Fabio Carpi – Bona Parte


A cura di Giuseppe Iannozzi

Un viaggio di e per amore: complici Goethe, Kierkegaard, Dumas
Fabio Carpi, nato a Milano, alterna l’attività letteraria a quella cinematografica. Ha scritto una dozzina di libri e realizzato altrettanti film. Fra i primi è d’obbligo ricordare: I luoghi abbandonati, Relazioni umane, La digestione artificiale (Mondadori), Mabuse (Bompiani), Nevermore (Baldini&Castoldi), Patchwork (Bollati Boringhieri), Come sono andate le cose (Aragno); fra i secondi: Corpo d’amore, Quartetto Basileus, I cani di Gerusalemme, L’amore necessario, Nel profondo paese straniero, Nobel, Le intermittenze del cuore. È inoltre autore di due ritratti: a Cesare Zavattini (Parliamo tanto di me) e a Cesare Musatti (Cesare Musatti, matematico veneziano).
Ad un certo punto della propria vita, volenti o nolenti, arriva un momento ben preciso, che è del destino, che aspettava d’essere vissuto fin dal primo vagito che l’uomo ebbe a scaricare sulle spalle di Atlante: “Bona Parte” è la storia di un giovane, di un senza famiglia sulla falsariga di Hector Malot, di uno sfigato come certi personaggi che abbondano nel “Cuore” di Edmondo De Amicis. Ma non è soltanto questo, la ricerca spasmodica delle proprie origini, perché sì, il protagonista intraprende un viaggio alla ricerca della sue radici, di quelle paterne e che si sono perse sui campi di battaglia bonapartisti. Edgardo è un giusto, non propriamente un umile manzoniano, piuttosto è un avventuriero, uno che se il destino gl’avesse messo in mano una spada non avrebbe esitato di portarsi alla ribalta di onori e di intrighi regali. Eppure, nonostante la povertà di mezzi che il destino gl’ha cucito addosso, Edgardo riuscirà lo stesso ad essere una sorta di moschettiere: il giovane protagonista – che pare esser stato estirpato dalla penna di un Alexandre Dumas– non ha intenzione alcuna di lasciarsi annichilire dagli eventi, per quanto, più volte nel corso della vita, avrà modo di rendersi conto quanto l’alea possa esser crudele contro chi forte solo d’un disperato bisogno di vivere e amare nonostante tutto il male che gl’è d’attorno. Edgardo cerca d’andare incontro al vecchio barone Isaac Kunz, che pare sia stato amico del padre in una maniera tutta particolare. Così lungo il viaggio che intraprende per incontrare il barone, il quale ha in mano un diario del padre, Edgardo incontra almeno due amori, due donne che l’ameranno visceralmente e che spenderanno la loro anima nonché il loro corpo, affinché Edgardo giunga incolume da Isaac Kunz. Facciamo conoscenza di Edgardo quand’è nei pressi della stazione, luogo dell’appuntamento, quando il suo lungo viaggio l’ha già portato a un tiro di schioppo dal barone: ma prima d’incontrare il barone, l’amico del padre, Edgardo avrà modo di riesumare un anno di vita condotta tra pericoli, amori e dissapori sanguinari. E questi ricordi lo accompagneranno pure durante l’incontro con il vecchio barone, che subito Edgardo inquadra per la sua postura effeminata, nonostante la veneranda età. Tuttavia il giovane non può essere sicuro di questo barone: e però sa che è l’unica persona al mondo capace di restituirgli almeno in parte le sue radici. Non senza problemi, Edgardo arriva in stazione, là dove Isaac l’aspetta. Ad accompagnarlo in stazione un ciabattino, Evaristo, che per il disturbo d’accompagnarlo si fa raccontare la storia non poco avventurosa del ventenne Edgardo le cui gote sono infiammate dalla forza e dai tumulti del sangue propri della giovinezza.
