EDUARDO E LA MORTE DEL TEATRO 2


A cura di Augusto Benemeglio

OMAGGIO A EDUARDO NEL TRENTENNALE DALLA SUA MORTE

1.E’ stato lui a portare il Natale nelle case

Vede, – mi dice – Isabella Quarantotti, l’ultima moglie di Eduardo , mostrandomi un piccolo stupendo presepio barocco – , è stato lui che ha portato il Natale sul palcoscenico e nelle case degli italiani con l’avvento della televisione; il presepe, i regali, i broccoli, la sensazione del freddo che fa a Dicembre. Il suo “Natale in casa Cupiello” ha attraversato l’intero Novecento diventando la nuova Sacra rappresentazione del Natale vissuto dal popolo, con la famiglia tipica napoletana e italiana: un padre, Lucariello , tenuto sempre all’oscuro di tutto quel che succede e intento unicamente a costruire un presepe che non è gradito al figlio, e una madre, Cuncettina , che si accolla ogni incombenza della casa , ogni sventura, anche quella di una figlia che non ama il marito… e sullo sfondo la Napoli delle feste, tra struffoli, nenie e capitoni.

E’ vero, Signora. Tutto di questa commedia è memorabile , io ero appena un ragazzino, quando la fecero alla televisione ai primi anni ’60 . E non riuscii a staccare gli occhi dal video neppure un istante, e pure allora il teatro decisamente non mi piaceva, soprattutto quello dialettale. Credo che sia stata un’opera fondamentale per tutta la carriera del grande Eduardo, no?

Certamente. Fu memorabile fin dal momento in cui fu scritta in meno di 24 ore, come atto unico , nel 1931, poi diventarono due atti nel 1932, infine i tre atti attuali, nel 1934. Memorabile fu il successo al Kursaal di Napoli, il primo vero e inatteso squillo di tromba della fortuna del TEATRO UMORISTICO “I DE FILIPPO” DIRETTO DA EDUARDO; e memorabili le battute rimaste proverbiali: “ a zuppa ‘e latte” , “ fa freddo fuori e nu me lavo”, “ te piace ‘o presebbio?

2. Le corna reali di Eduardo Scarpetta

A questo punto entra in scena Marcello Sardella, un signore di 88 anni che ha recitato con Valeria Moriconi, uno che che sa tutto, o quasi, della vita di Eduardo.

“Onn’ Eduà?, vuie tenite ‘e corna! , gridò una volta uno spettatore arzandose dar loggione durante la recita di Edoardo Scarpetta, er padre naturale de Titina ,Eduardo e Peppino…i tre fiji che ebbe da Luisa De Filippo, che era la nipote d’a’ moje, ‘na bella ragazza ventenne, che per certi versi ricorda un po’ Filumena Marturano….
“Sì – rispose Scarpetta – ma so’ corna reali!”.
Ed era vero, perché la moglie Rosa era stata l’amante di Vittorio Emanuele II°, re Pippetto, proprio lui . Co’ questo che vojo dì? Che è vero che tutto in Eduardo , fin dalla nascita – ma direi nei tre fratelli DE FILIPPO, tre geni , uno diverso dall’altro – è MEMORABBILE……Rimangono memorabbili i frizzi e i lazzi che faceva Peppino ne la parte de Nennillo, er fijo a cui er presepio nun je piace, memorabbili i deliqui, e fronne e li sturbi de Titina che faceva Concetta, cioè quella che portava avanti ‘a casa, come sempre fanno ‘e donne de casa ( la casa è DONNA!) , ed è memorabile lo sbadijo del giovane Eduardo, che faceva il vecchio fanciullo Lucariello , co’ quell’aria corucciata , quella fantastica “disappartenenza alla vita”, come ha scritto quarcuno . Tu ‘o vedevi quasi sperso , dietro “a colla”, ‘e chiove, ‘o martiello, ‘e forbice”: grande perzonaggio de la storia der teatro , de la farsa tipica napoletana , innamorato di un zogno , stordito dar vapore dei fumi e da un’ossessione , come se fosse vittima di chissà quale incantesimo…La sua nun è solo ‘a costruzzione , ‘a fabbrica der presepio co’ ‘a “ funtanella cca butta l’acqua veramente” , ma anche tutto er resto, e cioè la scerta d’una strada, d’una via, d’una idea ottusa , di un egoismo assoluto der maschio ferito…der Leone capo branco che c’ha davanti a sé una foresta sterminata di idee nella capa, ma ancora nun sa come dille…Perché i penzieri so ‘na cosa, e lo scritto tutt’artra cosa. E lui lo sapeva bene – da seminalfabeta – quanto c’haveva lavorato, quasi come Vittorio Alfieri, legato su una sedia dal tiranncio zio-padre Scarpetta che je imponeva de copià tutti li scartafacci teatrale…
E sarà memorabbile e direi profetico tutto quello che ‘sto fijo de ‘ndrocchia farà in sessant’anni de teatro, quer foco de fila de’ trovate, de penzate, de voci , de fantasmi , che je scoppiavano in testa e poi sulla scena come mortaretti, che disegnavano un interno casinaro de vita tutta napoletana , abitato dalla miseria, una miseria tutta costruita , lastricata come ‘na strada da simboli…Lì dentro c’era Pirandello, c’era er vaudeville e c’era pure Beckett di cui non conosceva neppure l’esistenza…Prendi ad esempio lo zzì Nicola de Le voci di dentro… Eppure è stato lui che ha decretato la morte del teatro napoletano!
In che senso , scusi?

