Dove va la poesia 1


poesia1A cura di Renzo Montagnoli

Quando ho posto le domande relative all’attuale orientamento della poesia ho intitolato il breve e semplice questionario “Dove va la poesia”, senza punto di domanda, sicuro che le risposte mi avrebbero dato risultanze certe. Purtroppo, nonostante avessi interpellato un’ampia pluralità di nominativi (poeti, critici, saggisti) ben pochi hanno ritenuto di accogliere la mia richiesta e, tranne qualcuno che ha voluto motivare la sua mancata adesione, per gli altri, e sono la gran parte, c’è stato solo il silenzio. Beninteso questi hanno il mio rispetto e stima inalterati, però devo ammettere che contavo sulla loro partecipazione, poiché quanto maggiore era il campione, statisticamente tanto più probanti sarebbero stati i risultati. Invece, con poche risposte, si può avere solo un’idea, e molto parziale, del tema che vado ad affrontare. Peraltro, la modesta entità dei responsi non implica necessariamente che il lavoro non possa essere svolto, significa solo che le limitazioni sono ora più accentuate e che quindi il panorama poetico finisce con l’assumere un angolo di visuale più ristretto, con maggiori possibilità di errore.

Quindi mi scuso sin d’ora per l’incompletezza della trattazione, ma cercherò di fare del mio meglio per dare a me e a voi una risposta abbastanza logica.

In quest’epoca, grazie a Internet, è tutto un fiorire di poeti o aspiranti tali e i siti web specializzati si contano ormai a centinaia; l’impressione è che tutti, o quasi, amino esprimersi in versi, con risultati spesso modesti, ma in alcuni casi anche di rilievo.

Non è che prima dell’avvento della rete non esistessero amanti della poesia, però erano probabilmente assai di meno, oppure si ignorava che ci fossero. C’erano versi scritti su quadernetti, fatti leggere in famiglia, o al più a qualche amico, e che finivano impietosamente in un cassetto. La possibilità di renderli noti a un numero teoricamente elevatissimo di persone è proprio intervenuta con Internet e allora ciò che prima non si osava è diventato poco a poco consuetudine, anche perché c’è il riscontro di lettori disponibili a giudicare e a criticare. Così si assiste a una produzione vastissima, tale da far ritenere che la poesia sia un’arte nazionale. Ma che ci troviamo di fronte per lo più a dilettanti è dimostrato dal fatto che libri di poesia, ora più numerosi, se ne leggono pochi, e non tanto per motivi di economicità (su Internet i testi sono gratis, mentre un libro ha un prezzo), ma proprio per il motivo che spesso chi scrive in versi ha occhio solo per i suoi e non aspira ad approfondire, a conoscere, a imparare, a migliorare.

La maggior parte sono e resteranno dilettanti, magari con liriche anche gradevoli, ma che somigliano tanto a quei quadretti che si vendono nelle fiere per pochi euro e che hanno l’unico scopo di rendere meno uniforme una parete.