In “Bona Parte” convergono tante influenze, alcune squisitamente popolari, altre d’impronta letteraria: le avventure di Edgardo ricordano “Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister, o i Rinuncianti” di Jonathan W. Goethe e i suoi amori hanno l’impeto dolciastro e funesto de “I dolori del giovane Werther”. C’è dunque nel tessuto narrativo di “Bona Parte” di Fabio Carpi un sapore per l’avventura, che non è semplicemente quella popolare à la Dumas; c’è anche – e soprattutto – lo spingersi verso la ricerca d’una comunione cristiana con il mondo, per il riconoscimento della religione di Cristo come il più alto grado cui l’uomo possa giungere, proprio come in Wilhelm Meister. Però in “Bona Parte” non manca l’impetuosità del Werther e nemmeno la sublimazione della bellezza, l’erotismo spirituale, in una chiave dolorosa, quella di Sören Kierkegaard.
Edgardo, una volta che incontra finalmente Isaac Kunz viene introdotto presso un’agiata famiglia: e in essa il giovane farà l’incontro con l’avvenente Floriana, una fanciulla caliente ma anche dominata dal gusto per il bello, ed Edgardo è bello, però ignorante. Non sa niente di musica né un’acca dei pittori da lei amati. Tuttavia Edgardo è bello, ha negl’occhi una luce celestiale, d’innocenza, che mette in ginocchio le resistenze della giovane, la quale l’avvicina ben sapendo d’andare incontro a un sicuro innamoramento. Sarà Floriana a svezzare il ragazzo, ad introdurlo alla bellezza in una declinazione non solo estetica ma anche spirituale.
Edgardo giunge dunque, dopo un viaggio a piedi durato un anno intero, dal barone Isaac Kunz, puntuale all’appuntamento il 21 settembre 1851. Il barone gli racconta di sé, del suo rapporto con il padre, gli svela d’avere un diario scritto dalla mano morente del padre e che glielo darà ma solo se accetterà di passare una settimana in sua compagnia. Edgardo non ha altra scelta se non quella di accettare; ed è così che viene introdotto nella bella società, facendo conoscenza di Floriana. Questo giovane, che dalla vita non ha avuto che sofferenze e sogni subito infranti, in apparenza pare avviato a un’esistenza felice: ed invece i problemi per Edgardo sono solo all’inizio, perché dal passato riemergono le figure di quelle due donne amate e abbandonate dal giovane, Dietlinde e Hilde. “Dopo quella lunga solitudine che aveva contrassegnato la sua infanzia e poi l’adolescenza, Edgardo, infatti, era innamorato soprattutto dell’amore, e fin dal primo giorno del suo avventuroso viaggio aveva ricercato in un modo più o meno consapevole una creatura con cui potersi infine congiungersi. Dietlinde, Hilde, Floriana? Se con le due prime adesso si sentiva come una imbarcazione in balia dei flutti che lo sospingevano ora verso l’una ora verso l’altra, Floriana gli appariva come il rassicurante approdo, anche se talvolta questo gli si presentava piuttosto come un irraggiungibile miraggio […]”: un miraggio cheFabio Carpi, su di uno sfondo bonaportista che ha già visto il tramonto, tratteggia con violenza e timidezza al tempo stesso, restituendoci così le figure di tre fanciulle goethiane quanto shakespeariane.
Fabio Carpi ci consegna questo “Bona Parte”, un romanzo totale che accoglie la tradizione goethiana senza disdegnare l’avventura e gli intrighi amorosi à la Dumas. Scritto con uno stile adamantino, di chi sa il peso di ogni parola, il lettore va incontro a una lettura senza sbavature, dove la trama non è sopraffatta dallo stile e né la trama ottunde lo stile: c’è equilibrio nella penna di Fabio Carpi, che con la scusa d’un tramonto già consumato sui campi di battaglia bonapartisti, ci racconta una storia affascinate, per certi versi morbosa, capace d’attaccarsi all’anima per non farsi dimenticare tanto facilmente. Un romanzo semplicemente magistrale, come pochi.

Giuseppe Iannozzi

Titolo: Bona parte
Autore: Fabio Carpi
Editore: Portaparole
Collana: I Venticinque
Prezzo: € 14.50
Data di Pubblicazione: 2006
ISBN: 8889421355
ISBN-13: 9788889421352
Pagine: 250
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

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