Era solo un pomeriggio d’estate di Renzo Montagnoli


Era solo un pomeriggio d’estate, torrido, senza un filo d’aria, le cicale che frinivano incessanti, i bambini che si rincorrevano intorno allo stagno dove si rinfrescavano insonnolite le anatre.
– Ma l’hai visto oggi? Non ha quasi mangiato, anzi sembrava che si addormentasse sul piatto.
– L’ho visto, l’ho visto. È invecchiato tanto.
– Fosse solo quello, Giuseppe. Ormai si bagna nel letto, è diventato anche incontinente.
– Purtroppo sì, Luisa.
– Io mi chiedo come potremo andare avanti così. Fra poco si farà addosso qualche cosa d’altro…Io non so se riesco a stargli dietro.
– È un bel problema, ma che possiamo fare?
– Le possibilità ci sono. O lo mandi all’ospizio, dove se la sbrigano loro, o prendi una badante.
– Se devo spendere per assistere mio padre, preferisco la badante, perché almeno non si sente abbandonato, non si sente scaricato.
– Parla piano, perché magari è li che ascolta.
– Macché, non vedi che dorme sulla sua solita panchina sotto il salice! Comunque ne dobbiamo riparlare, perché sono d’accordo che c’è da fare qualche cosa.

Sembra che dorma, perché ho gli occhi chiusi e la testa che ciondola, ma ho sentito tutto. Dunque siamo arrivati a questo punto, a quello che temevo.

Il vecchio osservò le mani ossute, dove le rughe trionfavano senza ostacoli, poi corse con lo sguardo allo stagno, intorno al quale i nipotini, incuranti del caldo, si rincorrevano. Avevano una bella pelle liscia e tanta tanta energia, quella che invece in lui stava sempre più esaurendosi.

Non è colpa mia se mi piscio addosso; quando mi scappa cerco di andare alla svelta in bagno, ma non ho più il vigore di solo qualche anno fa. La trattengo più che posso, ma come sono pressi della tazza lei se ne esce con una furia incontrollabile. Forse ho bisogno di un pannolone…Come si diventa da vecchi, peggio dei bambini e mentre per loro tutto va in meglio per me si scivola, quasi inconsciamente verso il peggio.
No, l’ospizio no, l’anticamera della morte; sono nato, cresciuto in questa casa e qui voglio morire. Meglio una badante, magari una bella ragazza russa.

L’uomo si scosse, inarcò un po’ la schiena ed eresse il capo.

Se proprio qualcuno mi deve mettere le mani addosso, mi deve frugare in quei posti, è meglio che sia una bella ragazza. Mani leggere, dita affusolate, che scorrono sulle mie parti intime. Sì, sarebbe una cosa stupenda. Se ci penso, però, che mai potrei farle, come potrebbe rinascere una virilità ormai perduta? Faccio perfino fatica a trovarlo quando devo orinare, un peduncolo di carne morta e avvizzita che fa schifo perfino a me. No, la badante no, specie se giovane e bella, perché sarebbe solo motivo di mortificazione.

– Forse la badante è la soluzione migliore. Resterebbe fra noi e non si sentirebbe abbandonato. Adesso che ricordo,  la moldava che assisteva la signora Erbuschi, morta l’altro ieri, dovrebbe essere libera.
– Sì, Luisa, sai che ti dico? Questa sera vedo di rintracciare questa moldava, così risolviamo il problema.

La moldava? Altro che ragazza giovane e bella. È una donnona sulla sessantina, con due braccia da scaricatore di porto e ha tutti i peluzzi in faccia. Perché dovrei farmi mettere le mani addosso da quell’energumena?
Devo trovare una soluzione, perché capisco che ormai sono di peso e non posso fare torto a mio figlio e a sua moglie, perché non devono sacrificare la loro vita per uno che andrà sempre peggiorando.
Già perdo la memoria e non mi ricordo che cosa c’era a pranzo oggi; in cambio rammento una cena di Natale di quand’ero bambino, con tanti bei tortelli fatti dalle mani sapienti di mia nonna; ne sento ancora il gusto, li vedo avvolti da un velo di burro fuso e noi tutti intorno a mangiarli prima con gli occhi che con la bocca.
Altri tempi, in cui i vecchi infermi non venivano abbandonati all’ospizio, ma curati e assistiti, spesso non senza malumori, dalle donne di famiglia.
La famiglia…Allora era una comunità, con tutti i figli e le figlie, anche sposati, a vivere nella stessa casa, questa grande abitazione di campagna, che poco a poco si è svuotata. 
Ricordo estati come questa, sere calde, infestate da zanzare, ma tutti, dopo il lavoro nei campi, a parlare tra noi, a raccontarci le fole, a partecipare anche con entusiasmo e poi, e poi tutti a dormire nei lettoni con i materassi non ortopedici come oggi, ma ripieni di foglie secche di pannocchia.
Vivevamo meglio? Non lo so, ma di una cosa sono sicuro: eravamo più uniti, più disposti ad aiutarci.
Oggi si diventa oggetti e quando questi non servono più, non sono più in grado di funzionare bene, si gettano, come le cose vecchie e inutili, come me.

– E lui?
– È sempre là che dorme, non sembra nemmeno avvertire tutto questo caldo.