3. Napoli fa schifo

Lei conosce Roberto De Simone? , interviene Antonella Napoletano, una studiosa della musica tradizionale napoletana con i guanti bianchi. E’ il grandissimo autore della “Gatta Cenerentola”, musicologo e antropologo della napoletanità popolare . E’ lui che che ha smontato il monumento al Garibaldi del teatro. Lo vada a trovare, e capirà. Non vado a Napoli, ma trovo un’ intervista in cui De Simone parla di Béla Bartók, il grande musicista che ricuperò tutta la tradizione popolare della musica magiara , andando a sentire i canti dei vecchi contadini dei monti di Transilvania. Scrisse Gianni Brera che i magiari sono napoletani biondi , ma credo che non ci sia nessun nesso etnico, e tuttavia il grande ascetico e severo maestro Bartok mi ha insegnato moltissimo sulla musica popolare, dice De Simone. Sotto i quadri di un Metastasio aureolato e di un Masaniello morente che sovrastano le pareti della sua grande stanza da pranzo, si parla di teatro e il vecchio artista appare di una rassegnata ironica melanconia. I nostri attori – dice – sono , bravissimi e prendono ottanta euro lorde a serata. E di serate ne faranno un paio a settimana. Un Comune del napoletano , giorni fa, ne ha spesi 70 mila per l’esibizione di un noto cantante. Le pare ci sia proporzione? Mi dovrei incazzare come una bestia, i miei amici dicono: lascia stare Robe’. Ma io non lascio stare. Napoli mi fa schifo. Sempre meno è la città che avrei voluto, che ho amato e sognato». Ma cos’è questo degrado, questa ottusità, questo sprofondare nel nulla? Non c’è più rispetto. E tra un po’ non ci sarà più neanche il pane. Non sente la disperazione che monta? A ogni elezione i politici si riempiono la bocca di promesse. Poi, a cose avvenute, se ne fottono. Di te, di me, di noi. Sto finendo di scrivere un libro in cui racconto questa città, si chiamerà Satyricon, Napoli ‘44». Questa città è imbevuta di volgarità, la volgarità dei neoarricchiti che hanno scippato il benessere esibendolo come una forma di potere».
E 44?
«È l’anno. Doveva essere la rinascita. E’ anno della Napoli milionaria di Eduardo, l’anno de ” add’a passa’ a nuttata”, Invece…».
Con Eduardo eravate amici?
«Posso dire che fu un’amicizia fondata su una grande stima reciproca. Anche se non sempre ho condiviso la filosofia di fondo di Eduardo.
Cosa non le piaceva?
«È indiscutibile che Eduardo sia stato un grandissimo artista. Ma, forse inconsapevolmente, ha contribuito alla morte del teatro napoletano più autentico. Lui non si rivolgeva più alla Napoli popolare, ma a quella piccolo-borghese. Guardava le cose del mondo da Palazzo Scarpetta, con l’occhio del borghese progressista. Lui ha dimenticato Pignasecca e Montesanto: le zone popolari. Il mio teatro era epico, come quello dei Pupi, delle sceneggiate, delle opere di Pulcinella o del melodramma al quale assistevo dal loggione del San Carlo. Questo non ha impedito che ci stimassimo. E lui, nonostante avesse un cattivo carattere, soprattutto con i suoi attori, con me è sempre stato di una gentilezza sopra le righe».
Insomma, Eduardo era troppo razionale per i suoi gusti?.
«Non coniugò quasi mai oralità e scrittura. I suoi sono testi letterari. Pensati fuori da quella grande tradizione alla quale si ispirò, per esempio, Totò e lo stesso Peppino che, nonostante i suoi limiti, era un grande improvvisatore. Eduardo detestava l’improvvisazione. Una lettera, come quella celebre scritta da Totò e Peppino, per lui era inimmaginabile»
Secondo me Eduardo ha segnato la morte del teatro veramente napoletano, si è rivolto più al pirandellismo, anche se ha trovato una sua strada che non è metafisica, ma piuttosto sociale e politica in senso ampio.
Ma lui fa dire a un suo personaggio. ” Eccellenza, Pirandello non c’entra niente: noi non abbiamo trattato il problema dell’essere e del parere. Se imi deciderò a mandare i mie attori qui sopra, lo farò allo scopo di scoprire se il teatro svolge una funzione utile al proprio paese o no. Non saranno personaggi in cerca di autore ma attori in cerca di autorità. Infatti, è proprio la conferma di ciò che le dicevo io.
Ma lei ce lo vede un Pulcinella in cerca di autorità, di cui cerca solo di beffarsi? E poi gli hanno dato un sacco di lauree ad honorem, l’hanno fatto senatore, premi da tutte le parti, hanno tradotto le sue commedie in tutte le lingue, insomma è divenuto un uomo di successo internazionale, tutto il contrario della sorte riservata ai veri cultori dell’arte e del teatro popolare.