Più che un’arte, la poesia, nella sua diffusione internettiana, è diventata uno sport, praticabile da tutti in base alle proprie possibilità, che però la maggior parte non desidera accrescere. E invece interessarsi di poesia vuol dire spesso studiare, analizzare i versi, cercare, al di là del loro significato, l’equilibrio armonico, metterne in luce la struttura, quale tipo di metrica è stato utilizzato, insomma quasi una vivisezione, grazie alla quale di più si apprezza l’opera e maggiormente si accresce il proprio patrimonio culturale. Sì, perché la poesia sia arte necessita di forma e sostanza; escludendo una delle due ci si trova di fronte alla manifestazione di un animo poetico, ben lungi tuttavia da rappresentare un qualcosa che lascia il segno, che riluce per qualità indubbie, insomma che ha raggiunto lo stato dell’arte, quando assai più spesso invece ci troviamo di fronte a lavori che nel migliore dei casi si possono definire artigianali.
Se domando “Dove va la poesia”, si sottende che in precedenza da qualche parte andava e infatti è così. E senza giungere a parlare delle correnti poetiche più remote, per brevità e anche semplificazione mi corre l’obbligo di riassumere quali siano state quelle caratterizzanti il secolo da poco concluso.
Mi scuso per l’indispensabile brevità, pur cercando di essere esauriente.
Nel XX Secolo, più che nei precedenti, le correnti letterarie sono state influenzate dagli avvenimenti socio-politici, anzi in alcuni casi, come nel futurismo, sono diventate il supporto di ideologie politiche.
La poesia del ‘900 inizia con due correnti che sono senz’altro in contrasto fra di loro: il futurismo e il crepuscolarismo. Il primo è intriso di fede per un futuro in cui tutto è possibile, è l’esaltazione delle capacità umane, tutto si può raggiungere, purché si voglia, l’ottimismo è imperante, la società delle macchine libererà l’uomo da ogni schiavitù, la guerra è rigeneratrice, il fascismo è la nuova religione, il passato non ha alcun valore, anzi deve essere sepolto. Il principale esponente è Filippo Tommaso Marinetti, ma fra i nomi che vi hanno aderito figura anche Aldo Palazzeschi. Il crepuscolarismo è decisamente l’opposto, canta del quotidiano grigiore, di una vita silenziosa priva di grandi ideali, insomma i suoi esponenti aspirano a una esistenza semplice e statica. Crepuscolari sono Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Marino Moretti, solo per citare i più noti.
Con Giuseppe Ungaretti nasce l’ermetismo, corrente poetica così definita nel 1936 dal critico Francesco Flora per il linguaggio non certo facile, a tratti ambiguo e quasi misterioso. I versi degli ermetici sono parti di una verità che ha molti significati, rinchiusi in pochissime parole. Questi poeti avvertono una netta cesura con la realtà sociale e politica che li circonda, sono condannati a un’intensa solitudine morale, quasi una reazione al futurismo che vedeva invece in rosa. I maggiori esponenti, già tutti scomparsi, sono, oltre al citato Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Vittorio Sereni e Mario Luzi.
Umberto Saba e Vincenzo Cardarelli, poeti di indubbio valore, non si possono invece inserire fra gli ermetici, grazie al loro verseggiare semplice e comprensibile con immediatezza; al contrario, per certe caratteristiche, precursori dell’ermetismo sono Dino Campana e Arturo Onofri.
Come da una guerra mondiale (la prima) nasce la corrente poetica ermetica (al riguardo assai indicative sono le poesie dal fronte di Ungaretti), dalla fine della seconda si assiste a una sua progressiva decadenza; in un paese drammaticamente sconvolto, in cui la miseria e le disuguaglianze sono caratteristiche indissolubili, si vuole riaffermare il valore sociale della poesia, la vibrante denuncia di storture e di ingiustizie. Appare così il neorealismo, i cui più noti rappresentanti sono Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Sandro Penna, Elio Fiore e Vittorio Sereni.
Tuttavia, a partire dagli ’60, c’è un gruppo di autori che sente la necessità di innovare profondamente, rifiutando i modi espressivi canonici e dando vita a una continua sperimentazione linguistica. Tra questi ricordo Edoardo Sanguineti, Franco Fortini e Andrea Zanzotto, tutti già deceduti, per ultimo Zanzotto.
Ci si chiede: e dopo queste correnti, i cui fautori non possono più offrire nulla perché scomparsi, che cosa c’è? Cosa ci riserva questo inizio del XXI secolo?
Allo stato, non si vedono nuove sperimentazioni, così come scuole e gruppi non sorgono, lasciando alle iniziative dei singoli, spesso con ascendenti ermetiche, talora animati da principi neorealistici. Manca, però, una visione chiara e sembra che la globalizzazione, invece di unire, di uniformare le idee poetiche, abbia per contro isolato gli autori, ognuno intento a coltivare il proprio giardino letterario.
Non mancano tentativi di sperimentazione, ma, ahimè, questi sortiscono in versi che sono periodi, in liriche che sono prose, in contenuti spesso asfittici.
In questo contesto per gli appassionati di poesia è giusto domandarsi dove essa vada e al riguardo, per quanto come già detto di limitata valenza, provvedo ad andare alle risposte alle mie domande ai soggetti del campione. Per ovvia brevità, pur citandoli, fornirò un sunto del loro elaborato.

