Do.po.


di Roberto Miano

Andrea stava tornando dal lavoro. Era quasi la fine dell’estate e le piaceva indugiare di fronte al pc fino a che fuori dalla finestra non si palesassero i primi cenni del crepuscolo.
Quella sera, quando salì in sella, improvvisamente iniziò a tirar vento. Era forte, giocava con molte tende sui balconi, ma faceva caldo e nell’aria, umida, si sentiva il profumo della pioggia. Le nuvole, gonfie, scure e grigie, sembravano riflettersi nell’asfalto.
Le vacanze erano finite e con loro le fughe solitarie da semaforo a semaforo. Nell’aria si sentiva una sottile elettricità. Le luci rosse degli stop coloravano il traffico accendendo l’ansia. L’impermeabile color senape, anche se leggero, era poco sopportabile. La pelle sotto sudava, l’aria sempre più umida imperlava il parabrezza, alcune gocce di pioggia lontana si asciugavano lasciando tracce di terra lontana. In cielo, un po’ ovunque, dietro le nuvole erano sempre più frequenti dei bagliori perlacei. Sulla sinistra dell’orizzonte alcuni lampi spettacolari sfidano l’occhio a raggiungere la coda in meno di un istante. I campi vicino all’aeroporto sembravano aver dato appuntamento a tutta l’elettricità dell’universo. I fulmini avevano smesso la loro tipica timidezza e solcavano il cielo con trame sempre più ramificate.
Andrea era vagamente turbata, andava verso casa, ma anche verso delle nuvole scure. Il cielo sembrava voler mostrare le proprie vene, come se il cuore del mondo stesse impazzendo succhiando dalla terra sangue sporco per affidarlo alle nuvole, gonfie e nere come polmoni che soffiano vento e morte.

Andrea ora correva leggera, si era lasciata il traffico alle spalle, a destra c’era l’aeroporto a sinistra l’ippodromo, sopra l’incommensurabile.
Il casco era opprimente, l’aria sempre più calda e nonostante le minacce non sembrava che quel cielo avesse intenzione di far piover nulla. La sequenza impressionante dei fulmini univa coordinate di elettricità tali da rappresentare l’elettrocardiogramma di un dio incazzato davvero. Le saette erano tante e così spettacolari che Andrea decise di fermarsi. Doveva togliersi l’impermeabile. Faceva troppo caldo. Era quasi arrivata a casa e al limite era più sopportabile una zuppa di pioggia che non la sensazione madida della propria anima che, intimorita, spinge l’umore stretto fin sulla pelle, costringendolo a lubrificarsi col sudore.

Aveva appena chiuso il bauletto, la camicetta nera sventolava come un aquilone. Alzò lo sguardo. Quel fulmine aveva una forma strana. Non era tracciante. Affatto! Era come una grossa punta di luce. Attimi, frazioni di istanti in cui i pensieri vanno ad una velocità capace di confondere le regole del tempo e della logica.
Andrea sentì dapprima forte la puzza, pollo bruciato sul gas dalla mamma che era bambina, poi un dolore, una fitta, una forte emicrania e ancora un insopportabile pesantezza degli occhi. Piegò il collo prima a destra, poi a sinistra. L’aria non soffiava più e non faceva più caldo. Nelle orecchie un ronzio costante. Il casco era a terra. Era seduta sull’erba. Lo scooter era dove lo aveva lasciato. Il parabrezza si era sciolto come una candela colando sullo scudo anteriore, fin sopra la ruota. Il cavalletto centrale teneva in perfetto equilibrio le due ruote che ciondolavano toccando terra, ora l’anteriore ora la posteriore, la plastica laterale dove era scritto scarabeo era sciolta, si distingueva a malapena la lettera “b”. La sella era bruciata, il bauletto si era sganciato ed era rotolato a terra, due metri più in là, in mezzo alla strada c’era l’impermeabile, sembrava una sagoma di quelle che si vedono nei film. Giallo, color senape, risaltava sull’asfalto grigio scuro. Le mani erano sollevate, il collo era rivolto verso l’alto. Andrea sorrise, d’istinto, le venne in mente che se fosse stata giornalista avrebbe avuto un buon titolo per questa vicenda: ennesimo “giallo” sulla strada per casa di un giovane. Sorrise di nuovo. Del resto non le era successo niente.