4. Questi fantasmi

Eppure lui stesso diceva di sé, sono un illetterato. E con questo voleva dire forse – dice La Capria – che le sue commedie nascevano, più che dalla filosofia dei colti, dall’esperienza dei più, cioè di quel popolo napoletano che lui conosceva così bene e che sapeva guardare con tanta amorevole attenzione.
Era un illetterato che non dimenticava, però, di essere stato a scuola di Pirandello, col quale aveva collaborato e aveva scritto anche un copione, L’abito nuovo, rappresentato nel 1937 al Teatro Manzoni di Milano, subito dopo la scomparsa del grande scrittore siciliano. Si lasci servire se le dico che c’è una grande differenza tra il suo teatro, pur straordinario, e quello della grande tradizione napoletana a cui lui si sentiva legato, ma allo stesso tempo “prigioniero”, per certi versi “estraniato”
Ed è per questo che mescola , con abile dosaggio, gli elementi del vecchio e sempre insuberabile repertorio comico napoletano con elementi stranianti, concettuali, visionari, alienanti, come in Questi fantasmi, dove il protagonista assomiglia a un povero cristo dei tempi nostri, è un’anima in pena, stralunata e innocente di uno che non sa come fare per campare, o è anche una figura ambigua e insondabile di uno che sta oggi in mezzo a noi, che ha smarrito il senso della realtà?. C’è l’anima perduta della moglie, l’anima nera del portiere, le anime innocenti e quelle dannate, quelle tristi e quelle irrequiete, quelle utili e quelle inutili, sono una folla dei viventi, della anime del purgatorio che è Napoli , che sta sempre più precipitando verso l’inferno che ascendere al paradiso.
Io credo che le mie commedie siano sempre tragiche, anche quando fanno ridere, aveva detto Eduardo. Perché si ride in un momento tragico? La mia intenzione è che il pubblica rida di se stesso. Tra cinquant’anni rivedendo “Questi fantasmi” non rideranno più perché sarà la ricostruzione di un’epoca , perché potranno vedere in quest’uomo che crede ai fantasmi per non credere alla realtà la vita di noi stessi, di tutti gli uomini.

5. Era egoista, scostante e avaro

Io dico che non è vero quello che dice De Simone, anzi credo che sia esattamente il contrario, ribadisce Isabella Qurantotti, donna di grande cultura, che collaborò in diverse occasioni con Eduardo, per la televisione e nella traduzione de La Tempesta in Shakespeare in dialetto napoletano, l’ultima opera che Eduardo si accingeva a compiere poco prima di morire. In realtà Eduardo ha portato la sua napoletanità in tutto il mondo, ha reso universale quello che era un teatro regionale e comunque meridionale. E non è neanche vero che fosse – come dice qualcuno – un cinico ambizioso , una sorta di Moloch del Teatro . Io che ci ho vissuto per trent’anni vi dico che era un uomo semplice, sapeva essere affettuoso, tenero, anche modesto, ad esempio non si vantava di amicizie importanti come Orson Welles, che lo definì il più grande attore di tutti i tempi, perfino superiore a Charlie Chaplin, o Laurence Olivier, o statisti come Togliatti, De Gasperi, etc

Sì, d’accordo , ma dubito che fosse quell’uomo semplice che lei dice , lo attestano tanti fatti di cronaca, a partire dalla separazione dai fratelli , definitiva quella con Peppino, i difficili rapporti che aveva con tutti i suoi attori, in particolare con le attrici, forse tranne ( e qui uso un pizzico di malignità) con sua figlia Angelica Ippolito, che ha fatto piangere più volte . Era dittatoriale , scostante e sapeva far sentire in modo pesante la sua antipatia, talora il suo disprezzo a qualcuno che non gli andava a genio ; sapeva ignorare completamente la persona che gli era seduta accanto Nessuno è a conoscenza di suoi gesti di generosità . Anzi si dà per certo che fosse egoista e avaro . E queste cose me l’hanno detto moltissime persone che ho occasionalmente conosciuto, gente che magari lo ammirava molto come artista, ma molto meno come uomo.