Prima domanda
Da sempre cenerentola quanto a mercato, se raffrontata con la narrativa, la poesia tuttavia più che la prosa mostra nel tempo più frequenti evoluzioni, per quanto, a mio parere, in questo inizio di secolo stia segnando il passo. Non mi pare, infatti, di vedere qualche cosa di realmente nuovo, se non riproposizioni, più o meno riuscite, di varianti dell’ermetismo.
Concordi con questa opinione? In caso contrario, esprimi liberamente il tuo pensiero, suffragandolo con elementi di giudizio.

E’ questa la più cruciale, perché introduce direttamente al tema.
Lorenzo De Ninis premette che il secolo è da poco iniziato e quindi c’è tempo perché nel suo corso avvenga qualche cosa di nuovo, però parla di un’analisi psicologica che riguarda il mondo interiore, non facile, e che quindi porta il poeta a essere un po’ enigmatico, caratteristica questa sovente riscontrabile nell’ermetismo. Più che una vera corrente quel che manca è una voce autorevole, un uomo guida a cui gli altri possano fare riferimento.
Sulla stessa linea dell’analisi interiore è Domenica Luise, ma il problema reale è che tanti, troppi scrivono male, e che quindi, come in economia la moneta cattiva scaccia quella buona, le voci valide stentano a essere udite. Il problema della miriade di poeti, e della loro scarsa qualità, è avvertito anche da Franca Canapini, che però non ritiene così indispensabile l’avvento di nuove correnti poetiche, mentre ritiene imprescindibile l’elevato valore tecnico e creativo dell’artista che potrebbe anche dare avvio a una nuova scuola, a un nuovo indirizzo. Maria Carmen Lama pone invece l’accento sulla saccenteria di non pochi autori, che porta a risultati sconclusionati, come – aggiungo io – un navigatore impazzito che non riesce nemmeno più a raccapezzarsi su quale sia il punto di partenza. Secondo Valentino Vitali la ricercata esasperata del nuovo tende a mortificare l’espressione poetica e quindi più che correnti si formano rigagnoli che si disperdono nel nulla. Pina Vicario indica un nuovo orientamento, che peraltro è una riproposizione del neorealismo, cioè la cosiddetta poesia civile, di denuncia, con l’aggiunta di elementi propositivi che possano sanare storture e ingiustizie, così che potremmo avere una poesia, oltre che civile, anche politica. Salvatore Armando Santoro, con un rimpianto vivo per Pasolini mi sembra che venga a riproporre pure lui la poesia civile, e del resto, a mio parere, il mondo e le sue genti ne avrebbero bisogno per scuotere letargiche coscienze. Aurelio Zucchi, invece, lamenta che la globalizzazione del sentire poesia, ma anche di farla, è andata sempre più ancorandosi a parametri di riferimento troppo cristallizzati che, per quanto universali, comprimono il campo d’azione (lettura e scrittura) di chi si appresta a prendere confidenza con la seria arte della poesia. “, cioè, in poche parole, il retaggio dei grandi poeti che ci accompagnato negli studi scolastici è talmente forte e radicato che costituisce un ostacolo quasi insormontabile per dare vita a nuove voci, anzi in questo caso, a un nuovo coro. Maria Teresa Santalucia Scibona preferisce essere cauta, mancando la prospettiva necessaria affinché ogni Poeta e ogni rivolo letterario possano acquisire un loro specifico rilievo, in quanto attualmente siamo parte di un coacervo in ebollizione dal quale dovrebbero, e potrebbero, nascere nuove correnti letterarie. Quindi occorre lasciare spazio al tempo, affinché sia possibile giudicare con obiettività e serenità la produzione di nuovi autori, peraltro viventi e piuttosto noti.

