordinario che si dibatte costantemente tra la luce e l’ombra , che s’incanta come un fanciullo dinanzi alla magia delle cose, l’immobilità di una barca, il taglio elegante delle nuvole, il rimbalzare delle onde, i grumi delle stelle in movimento, un volto in bilico, le belle mattine di novembre, la vita sospesa, un sorriso da 30 dicembre, lo sguardo del lettore, il ricominciare senza fine e il vento, “il vento che mi sospinge. “ Vorrei che una lacrima cadesse fra le chiazze azzurre del mare quasi immobile , toccasse il fondo oscuro della storia ; confesserei , finalmente, quel che non t’ho mai detto: una cosa sola posso darti , il mio dolore. Chiunque tu sia, spero che ti basti” ( vds. pag. 154)

Augusto Benemeglio

Titolo: Non superare le dosi consigliate
Editore: Effatà
Collana: Il piacere di leggere
Data di Pubblicazione: Gennaio 2011
Prezzo: € 12.00
ISBN: 8874026889
ISBN-13: 9788874026883
Pagine: 160
Reparto: Narrativa

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