Evadere le tasse

| gennaio 10, 2012 | 0 Commenti

A cura di Arturo Casalati

Nadia Urbinati, eccellente giornalista del quotidiano la Repubblica, ha scritto che “Le tasse sono per lo Stato ciò che il sangue è per il corpo: la vita. Questa analogia ha ricevuto fama e autorevolezza dal più grande teorico dello Stato moderno, Thomas Hobbes, il quale nel Leivatano scrive che non pagare le tasse equivaleva ad attentare alla vita dello Stato”, dissanguarlo, appunto. “Immaginiamo per ipotesi – continua la Urbinati – che tutti i sudditi dello Stato potessero accordarsi e dedicare in un determinato giorno di non pagare più le tasse. L’esito sarebbe la fine immediata dello Stato, la sua morte. Per questa ragione, diceva Hobbes, il sovrano deve usare tutta la forza coercitiva di cui dispone per sopravvivere”.
“Non è un caso, del resto, che neppure i sostenitori della disobbedienza civile riescano a giustificare la disobbedienza fiscale – scrive ancora la Urbinati –. A meno di non essere anarchici coerenti”, non c’è argomento che possa giustificare la morte dello Stato per mancanza di entrate fiscali. Inoltre, va detto che se pagare le tasse è così importante per lo Stato, lo è, evidentemente, altrettanto per noi, in quanto cittadini dello Stato stesso. Non ci sarebbe né proprietà, né famiglia, né bene comune o, forse, più semplicemente vita pura e semplice, senza lo Stato. “Ecco perché Hobbes identificava la morte dello Stato con la nostra morte e, al contrario, la sua stabilità con la nostra. L’interesse è lo stesso.
Questo ragionamento, tuttavia, non è istintivo. Esso vale per tutti i cittadini onesti,ossia per tutti i cittadini che pagano le tasse. I cittadini disonesti, quelli che non pagano le tasse, sopravvivrebbero, e sopravvivono, ugualmente e, in Italia, si vantano di farlo. Hobbes prevedeva infatti che ogni singolo cittadino avrebbe fatto comunque tutto il possibile per sfuggire al pagamento delle tasse.
Mettendo in conto questa sorta di ribellione, lo Stato anticipava le mosse dei sudditi e nell’apposita legge prevedeva la pena conseguente alla disobbedienza. Punire chi viola la legge e non lasciare la speranza di sfuggire alla pena sono le condizioni senza le quali la legge resterebbe lettera morta. Uno Stato, in sintesi, è tanto più stabile e credibile se riesce a imporre l’obbedienza alle proprie leggi. Di conseguenza, più larghe sono le maglie attraverso le quali i cittadini possono sfuggire alla legge, più debole è l’autorità dello Stato.
Applicando questo ragionamento alle leggi che impongono il pagamento delle tasse, si verifica che più numerosi sono gli evasori più lo Stato perde autorità, sia di fronte ai propri sudditi che di fronte agli altri Stati. “Riuscire a far pagare le tasse è quindi – come scrive la Urbinati – una garanzia di autorità”.
Nonostante questo, per lo Stato italiano riuscire a reprimere l’evasione fiscale è da sempre, ed è tuttora, un compito molto difficile. E su questa difficoltà si gioca la credibilità del nostro Stato e dell’interesse generale del Paese.
La coercizione, costrizione a norma di legge tale da escludere ogni possibilità di reazione, è la via maestra  per fare in modo che i cittadini facciano spontaneamente quello che non vorrebbero fare, ossia pagare le tasse. La paura del carcere o del pagamento di una sanzione superiore alla somma stessa è di fondamentale importanza. Su questo si regge il sistema legale di uno Stato.
Tuttavia, in questo settore, l’uso della coercizione non è sufficiente poiché, come tutti sanno, nessun cittadino italiano è mai stato condannato al carcere per evasione fiscale. Fare leva sull’interesse individuale è in questo settore altrettanto efficace rispetto alla coercizione. Hobbes stesso lo riconova quando scriveva che era nell’interesse dello Stato imporre una tassazione equa perché ciò avrebbe reso ai cittadini meno difficile obbedire e, contemporaneamente, avrebbe scongiurato la diffusione di una propagnda antigovernativa.
Un fenomeno strettamente correlato all’evasione fiscale è quello della corruzione nella pubblica amministrazione, in particolare nel settore che si occupa della riscossione delle tasse e dei tributi stessi. La Corte dei Conti è il massimo organo costituzionale che si occupa della contabilità dello Stato, e quindi anche della riscossione delle tasse e dei tributi. Recentemente il Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, parlando della lotta alla corruzione, ha dichiarato: “Occorre una rigenerazione fondata sul merito e sulla professionalità delle pubbliche amministrazioni. Serve un’effettiva, indefettibile, concorrenza, nel mercato. Ci vogliono una generale trasparenza, un’estesa dotazione di banche dati, una seria vigilanza ed efficaci controlli”.
Si tratterebbe – propone saggiamente la Urbinati – di mettere in atto strategie capaci di indurre i contribuenti a trovare conveniente adottare comportamenti virtuosi. L’etica, se non si concretizza con l’interesse, rimane una parola vuota di significato. Si pone quindi una questione assai difficile: come applicare la logica dell’interesse personale al comportamento dei cittadini in fatto di tasse?
Forse sarebbe utile trasformare ogni cittadino in una sorta di controllore del fisco. Gli Stati Uniti lo fanno nel modo più semplice, ossia attraverso la politica delle detrazioni. Il contribuente raccoglie tutte le ricevute di spesa nel corso dell’anno, sapendo che quelle spese verranno detratte in percentuale dalla somma che dovrà versare allo Stato.
È nell’interesse di ciascuno esigere le ricevute delle spese sostenute. Questo, tuttavia, in Italia è di assai difficile realizzazione per via dell’ostilità dei fornitori di beni e servizi nel rilasciare le ricevute fiscali e le fatture fiscali. È per questo motivo che da anni negli Usa i pagamenti con carta di credito hanno validità documentaria fiscale, ed è per questo che in quel Paese le carte di credito sono così diffuse, al contrario di quanto avviene in Italia.
In parole semplici, è nell’interesse del cittadino accertarsi che il dentista gli consegni la ricevuta fiscale per poi verificare che lo sconto che lo Stato gli applicherà sulle tasse sia superiore a quello che potrebbe offrirgli il dentista disonesto per il pagamento senza ricevuta. Non si dovrebbe, quindi, contare solo sull’azione repressiva, ma sull’interesse del contribuente.
Tutti ci auguriamo che i cittadini italiani diventino più onesti. Tuttavia, occorre fare affidamento sulle persone così come sono, non su come dovrebbero essere. È su questo principio che si reggono tutte le costituzioni di tutti gli Stati occidentali. Per questa ragione sarebbe più ragionevole partire proprio dal fatto che l’interesse è il migliore affare: è in nome dell’interesse personale che i cittadini disonesti evadono le tasse. Occorrerebbe fare di ogni cittadino un interessato controllore fiscale. Una buona politica è infatti una politica che rende i cittadini cooperatori nell’applicazione della legge. E non c’è molla più efficace dell’interesse personale per ottenere questo risultato: questa è la radice della virtù.

Arturo Casalati



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