Seconda domanda
Posto che è improponibile un ritorno alla poesia con una metrica rigida e che quindi il verso libero, oppure solo apparentemente tale, ha ormai consolidato il suo primato, sei dell’opinione che una poesia debba sempre avere una sua struttura equilibrata e armonica, ciò al fine anche di differenziarla dalla prosa?

Per Lorenzo De Ninisé essenziale che la poesia abbia una sua armonia, ritmo e musicalità, anche se la tendenza è quella di unificare poesia e prosa “. Peraltro è dell’opinione che il ricorso a una struttura metrica canonica oggi sia ormai anacronistico, anche se il retaggio dell’insegnamento scolastico fa sì che tendiamo a vedere una lirica come tale solo nel solco di una tradizione che indulge ai poeti classici, lasciando un minor spazio ai moderni. C’è anche chi – è il caso di Domenica Luise – ricorda come il verso libero fosse già in uso presso i poeti greci e che quindi non sia frutto dell’ermetismo. Più specifica è Franca Canapini che scrive “Per armonia intendo equilibrio tra le parti, scelta di parole, ritmi e toni appropriati al tema affrontato”. Quindi, anche per lei il ricorso alla metrica classica appare ormai desueto e, aggiungo io, non è vero che il verso sia sempre così libero, perché l’autore può ricorrere a una propria metrica, con l’utilizzo anche di rime interne, di assonanze e perfino di dissonanze. Ciò che conta è che la struttura che ne esce sia equilibrata e presenti quell’armonia, quel ritmo che è proprio della poesia. Anche Maria Teresa Santalucia Scibona, pur non disconoscendo la valenza della metrica classica, è del parere che ognuno abbia la libertà di trovare “una propria cifra riconoscibile e congeniale.”. Chiarissima è poi Maria Carmen Lama che scrive “ Non è detto che non ci debba essere una metrica rigida, ci sono poesie costruite secondo schemi classici che hanno una loro gradevolezza, non fosse altro perché trattano temi attuali e, il più delle volte, ironicamente. …. È vero che siamo più abituati al verso libero (purché non sia prosa spezzettata…), ma questo deve avere comunque una sua musicalità interna, altrimenti la poesia non c’è.” Sulla stessa lunghezza d’onda è Valentino Vitali, che attribuisce più importanza alla libertà di espressione di una poesia che dovrebbe essere una vera e propria esondazione interiore. E analogamente Pina Vicario sottolinea come “ la poesia deve avere un linguaggio diverso, essere in grado di impressionare e colpire l’immaginazione; deve arrivare al cuore, commuovere, suscitare emozioni; avere un ritmo e una musicalità interni, rispondere alla voce più intima del poeta, alla sua ispirazione creativa. “ Il ricorso alla metrica canonica, fatta di regole ferree, di continui paletti toglie inoltre spontaneità e immediatezza. Di diverso avviso è Salvatore Armando Santoro, con una lunga elucubrazione in favore della poesia classica e quindi della metrica canonica, di cui si dichiara cultore e a cui spesso ricorre, pur non disdegnando il verso libero. Assai più conciliante è Aurelio Zucchi, che scrive “Dimenticando il ritmo, la musicalità e la collocazione ideale delle parole lungo il perimetro del verso, la composizione finisce col non assorbire le primarie intenzioni del cuore, fagocitando l’emozione da narrare e non esplicitandola al meglio.”.

Terza domanda
Ci sono tanti temi che la poesia affronta e svolge, ma oggi, secondo te, di che dovrebbe trattare soprattutto, e perché?

