Recensione: Emanuela Botti – Le fate ingorde


Chi sono le fate ingorde? Curioso questo accostamento – quasi un ossimoro –  fra creature della fantasia, cui maggiormente si confà un’immagine eterea e delicata, con una qualità perlopiù reputata in negativo. E se l’ingordigia fosse invece l’espressione di uno spasmodico desiderio d’amore, alias quella capacità d’amare così come solo le donne sanno esprimere e manifestare in quanto madri o compagne?
Questa potrebbe essere una delle principali, ma con ogni evidenza non la sola, delle chiavi di lettura del bel volume di poesie di Emanuela Botti, Le fate ingorde (dopo Le fate ignoranti di Ferzan Özpetek…). “Gli uomini che si voltano a guardare le nostre chiome/ o più in basso/ sembra non vogliano guardarci negli occhi// Noi, fate ingorde/ abbiamo sguardi anche fra i capelli/ e ancora nell’estro delle natiche// Gli uomini che si voltano/ rinunciano all’istinto di leggerci l’anima”. E vi è in ogni caso il sigillo del mistero… intorno all’eterno femminino? Intorno a ogni singola vita?
Il libro – non corposissimo, ma estremamente denso – si divide in tre sezioni, quasi “dichiarazioni programmatiche”: Scomporre il silenzio, Rugiada alla vita, Riprendere il sentiero. Volano alti, ma intrisi di potente carnalità e senza retorica, i versi della Botti: “Credo a chi arrangia parole/ ma non usa la rima/ a chi suda ferite/ mentre beve speranze/ e credo esista il miracolo/ nell’aurora umida tra le gambe:// strozzare il dolore ai bordi degli occhi”… La riflessione sul mestiere della poesia si mescola con la meditazione sull’appartenenza di genere o, meglio, sulla specificità esistenziale dell’essere-donna. Ma c’è anche l’impegno civile, la rabbia, seppur poetizzata, contro la violenza verso le donne: “Sento la rabbia schiumare dal branco/ un gregge sbandato di lupi codardi/ vile deflora il tuo prato// Brucano/ illusi tu sia il loro cibo:/ ingoiano solo la loro miseria”.
Ma non è un mondo di sole tenebre: la tenerezza fa irruzione con il ritratto della bambina incontrata nel parco e la felicità, pur legata a una sorta di lieve sentimento di spaesamento, è sempre possibile (per quanto a sprazzi): “Che poi in fondo cosa resta?/ La felicità provata d’inciampare in una pietra/ distanza e nuvole/ obbedienti alla paura d’essere ciò che hai smarrito”. E il disorientamento stesso può divenire un’occasione: “Così passi la vita a camuffare la nostalgia degli altri/ a mutare la bimba che dorme in te/ nella ragazza che viaggia/ scomoda/ nella testa degli altri”.
Nella sezione Rugiada alla vita si esplora anche la dimensione dell’Eros, quell’accensione, financo dolorosa, dei sensi, la sua potenza vivificante, fra picchi e abissi: “La bocca/ rosso vessillo dei vizi/ beve rabbia/ defibrilla affanni// Gocciola la fantasia/ e allaga curve di voglie// La bocca/ ornamento del peccato di un angelo”. E ancora… “ingordo inghiotte/ bocconi di me/ serviti su piatti di spine […] Nel torpore d’un sonno fantasma/ mi sorprende la curiosità dei tuoi baci sul seno/ e abbevera pregiate gocce di fantasia”.
Nella sezione che chiude la silloge, Riprendere il sentiero, avviene una ricomposizione delle pulsioni, delle più squassanti istanze e urgenze dell’insieme psiche-soma, in una specie di più serena eco del pensiero, la mente a rinvenire idee, intuizioni, dalle più profonde geografie interiori, nel segno di una feconda malinconia e “accettazione”: “Mi resta poca voce/ e tanti addii/ non è arte semplice pronunciare parole già vissute”; “Poi tra gli occhi raduno lontananza:/ con gli anni s’ impara”; “Sulla vetta dei sogni appoggiai un guanciale/ l’alibi di un sogno che non riuscii a dormire” (un vago sentore borgesiano); “che sia un salto tra i rovi o una siesta tra le viole/ quando ti rialzi/ avrai i solchi della vita sulla pelle del cuore”.
Sceglie la brevità Emanuela Botti. Talora le sue poesie sembran frammenti. Frammenti compiuti tuttavia, massimamente evocativi, un panorama di metafore sorprendente, il meraviglioso, un “terribile” da Sturm und Drang, a coniugarsi con le ardue concrezioni/secrezioni del presente e il dolce spettro del futuro.
Ci volteremo ancora a guardare le fate ingorde? E che cosa poi penseremo di noi stessi e dell’amore che dolce ci divora viscere e anima?

Alberto Figliolia

Titolo: Le fate ingorde
Autore: Emanuela Botti
Prezzo copertina: € 10.00
Editore: La Vita Felice
Collana: Agape
Data di Pubblicazione: novembre 2018
EAN: 9788893462990
ISBN: 8893462990
Pagine: 69

 

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