Sì, ma che cazzo era successo?
Si mise la mano in testa e si rese conto che i suoi capelli erano bruciati. Ebbe paura, improvvisamente, iniziò a piangere. Si alzò in piedi. Lo specchietto del motorino era incrinato ma utilizzabile. Aveva il volto scuro, alcune bruciature sul collo. Il cuoio capelluto le disegnava una strana virgola sulla testa, i capelli, quelli rimasti si erano increspati e puzzavano come la morte, le mani erano graffiate, i polsi le facevano male, le unghie erano bluastre. Aveva sete Andrea. Le orecchie erano tappate, non sentiva nulla a parte un ronzio. Si chinò per raccogliere il cellulare, sparso in tre pezzi, mancava la batteria. Improvvisamente una luce attirò la sua attenzione. Una macchina si era fermata. Scese un uomo, sembrava preoccupato, parlava ma non diceva nulla. Si agitava, le chiedeva qualcosa. Andrei aveva le lacrime agli occhi, li teneva spalancati, ma non capiva cosa dicesse. “Non sento nulla, non sento nulla” ripeteva. Lui si avvicinò, la prese in braccio, lei lo lasciò fare. Lo guardava. Era un uomo, uno sconosciuto, uno qualsiasi, ma sembrava preoccupato e la sua non era una preoccupazione qualsiasi.
Adagiò Andrea sul sedile anteriore. Era una macchina vecchia. Sul cruscotto c’era polvere. Alcune carte, una penna e una calamita, di quelle con scritto “non correre” a margine di una foto sicuramente importante. C’erano lo scudetto della Roma, sbiadito dal sole e dai ricordi, e un arbre magic, esausto, appesi allo specchietto. Andrea si voltò verso l’uomo che guidava e che continuava a parlare, agitato. Poi chiuse gli occhi, una volta, fuori vide un fulmine, li chiuse una seconda volta, poi le nuvole, li chiuse di nuovo. Quando li riaprì una luce fastidiosa studiava qualcosa nell’occhio sinistro.

“Come stai? Come ti chiami? Sai dove siamo?”

Domandò quello che doveva essere un dottore, indossava un camice rosso, nella mano destra aveva un piccola pila colora argento.
Andrea chiuse l’occhio.
Il ronzio era sparito. Le domande erano nitide. Quando rispose si rese conto che quella voce non era la sua, non quella che ricordava. Rispose.

“Dove mi trovo, cosa è successo? C’era queI signore, e la sua macchina, e tanti fulmini. Il motorino e l’impermeabile, quello giallo, sono rimasti in mezzo alla strada. Chi sei tu? Perché non riconosco la mia voce?”
“Hai dormito per 48 ore…”
“Sono due giorni che dormo?”
“Non so cosa sia un giorno. Devi riposare.”
“Cosa? Che significa che non sai cosa è un giorno, sei un dottore, sei un dottore, 48 ore sono due giorni, hai una laurea in medicina, di sicuro conosci la matematica elementare…”
“A parte la confusione e la logorrea – tipica della fase iniziale di tutti i do.portati – stai bene, oggi puoi uscire, noi ci rivediamo, forse fra una settimana. Prima però dovrai recarti al doporto, il centro di smistamento.”
“Mi state prendendo in giro? Doportato, doporto? Mi spiegheranno dopo? Cos’è uno scherzo? Stiamo giocando a scarabeo? Un dottore dovrebbe garantire serietà. C’è un giuramento di Ippocrate, non di Ipocrita… ”
“Ippocrate? Non so chi sia, e comunque non ti stiamo prendendo in giro. Stai bene, Ora puoi andare. Troverai chi ti spiegherà… do.po.”

Andrea non aveva più lividi. I capelli erano corti, rasati a zero, ai piedi aveva degli zoccoli di gomma, rossi, indossava una tuta bianca. Era in ottima forma, i seni sembravano cresciuti, così come i glutei. Quando uscì dalle finestre enormi entrava molto sole e un’insopportabile sensazione di noia. I fasci di luce, rivelando trame di polvere invisibili, andavano dal bordo degli infissi fino alle sedie vicino alla macchinetta del caffè automatica. In piedi, di fianco c’era un tipo con i capelli rasati a zero, Andrea incrociò il suo sguardo, lui le stava facendo segno di avvicinarsi. Anche lui indossava la tuta bianca e degli zoccoli di gomma rossa consumati. Evidentemente era da tempo che si trovava lì.