In questo caso, credo che la risposta di Aurelio Zucchi sia meritevole di essere riportata integralmente, perché è un’idea, la sua, di libertà creativa nel sondare il proprio intimo in cui tutti possiamo ritrovarci. Scrive, infatti, “D’ogni cosa che rimane nascosta dentro di noi, del captare e dare amore, delle aspirazioni, dei ricordi sopiti, del presente che sopprime ogni luce interiore, del futuro per come e per quanto riusciamo a percepirlo. E delle nostre solitudini, in un tempo ritenuto erroneamente migliore. La costruzione di una coscienza comune e condivisibile vuole a supporto i pilastri della parola, intesa come coraggio narrante della condizione umana. All’interno del variegato cantiere, la poesia, più della prosa, potrà svolgere un ruolo importante.”. In linea con una ricerca interiore, e quindi con Aurelio Zucchi, è Lorenzo De Ninis, tanto che ribadisce che la conoscenza del proprio “io” è il primo fondamento della poesia.E pure dello stesso parere è Domenica Luise, con la centralità dell’uomo, argomento da trattare e sviscerare.Per Franca Canapini il ventaglio è assai più ampio e ricomprende civiltà, religioni, filosofie, misticismi, microcosmi umani. Maria Carmen Lama e Valentino Vitali sono al riguardo un po’ più indeterminati, in quanto possibilisti al massimo. Maria Teresa Santalucia Scibona non disconosce un impegno civile della poesia, ma crede che la stessa abbia una grande funzione consolatoria, un rifugio certo in un mondo che spesso è prevaricazione, ingiustizia e sofferenza. Decisamente a favore della poesia civile, considerando anche il periodo attuale, è Pina Vicario, pur senza tralasciare i temi strettamente personali. In questo senso si riallaccia a quella corrente neorealista in cui sono sorte poesie di grande efficacia sociale, volte a smuovere le coscienze, evidenziando a chi subisce i loro effetti le cause dei problemi. Mi viene in mente un nome, uno su tutti: l’indimenticabile Pier Paolo Pasolini. Salvatore Armando Santoro è in linea un po’ come me e cioè che la poesia viene indirizzata in forza delle proprie emozioni. Chi s’indigna per come il mondo gira alla rovescia scriverà una poesia civile. Chi invece avvertirà la necessità di una continua ricerca dentro se stesso, chi si porrà domande sul perché dell’esistenza, si dedicherà a una poesia di analisi interiore. In ogni caso nell’ambito di uno stesso autore si possono avere indirizzi e tematiche diverse, a seconda della sua sensibilità, dei riflessi più gravosi del mondo esterno, di quel insopprimibile e sovente inconscio desiderio di reagire a imposizioni e ingiustizie.

Quarta domanda
Quale sarà, a tuo parere, il futuro prossimo della poesia?