Sì, è stato molto esigente e anche spietato in un periodo della sua vita . E’ vero. Era un uomo e come tale aveva i suoi difetti, ma come artista è stato inarrivabile, creda a me. E questo non è solo un mio parere. C’è chi ha detto e messo per iscritto che Eduardo “è stato il teatro”, come lo furono a loro tempo Moliere e Shakespeare.

6. Quando uno è attore non può essere altro

Signora Isabella , a Luca Cupiello piaceva fare il presepe, a Tommasino , suo figlio, no…e a Eduardo?

Non in modo particolare, ma ammirava l’inventività degli artigiani di San Gregorio Armeno, che costruiscono tuttora dei pastori di terracotta che non intendono mai essere un capolavoro artistico eppure sono belli, espressivi, curati nei particolari, nell’espressione del viso. Gli piaceva andare a curiosare tra le botteghe e le bancarelle, dove tra angeli e pastori adesso si può trovare anche oggi una statuina che lo raffigura ( si alza) . Qualcuno ne fa una specie di maschera cafra , sempre immobile, sempre impenetrabile, che a volte si deforma in un sorriso amaro , strano, inquietante, riflesso.
Quando parlava sul serio la sua voce assumeva un tono opaco, come un cielo nebbioso, ove a tratti faceva capolino il sole dell’ironia… quando taceva era un perfetto oratore, ma bisognava aver l’orecchio esercitato ai suoi silenzi, spesso continui, che avevano il valore della sospensione d’animo del vuoto, un chè di doloroso, di vagheggiata stanchezza, ma anche di magico, di sognante.

Amava ripetere qualche augurio particolare?

No. In fondo Eduardo ha vissuto la sua vita sul palcoscenico: tutto quello che aveva da dire sul Natale tradizionale, è in Natale in casa Cupiello. Sentiva che aveva un grande significato per le persone religiose, ma lui non è mai stato né partitico, né religioso; era un uomo che aveva un senso di giustizia sociale, senza essere comunista, aveva amici preti senza essere cattolico. Era un uomo libero, parlava in faccia, diceva quello che pensava, ma era soprattutto un attore e un attore, diceva lui, non esce mai dalla sua professione. Per recitare all’infinito a lui bastava essere sul palcoscenico che era la sua vera casa.

Interviene Marcello Sardella il suo vecchio amico ottantottenne jesino romanizzato.

Lui diceva, Io so’ n’ attore, n’ attore vero, integrale, nun esco mai dalla mia professione. Quanno uno è attore nun po’ esse artro . Tu sei quello e basta . Nun poi tornà indietro . Nun poi esse come l’artri, come i non-attori. N’attore è attaccato ar suo destino come a una funzione inzeparabile da lui. E’ legato come ‘na lumaca a la casa sua , è uno condannato ar supplizzio , alla rota. Esse attori significa incarnà ‘na traggedia , o, forse ancora mejo, denuncialla la traggedia , o addirittura anticipalla… Sto compito veramente ingrato, pe’ ironia della sorte, lo assolvono più di tutti indovinate chi?, Sì, proprio loro, gli attori comici, quelli che fanno ride…e te fanno ride proprio perché te parlano in faccia…E lui dice lui stesso in una delle sue più belle poesie:

Io chesto tengo:/ tengo ‘o pparla’ nfaccia. / Pure si m’aggia fa’ nemico ‘Ddio / e me trovo cu isso faccia a ffaccia,/ nfaccia lle dico chello c’aggia di’.Se scummoglia ‘o fenucchio?/ E se scummoglia!/ Cca’, pe’ tene’ cupierte st’altarine,/ se so’ mbrugliate ‘e llengue/ e nun se sa’pe/ chi te fa bene/ e chi male te fa./ Si nun se mett’ ‘o dito ncopp’ ‘apiaga/ e se pulezza scafutann’ ‘a rinto/ fino a che scorre ‘o sango/ russo e vivo/ cumm’ a chello ‘e Giesù nostro Signore/ ‘a piaga puzza!/ E siente nu fetore/ ca t’abbelena ll’aria/’a terra/ ‘o mare./ E nuie vulimmo ll’aria fresca e pura/ celeste e mbarzamata/ e chillu viento/ ca vulanno/ e passànno/ a rras’ ‘e mare/ se piglia ‘addore/ e ‘a mena int’ ‘e balcune/ pè dint’ ‘e stanze/ e arriva ncopp’ ‘e lloggie/ d’ ‘e case noste.

Augusto Benemeglio

Share This:


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 commenti su “EDUARDO E LA MORTE DEL TEATRO