“Ti ricordi nulla?”
“Di cosa?”
“Del fulmine, ti ricordi del fulmine?”
“Beh ieri ce n’erano tanti, dovrei ricordarne uno in particolare?”.
“Sì infatti, mi riferisco a quello che ti ha colpita.”
“Mi ha colpita un fulmine?”
“Certo! Altrimenti perché saresti qui?
“Perché è un ospedale e potrei essere stata investita da una macchina con un faro rotto, per esempio?”
“No, se sei qui è perché sei stata dopata da un fulmine…”
“Quanti casi di persone fulminate si contano in un anno in una città? Quale amministrazione comunale mette in bilancio un ospedale dedicato? Ne conosci uno per mancini, no perché io sono anche mancina…”
“Comprendo la tua confusione e apprezzo il tuo sarcasmo, significa che hai speranze, che vuoi lottare. Ma questo non è un ospedale, siamo ben oltre, tu sei stata colpita da un fulmine e…
“… e quindi qui cosa sarebbe il paradiso, l’inferno, il purgatorio? Cos’è non va bene che l’uomo veda la luce prima di morire? No perché mi ricordo bene il fulmine, un dito in culo luminoso, anche se alla fine meno noioso di queste tue parole che non voglio sforzarmi di comprendere.”
“C’è poco da capire, qui è il do.po…!
“Ok, qui è il dopo, su questo amico mio siamo d’accordo. Ma parliamo di “QUEL DOPO” (Andrea fa le virgolette con le dita)?”
“Direi che potrebbe essere proprio quel dopo (fa virgole anche il tipo, che sorride), semplicemente parliamo di un do.po acre ed ostico, direi, tanto per sposare il tuo sarcasmo, un dopo acrostico.”
“Senti tu-come-ti-chiami: l’unica cosa ostica è il fatto che io sia qui a parlare con te, che non ho idea di dove sia, con chi, come ti chiami e perché. E, che è ancora peggio, ho la sensazione di aver perso la cognizione del quando.”
“Comprendo. Io sono Slao e qui siamo nel “do.po.” inteso come acrostico dell’eterna domenica pomeriggio.”
“Bene Slao, dove sono le telecamere? Mi stai, mi state prendendo in giro? Allora sono fortunata, del resto avrei potuto finire in bocca al lu.po., voglio dire il lunedì pomeriggio è peggio no, no?”
“Il lunedì pomeriggio non ha ponderanza. Forse avrei compreso un inferno di lunedì mattina. Ma qui siamo nel do-po, punto. Credo, e so che te ne stai capacitando, che un eterno pomeriggio domenicale sia decisamente difficile da comprendere, un inferno per molti, inspiegabile per tutti noi.”
“Infatti non ci capisco un cavolo. Ammesso io creda a ciò ce dici? Che senso ha?”

Andrea scrutando l’orizzonte più breve, girando la testa come per cercare risposte, evitò di incrociare lo sguardo di Slao, credendolo complice di uno stupido gioco, di quello stupido gioco.”

“Cosa cerchi?”
“Non saprei, per esempio un risposta seria. E poi non credo ti riguardi.”
“Mi riguarda, ma questo non importa. Devi fidarti, non ti ho detto assurdità.”
“Ah no? E quindi qui saremmo nella versione bignami di una settimana, ristretta a 6 ore anziché a 7 giorni? E poi che senso ha? Il concetto di domenica, del pomeriggio, sono coordinate qualificative e temporali assolutamente relative. Cosa fate qui, guardate la tv, sentite le partite e poi uscite a far due passi per attendere di mangiare gli avanzi del pranzo? E poi?”
“E poi andiamo a dormire per svegliarci alle due del do.po. successivo.”
“E quanto dormite?”
“Non abbiamo la misura della notte, non esistono veglie né veglianti!”
“Nessuno che soffra di insonnia?”
“Qui non è la vita per come la conosciamo.”

Andrea era nervosa, Slao sembrava un folle.

