Donato Altomare – Il tesoro della Grancia


A cura di Renzo Montagnoli

Le leggende popolari hanno un’importanza fondamentale nella storia umana, perché consentono di tramandare, di volta in volta, il passato al presente,
radicando così nelle popolazioni la comune origine e in pratica contribuendo a creare un’identità culturale.
Spesso sono storie in cui vengono riflesse caratteristiche autoctone, unitamente ad ancestrali paure o a più contingenti desideri che sono propri di ogni essere umano.
Donato Altomare, eclettico narratore, con una naturale indole per la fantascienza (ha vinto per ben due volte il prestigioso Premio Urania), ha dalla sua un indubbio talento creativo che gli ha consentito di rielaborare in modo convincente antiche leggende della Lucania, arrivando a costituire una raccolta dalla gradevolissima lettura.
Le tematiche sono le più svariate, ma in ogni caso prevale l’elemento soprannaturale, la ricerca di simboli di innate paure, tanto più radicate in popolazioni semplici, la cui vita è legata soprattutto alla coltivazione della terra.
Si innestano così le descrizioni di boschi intricati, quasi inaccessibili tanto da assumere una veste magica, ma non mancano storie legate al brigantaggio meridionale, laddove a suo tempo coloro che ebbero il coraggio di ribellarsi alla dura dominazione sabauda furono bollati con l’appellativo di banditi, quando invece prevalentemente si trattava di autentici patrioti.
Le loro gesta, le loro figure assursero così nel popolo a veri e propri miti, ingigantendo imprese e velando di mistero la loro scomparsa.
Uno di questi ribelli è il protagonista del racconto Il tesoro della Grancia da cui è tratto il titolo dell’opera, ma ad essi è dedicata un’altra leggenda, ancora più coinvolgente (Ninco Nanco).
Il merito dell’autore è quello anche di vivificare queste saghe con presenze contemporanee di personaggi del passato, di modo che appare forte il legame fra ciò che è stato, ciò che è ora e, si spera, quel che sarà nel tempo a venire.
In tutto sono 11 racconti, con caratteristiche autonome, e che riescono a dare una rappresentazione assai interessante dello spirito di una popolazione. Si va così dal ricordo di “briganti” ai lupi mannari, dalla vendetta, postuma, di un povero marito morente a cui la moglie nega anche l’ultimo desiderio, fino a quello che per me è il migliore in tutti i sensi, percorso com’è da una vena poetica in alcuni momenti di tutto rilievo. Mi riferisco a L’organetto e la morte bella, una vera e propria chicca, dove l’esorcizzazione della “signora in nero” passa attraverso le melodie sublimi che escono dall’organetto del vecchio Rocco.
La lettura, assai agevole, è quindi sicuramente consigliata.

Titolo: Il tesoro della Grancia e altre storie lucane
Autore: Donato Altomare
Editore: Besa
Collana: Lune nuove
Prezzo: € 12.00
Data di Pubblicazione: Novembre 2005
ISBN: 8849703198
ISBN-13: 9788849703191
Pagine: 140
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

Donato Altomare nasce a Molfetta nel 1951 e vi risiede. È laureato in Ingegneria Civile presso l’Università di Bari ed esercita la libera professione.
Ha vinto due Premi Italia a San Marino e Courmayeur, il Premio Urania 2000 col romanzo inedito Mater Maxima, il Premio Urania 2007 con Il dono di Svet  e nel 2005 il Premio Le Ali della Fantasia per l’inedito col romanzo Surgeforas.
Tra le varie pubblicazioni da ricordare i volumi Cuore di ghiaccio (La Vallisa, Bari 1989), La risata di Dio (Solfanelli, Chieti 1993), L’albero delle conchiglie (Milella, Bari 1994), Prodigia (Tabula fati, Chieti 2001), Mater Maxima (Mondadori, Milano 2001), Uno spettro, probabilmente (Mondo Ignoto, Roma 2004), E la padella disse… (Delos Books, Milano 2004), Il fuoco e il silenzio (Perseo Libri, Bologna 2005), Il tesoro della Grancia (BESA, Nardò 2005), Surgeforas (Tabula fati, Chieti 2006). Sono stati pubblicati all’estero: Cas je spiràla (tit. orig. Dolcissima Roberta, romanzo breve, Svet Fantastiky n. 1, Praga 1990); Il popolo del cielo (testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1993); La casa degli scheletri (testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1996).

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