Sento il caldo, invece, ma l’ombra del salice mi rende sopportabile questa continua vampa di calore.
Le estati di tanti anni fa, quelle della mia gioventù, dei primi amori, sembrano così lontane, anche se le rammento così bene.
Aspettavamo con ansia il temporale che avrebbe cambiato la stagione e questo puntuale arrivava alla metà d’agosto. Tuoni, fulmini, vento impetuoso, pioggia scrosciante abbassavano la temperatura e ci annunciavano la prossima stagione, quell’autunno di cieli tignosi, di nebbie fitte e di ultimi raccolti. Sembrava non finisse mai, novembre poi si sarebbe detto un mese di sessanta giorni, ma era una specie di purgatorio, in cui si finivano i lavori della terra e si attendeva il grande inverno, con la sua neve, con le gelate, con le feste.
Dicono che è una stagione morta, ma non era così per noi. Nell’inverno ci si riposava, ci si divertiva anche, si andava per i campi sulla neve a caccia di lepri, si guardavano le forme strane che assumevano gli alberi con il ghiaccio sui rami. La terra dormiva e in certe giornate sembrava perfino di sentirla russare; sotto, c’era il nostro tesoro, quei minuscoli chicchi di grano che, affiorati in primavera, sarebbero poi esplosi nell’oro dell’estate.
Ricordo la mamma che diceva che tutto rinasce a primavera, se nell’inverno è stato a riposare sotto la neve.
Ecco, mi piacerebbe morire d’inverno, essere sepolto sotto la neve e poi tornare a nuova vita in primavera, ancora bambino, ricominciare annusando i profumi della nuova stagione, osservare ancora con occhi svegli i voli delle rondini, sentirsi addosso quella frenesia di fare, di vivere, di amare.

Le cicale continuavano a frinire, i bambini, instancabili, si rincorrevano lungo le sponde dello stagno, le anatre bisticciavano fra di loro.
L’uomo aprì gli occhi per un attimo, quasi a uscire da un sogno, ma li richiuse subito per rientrare ancora nel suo mondo.

Ho fantasticato, ricordando i giorni passati, ma il problema è ancora lì e sono io. Ospizio, badante, assistenza premurosa dei figli per uno che non ha domani che senso può mai avere? Poco a poco diventerei un tronco e non riconoscerei più nemmeno me stesso. Io che ho vissuto mi vedrei negata la dignità nella morte. Sì, credo proprio di essere stanco di respirare, di dare come indirizzo alla mia esistenza solo il ricordo.
Che progetti potrei fare, quando i giorni sono uguali, quando fra me e la vita si va scavando un solco sempre più profondo?
A che pro continuare, tanto più che non voglio essere ricordato come uno che è stato di peso per i suoi familiari. Hanno diritto di vivere anche loro, di avere quella pienezza di possibilità che la remora d’un vecchio finisce con il precludere.
Io ho vissuto ed è giusto che sia così anche per loro.
Se la morte mi cogliesse in questo momento, farebbe un’opera meritoria, ma non si verifica mai ciò che si desidera veramente, né io posso pensare di dare una mano concreta, perché un suicidio non lo vedo proprio. Mi mancano i mezzi, soprattutto. Annegare nello stagno è un po’ difficile in 50 cm. d’acqua e anche se avessi la corda per impiccarmi, questo salice non offrirebbe il ramo giusto.
Però, però…, ricordo un gioco da bambino, semplice in verità. Uno pensa con tutte le sue forze a una cosa e tac la cosa si verifica. Non rammento quante volte l’ho provato, ma sono sicuro che si è realizzato una volta sola. Era inverno e io proprio non avevo voglia di andare a scuola. La sera, appena andato a letto, ho desiderato intensamente che venisse una colossale nevicata e come per incanto è cominciata a scendere, a fiocchi fini, in un turbine di vento, e già dopo un’ora per terra ce n’erano una trentina di centimetri. Però non bastava e io sempre a concentrarmi su quel desiderio; insomma, per farla breve, la mattina dopo c’era un muro di neve di circa un metro. Fatalità? Probabilmente, ma perché non dovrei provare ora a desiderare con le mie forze quello che più di tutto mi sta a cuore?

Il sole cominciava a scendere sull’orizzonte, il pomeriggio volgeva alla fine.

Devo tentare, ma prima voglio dare un ultimo sguardo a questo mondo. Ci vedo poco, ma scorgo davanti a me lo stagno con i miei nipotini, un po’ oltre il campo di mais con le pannocchie gonfie di chicchi e più in fondo questo sole d’estate che se ne va e sembra volermi salutare. Ci sono le cicale che cantano continuamente, sento su una spalla il veloce movimento di una formica, ascolto, ma non li vedo, i pigolii dei pulcini nel pollaio. È questo il mondo che amo, la semplice perfezione della natura dove ogni cosa ha un inizio e un termine, e poi un nuovo inizio e un altro termine, e così via; ogni cosa ha il suo tempo e per me questo è finito.
Ora ci provo, devo solo desiderare con tutte le mie poche forze.

Il vecchio strinse i pugni, reclinando il capo e quasi cessando di respirare.

Ecco, ancora, ancora, ancora! No, non viene. Devo riprovare.
Voglio, ti prego, lo voglio, deve succedere, fa che sia il solo vero desiderio che realizzo in vita mia.
Dai, ancora, ancora!    

Fu allora che avvertì un brivido freddo salirgli dalle viscere e poi questo si trasformò in una spirale gelida.
Il sole, nel suo tramonto, lanciava lingue di fuoco rossastro, poca cosa rispetto al giorno, ma nell’illuminargli il volto scoprirono un accenno di sorriso.
Le cicale smisero di frinire e nella penombra dell’imminente sera la poca luce residua illuminò i bambini raccolti sotto il salice, sgomenti; poi, uno di loro strillò.

Renzo Montagnoli

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