“E il tipo che mi ha portata qui dov’è?”
“Lui è nel tuo prima che attende. Attenderà ancora poi tornerà a trovarti dopo.”
“Dov’è?”
“E’ nel tuo prima. Tu sei in ospedale. Sei in coma, come tutti noi. Questo è il dopo dei fulminati. Sembra un gioco di parole. Ma non lo è. Tutto si ripete con meccanismi perfetti. I dopati vivono solo le ore di un pomeriggio domenicale qualsiasi.”
“Ma che senso ha? Dovrei preoccuparmi di essere in coma mentre trovo assurdo il mio essere ostaggio di una eterna domenica pomeriggio. Come si vive qui? La coscienza è relativa ad un giorno oppure c’è un continuo? E poi c’è possibilità che io torni indietro? Perché non riconosco la mia voce?”
“Chi lo può dire? Se qualcuno è tornato non lo sappiamo. Qualcuno piuttosto è morto, ma non si sa se andata ad un ulteriore stadio di do.po o se è tornato indietro. Temo che anche qui sia alla fine una questione di fiducia, o di fede. Devi abituarti all’idea che ormai sei qui, oppure aver fede. La tua voce non la riconosci semplicemente perché non puoi sentire, non ancora, hai un forte ronzio nelle orecchie. Non tener conto di quello che puoi qui. Qui niente ha valore se insisti a rapportarlo al prima.”
“Ma fede in cosa?”
“In Dio, in cos’altro?”
“Lui, il tuo dio con la D maiuscola, il settimo giorno si riposò, o sbaglio? Non può aver previsto questo per noi che abbiamo cavalcato un fulmine. Perché siamo gli unici invitati a casa sua a prendere il tè il pomeriggio, di domenica, la sua domenica? Slao a te come è successo?”
“Io non lo ricordo più. So che mi è successo. Punto. E’ un po’ come essere nati. So che sono nato ma non ricordo più i dettagli, sai quando nasci c’è tua madre che ricorderà anche per te, ma quando muori ovvero quando ti succede quello che è successo a te, ebbene sei solo tu ad aver memoria. Il nostro sistema psichico pian piano accetta la nuova dimensione e lascia cadere i pugni di sabbia con i quali siamo venuti fin qui. E comunque non ho bevuto ancora nessun tè, ma è anche vero che sono venuto qui a mani vuote. Un appuntamento imprevisto, difficile presentarsi coi biscotti, te lo concedo…”

Slao accennò un sorriso.

“Mi fa paura. Non ci credo, tutto questo non sta succedendo. Perdonami se non sorrido e poi forse il tuo tè s’è anche freddato, ma il mio è bollente e non riesco ancora a tenere in mano questa tazza, non riesco a mandare giù tutto questo.”

Andrea iniziò a correre lungo il corridoio grandissimo di quello che le sembrava un ospedale. Tutto intorno a lei reagiva normalmente. Improvvisamente si fermò, prendendo per la manica dell’ennesimo camice rosso di un dottore scelto a caso tra i tanti lì presenti. Il dottore non sembrava troppo sorpreso, aveva lo sguardo sereno, forse un poco annoiato, come se certi atteggiamenti accadessero di routine. Si guardò la manica, carezzò la mano di Andrea. Lei lo osservò intimorita, ritirandola. Contemplò la sua asettica serenità. Avrebbe voluto urlare, ma si limitò a fare un passo indietro. Poi alzando l’indice, aprì la bocca ma le parole non uscirono. La mano vezzeggiava le labbra, ne venne fuori un fiato debole, incerto, una sola sillaba…

“Io…”
“Come posso aiutarti Andrea?”
“Dove sono? E perché tu sai il mio nome?”
“Perché ce lo hai tatuato sul polso. E’ un bel nome!”
“Sì è un bel nome. Ma dov’è il tuo tatuaggio e tu invece come ti chiami?”

Non attese la risposta, non le interessava. Iniziò di nuovo a correre fino alla grande porta a vetri. Si vedeva la luce del sole che filtrava vomitando ombre lungo i marmi. Slao la seguiva con lo sguardo, scuotendo la testa. Quando la porta si aprì Andrea uscì fuori, velocemente, fino al parcheggio. C’erano poche macchine. Un taxi attendeva qualcuno. Il tipo stava ascoltando le partite. Il cielo era curioso strano. Le nuvole color caffè, sembravano rugginose.

“Le lacrime ingiuste cadono al contrario, ed ecco il risultato…”

Pensò Andrea quando fermandosi per osservarle. Amava le nuvole. “La meraviglia abita ovunque.” Pensò con il naso in aria Il sole stava tramontando. C’era molto silenzio, faceva caldo, i negozi visibili in lontananza avevano tutti le serrande abbassate.

“Del resto…” fece un cenno con le spalle Andrea, girando per 180 gradi lo sguardo, massaggiandosi il collo “è domenica pomeriggio!

Lo disse a bassa voce, senza nessun interlocutore. Si portò la mano sulla bocca. A farla tacere. Ma non riuscì con a fare altrettanto con i propri pensieri.

“Perché il paradiso avrebbe dovuto risolversi in una cosa così stupida. Perché vivere in eterno la monotonia di una domenica pomeriggio? Ma del resto dove sono tutti gli altri? Dov’è Fra’ il suo ragazzo, dove i suoi genitori? Dove quel tipo che l’aveva portata lì? E Poi quando mai si é fatta quel tatuaggio?”