E qui, come si suol dire, arriviamo alle dolenti note, come comprovato dal pessimismo di Franca CanapiniPer la mia esperienza, leggono poesia gli scrittori di poesia, gli organizzatori di manifestazioni e concorsi, i ragazzi costretti a scuola e qualche anima appassionata. La gente in genere guarda al poeta come ad un essere da rispettare o da deridere, ma schiva la poesia perché troppo impegnativa dal punto di vista dei sentimenti e/o dei ragionamenti. Pertanto la poesia continuerà a farsi tra pochi che cercheranno, con esiti più o meno deludenti, di farla conoscere ed amare a quanta più gente potranno.”. E’ seguita a ruota, ma per altri motivi, da Domenica Luise, che offre un ritratto del poeta come di una Cassandra inascoltata, di un essere che c’è, male non fa e che quindi è da accettare. Ma precisa, e riporto per intero la parte conclusiva della risposta, perché la trovo molto pertinente e azzeccata “….è in se stessi che occorre scavare. L’essere umano si cerca per lasciarsi in testamento ad altri esseri umani, che faranno lo stesso. È questo il futuro, ma anche presente e passato di tutta la poesia.”. Certa dell’immortalità della poesia è Pina Vicario che lascia anche spazio alla speranza che un giorno da Cenerentola possa diventare Principessa. Poetica è la risposta di Maria Teresa Santalucia Scibonache, pur nell’impossibilità di prevedere il futuro, ama immaginare che la poesia, pur in forme diverse, continuerà a far sognare gli innamorati nelle notti di Luna. Ma avverte anche che deve essere sincera nelle origini e nelle intenzioni, perché l’autore che si lascia travolgere dalla brama di successo venderà, ma non riuscirà mai a entrare e a occupare un posto nel cuore dei lettori. Anche per Maria Carmen Lama esiste la speranza che la poesia resti, non si snaturi, ma coglie anche l’occasione per augurarsi che possa venire alla luce qualche voce forte, qualche maestro che rilanci questa nobile arte. Pessimista è invece Valentino Vitali che vede un futuro commerciale, una mercificazione che svilirebbe l’arte poetica. Non ottimista, ma del resto nemmeno pessimista è Lorenzo De Ninis che prevede una lenta progressione dell’unificazione poesia-prosa. Secondo Salvatore Armando Santoro la poesia sta attraversando un periodo di lenta ripresa, perché essa consente alla gente di soddisfare il bisogno di sognare e di sperare. Personalmente non vorrei che fosse una moda, perché questo significherebbe l’improvviso oblio di quest’arte; siamo abituati che tutto passa con rapidità e purtroppo è così anche per le mode. Resta pertanto da vedere quanto la poesia sia radicata negli autori e nei lettori, non dimenticando che il basso livello culturale non è foriero di speranze. Speranze, ma con giudizio, albergano in Aurelio Zucchi che risponde con un bellissimo passo tratto da Il fanciullino di Giovanni Pascoli e che dimostra come l’autore romagnolo si fosse posto la domanda sul futuro della poesia già più di un secolo fa: “ La poesia, non ad altro intonata che a poesia, è quella che migliora e rigenera l’umanità, escludendone non di proposito il male, ma naturalmente l’impoetico.”

Alla fine, tirando le somme, non è che vi siano certezze e non credo né che la poesia possa scomparire, né che si trasformi da Cenerentola in Principessa. In fondo, per chi la ama, poco importa del suo successo commerciale, perché l’emozione di versi che raggiungono direttamente il cuore, e poi lentamente risalgono alla mente, mostrando un macrocosmo o un microcosmo prima sconosciuto, facendoci toccare la sommità del cielo, riempiendoci di fremiti che fanno vibrare l’anima, non ha prezzo e rientra in quel concetto religioso di gratuità in cui lo scambio è un valore aggiunto per entrambe le parti, per il poeta che così comunica la sua arte, per il lettore che se ne lascia avvolgere come in un mantello velato che schiude mondi sconosciuti, che riflette gli angoli più nascosti dell’anima, che donato ad altri è un dono anche per il donatore. È un canto che nasce all’improvviso, che stupisce il suo creatore e che si irradia a chi ha orecchi per sentire, occhi per vedere, ma soprattutto cuore per accogliere.

Renzo MontagnoliSito


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Un commento su “Dove va la poesia

  • Enzo Maria Lombardo

    Una profonda analisi storica, dal novecento ad oggi, che è anche una analisi estetica della poesia intesa come parte della più vasta poetica letteraria, insieme all’indagine teleologica del fenomeno e alle speranze e ai timori sul suo divenire in un mondo sempre più attratto dal concreto e distratto dal rumore di fondo di una quotidianità spesso troppo arida, veloce e rumorosa per essere fonte di poesia.

    E’ troppo chiedere all’amico Renzo Romagnoli di proseguire con le sue acute riflessioni su questo affascinante tema?
    Grazie.

    Enzo Maria Lombardo