Si massaggiò il polso, strofinò per vedere se magari non veniva via.
Ancora pensieri.
“E’ un bel tatuaggio, mi piace.”

Andrea era scritto in stampatello, la prima lettera maiuscola, il font era un Cafè Loung 19. Ripetè il suo nome, sillabandolo e passando le dita sulle singole lettera come se stesse leggendolo in Breil.
Tutti questi particolari la incuriosivano. Quando lo aveva fatto? A Fra’ piaceva l’idea, ma lei aveva paura degli aghi. Ma il font sarebbe stato proprio quello. Cafè Loung 19, mica 18 o 69. Andrea rifletteva sui tempi delle sue considerazioni.

“Sarebbe o è stato?”

Si fermò in mezzo ad un’aiuola spartitraffico, alzò lo sguardo, lasciando il polso. Cercò i capelli, erano cortissimi davvero, la mano giocava con la sensazione di solletico, di fronte tutto andava avanti, blando e noioso, nonostante lei, nonostante le sue domande, nonostante i suoi capelli fossero più corti dell’erba di un campo di calcetto. Slao la raggiunse, lei lo guardava da qualche attimo, con tono dimesso. Aveva l’aria di chi avesse qualcosa da farsi perdonare, sembrava volesse scusarsi.

“Vuoi sederti?”

Chiese lui, in piedi, vicino ad una delle tante panchine rosse del parcheggio.

“Uscirò da qui?”
“Provaci Andrea, fallo anche per me. Hai detto bene, il tuo tè è ancora caldo, hai la scusa per non berlo. Noi dopati, noi che lo già abbiamo bevuto, siamo in attesa di uscire domani, ma domani avremo dimenticato oggi e quindi non usciremo mai da qui.
“E tu perché non hai dimenticato? Tu perché sai? Mi stai prendendo in giro?”
“Non lo so Andrea. Domani magari ti starò dicendo queste stesse parole. Siamo un po’ un film interrotto.”
“Sì ma che senso ha la domenica pomeriggio? E’ una stronzata! Quale Dio si mette a giocare con le parole per farne il copione di un rappresentazione drammatica come questa? Quale Dio ci chiede di recitare questa parte? Quale Dio fa pagare agli attori il prezzo dello spettacolo? Non è lui il grande allenatore? Ebbene se la partita è finita facciamo la doccia, il tè si beve nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Secondo me, dopo significa che si ripete ogni giorno la possibilità di rientrare in partita. Io ci credo. Il grande mescitore avrà spirito ma non lascia nulla al caso.”
“Il tuo Dio, probabilmente. Io non credo, ma se dovessi ragionare come fai tu dovrei fare l’avvocato del Diavolo (perdona l’assurdità dialettica) e chiederti: Quale Dio consente di vivere consapevolmente la morte?”
“Non posso parlare di teologia proprio ora. Ce lo hanno insegnato in chiesa che c’è la vita oltre la morte.”
“E allora cosa stai cercando? Se mai tornerai indietro sarai benedetta da quei ciarlatani che vendevano la fede, benedetta perché tu li aiuterai e loro ti lasceranno dire, fino ad un certo punto. Loro non crederanno al tuo dopo. Semmai lo useranno fin dove possibile. Ma sai meglio di me che non portai essere troppo lucida. Certe strade non si possono percorrere contromano.“
“Slao, e se non dovessimo più tornare indietro? Se avessi sete e tanta di quella noia che bere il tè si rivelerebbe un passatempo accettabile?”
“Ti abituerai a vivere questa noia senza dover bere nessuna verità servita. Del resto quante persone dicono lo stesso della loro vita?”
“Ti va un caffè, Andrea?”
“Non ho spicci.”
“Te lo offro io, sbrighiamoci ad entrare che fa buio e in genere prima del tramonto piove.”

Detto ciò Slao tese una mano verso Andrea per sollevarsi. In quel preciso istante un tuono violentissimo fece sobbalzare Andrea.

“Non aver paura…”
“Ho sempre avuto paura dei tuoni.”
“Vieni sbrighiamoci!”

Il tassì era sempre lì. Il tipo alla radio diceva i risultati delle partite. Le prime gocce di pioggia rimbalzavano pesanti sul parabrezza della macchina. Andrea arrivò sotto la tettoia dell’insegna dell’ospedale. Quando si voltò chiamò Slao. Un fulmine blu in lontananza separò l’orizzonte in due spicchi irregolari.

“Sbrigati!”.
“Arrivo!”
“Disse lui.”

Improvvisamente Slao urlò qualcosa. Andrea lo vide fermarsi, fare dei cenni, urlare, ma senza emettere un suono. Si mise a posto i capelli, stirò i nervi del collo. La lingua era secca. Slao continuava a farle dei cenni. Andrea non capiva. Il taxì stava andando via. Gli alberi spogli sullo sfondo, sempre più agitati dal vento, sembravano fare il verso ai gesti delle mani di Slao. L’acqua portava odore di terra bagnata. Andrea chiuse gli occhi. Istinto, poi li riaprì. Alzò la testa al celo. Di nuovo, stava accadendo di nuovo. Vide l’occhio del fulmine. In un solo attimo, improvvisamente, tornò il volume del mondo. Percepì l’urlo di Slao, il rumore del motore della macchine, il risultati delle partite della radio del taxi che si allontanava e il suono sinistro dei propri nervi che si tiravano all’inverosimile.
Andrea non disse nulla, cadde sulle ginocchia. Poi chiuse gli occhi.

“Come ti chiami? Mi senti? Dai piccola, fai uno sforzo, lo so che puoi sentirmi…”
Il buio si diradò pian piano, l’orizzonte breve era delineato dai confini dell’occhio destro.
“Brava! Ora apri anche il sinistro. Fammi vedere di che colore sono i tuoi sguardi.”
“Già, di che colore sono gli sguardi?”
Si domandò Andrea aprendo anche l’occhio sinistro.
“Allora come ci chiamiamo signorina?”
“Io mi chiamo Andrea, il tuo nome – mi scuserai – ma lo ignoro. Piuttosto perché non hai il camice rosso come tutti gli altri servitori di tè? Mi chiamo Andrea, sì Andrea. Non hai visto il tatuaggio qui sul polso?”
“No Andrea, quello sul polso è un livido, sei caduta con il motorino e hai una bella collezione di ematomi. Nessun tatuaggio. Io sono il dottor… e al limite quando ti rimetterai ti offrirò un latte macchiato”
“Ma il camice rosso?”
“Ho sempre avuto il camice bianco. Tutti qui hanno il camice bianco mentre il signore là fuori sarà felice di sapere che hai gli occhi verdi.”
“Quale signore?”
“Il signore che ti ha trovata e ti ha portata qui.”
“Cosa mi è successo?”
“Un miracolo, sei testimone di un miracolo. Hai cavalcato il fulmine e sei tornata a raccontarcelo. Ti teniamo in osservazione per almeno un giorno, poi decideremo. Stanno arrivando i tuoi, fuori c’è il tuo ragazzo.”
“Fra’…”
“Se vuoi lo faccio entrare, ma per un minuto. Non è possibile oltre, lui qui affianco è stato meno fortunato di te.”
Andrea gira la testa, nel letto vicino c’è un ragazzo.
“Dorme?”
“E’ in coma da un anno ormai. Non dovresti essere qui, ma è stata un emergenza e beh comunque lui non disturba. Speriamo di non disturbare lui. Ma sei simpatica, di sicuro è felice tu sia qui!”
“Cosa gli è successo?”
“Esattamente la tua stessa cosa, solo che lui non è tornato.”
“Come si chiama?”
“Stanislao! Ma noi qui lo chiamiamo affettuosamente Slao. Tutti cerchiamo di renderlo partecipe della vita, anche la sua, che continua. Tutti ci parliamo, la domenica gli mettiamo le partite alla radio sul comodino. Lui è tifoso, della Roma credo. E poi gli mettiamo la musica. A volte sembra ci comprenda. A volte ci sembra che faccia delle smorfie.”
“Io devo andare adesso. Vuoi che faccia entrare il tuo Francesco?…2
“Dottore. Tornerà lui?”
“Noi lo speriamo. Ma è difficile. Te l’ho detto è già un miracolo il tuo… Passerò a trovarti più tardi, cerca di riposare.”
Andrea si portò una mano sui capelli, erano corti e bruciati, aveva dei lividi ovunque, un dente spezzato e lacrime nuove sulle guance.
“Ti aspetterò Slao, tornerò spesso a raccontarti della vita, perché tu non devi dimenticare che domani è uno splendido lunedì!”
Andrea chiuse gli occhi, quando li riaprì, rossi per il pianto, davanti Fra’, bellissimo, sorrideva.

Roberto Miano

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