Diego Cugia


A cura di Giuseppe Iannozzi

Diego Cugia tra fiction, realtà, impegno sociale e politico
1. Diego Cugia: breve biografia

Diego Cugia di Sant’Orsola, nato a Roma da famiglia sarda, è giornalista professionista, autore e regista: la sua carriera ha avuto inizio come autore di satira in varietà radiofonici come Mocambo Bar scritto a quattro mani con il cantautore Paolo Conte. In seguito, grazie a programmi come Torno Subito e Viva la Radio, è riuscito ad imporsi presso un pubblico ‘giovane’. Tuttavia il grande consenso arriva con l’invenzione del radiofilm; il format del tradizionale radiodramma è radicalmente cambiato, trasformato da teatro da camera a cinema da ascoltare: grazie all’impiego di voci famose del doppiaggio, basti citare Sergio Graziani, Emanuela Rossi, Ilaria Stagni, e l’uso di effetti sonori presi a prestito dal repertorio del cinema americano, il radiofilm è diventato una realtà targata dal personalissimo stile di Cugia. Con i romanzi multimediali, Il Mercante di Fiori, Domino e Alcatraz, Diego Cugia si consacra autore eclettico per un uguale successo di critica e pubblico.
I personaggi di Cugia sono sempre legati ad un’attualità ferale e cruda, spaventosamente contaminata da un pessimismo travestito da ottimismo; ad esempio, Maria, la protagonista del Mercante, è vittima del racket internazionale della prostituzione; Domino, la piccola protagonista del romanzo omonimo, subisce attivamente/passivamente una sofisticata quanto imbrogliata violenza virtuale, poi la clonazione dell’anima. Jack Folla, DJ rinchiuso nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione, rappresenta un po’ l’espressione virtuale del nostro Ego collettivo, quello più ascoso e difficile da partorire. E’ Jack Folla a dare a Diego Cugia una notorietà notevole; se ad inizio carriera Cugia era ascoltato solo da pochi attenti curiosi, con il personaggio di Jack Folla, Cugia è diventato una voce che è impossibile non tenere in considerazione.
Ormai Diego Cugia ha abbattuto il ‘muro di gomma’ della comunicazione proiettandosi in una dimensione espressiva dove il minimalismo così come la cultura alta sono entrambi strumenti validi per dar maggior risonanza alla propria voce. E ce ne dà prova giorno dopo giorno, con modestia e genuina rabbia.

2. I personaggi, i libri di Diego Cugia

No – Non dovevano farvi giocare con i mostri. Perché?, chiese lo showman. Perché lo siete diventati: il 21 Marzo 2001, una giovane sediziosa professoressa abbandona l’Italia per trovar riparo in una sperduta isoletta greca. Diciassette anni dopo, una troupe della Grande Rete Interattiva irrompe nella casa del faro di Antikythera; il Principe presentatore avvelena la professoressa con un biscotto allucinogeno: suo scopo ultimo è quello di trasmettere in diretta TV le ultime visioni/confessioni della vittima. Il programma, Cookies, è l’intrattenimento migliore per mezzo mondo lobotomizzato e nel raziocinio e nel cuore. Il programma seguito vanta un indice di ascolto di circa quaranta milioni di utenti: questi si collegano alla memoria cinematografica di Speranza Adamoli, che proietta le metamorfosi dell’Italia di oggi: picchiatori fascisti diventati senatori, comunisti diventati cattolici, corruttori diventati moralizzatori, imprenditori diventati demiurghi, italiani diventati xenofobi. Quel Paese di Rifatti a cui lei ha detto No. Milioni di occhi collegati da Londra a Istanbul violano la sua bruciante storia d’amore con Paolo, inviato di guerra, cane sciolto del giornalismo. Speranza e Paolo sono del tutto assimilabili al misterioso Meccanismo di Antikythera che torreggia nella casa del faro, degli Oopart (Out Of Place Artifacts), fuori posto, fuori luogo, fuori della Storia.
Ma un ex allievo della professoressa che diciassette anni prima insegnava alla Ippolito Nievo di Roma, riconoscendola sugli schermi, memore degli insegnamenti della donna, su due piedi decide di intraprendere una solitaria missione di salvataggio; incurante dei pericoli e delle difficoltà per raggiungere Antikythera, l’uomo arriverà comunque troppo tardi per salvare quella che fu la sua ‘maestra di vita’. Ma non tutto è perduto, perché il Principe Alexandros, per un momento solo, è rimasto emozionato, allarmato, disgustato, commosso, dalla storia della maestra: è durato un momento, uno sbandamento, ma è stato sufficiente a mettere in crisi il suo sistema di valori morali basati esclusivamente sulla globalizzazione dei sentimenti. Una volta ripresosi dallo shock Alexandros torna a dar la faccia al suo pubblico attorniato da giovani pupattole senza cervello: nella sua mano la siringa con l’antidoto che potrebbe salvare la vita della donna. Il pubblico è chiamato a emettere il verdetto; contrariamente a tutte le previsioni il pubblico dimostra d’aver maggior coscienza di quanto Alexandros immaginava e decide di voler salvare la vittima del programma Cookies. Ma, all’ultimo momento, la donna rifiuta quell’antidoto che potrebbe salvarle la vita: con le sue ultime forze spinge l’ago della siringa dritto nel cuore del Principe che muore in diretta insieme alla sua vittima ormai non più vittima, ma padrona di sé stessa, padrona di decidere se vivere o morire senza che si debba rimettere al giudizio di un pubblico avido solo dell’ipocrisia dei suoi sentimenti virtuali. L’ex allievo della professoressa raccoglie la salma e si allontana .
Un romanzo crudo, ricco di commistioni fantascientifiche: quasi impossibile dire se trattasi di un thriller o di un romanzo di fantascienza; classificare, ingabbiare NO in una qualsiasi catalogazione di genere significherebbe decontestualizzarlo, renderlo sterile. NO è un romanzo, un atto di accusa contro l’odierna politica, che per molti versi accoglie una visione pasoliniana della civiltà, ma è anche un thriller e un romanzo di SF: forti sono difatti le influenze orwelliane, dickiane che lo stile di Diego Cugia sa ottimamente amalgamare in un corpus narrativo mai retorico e sempre originale.
Diego Cugia con NO ha descritto perfettamente (in tono apocalittico) l’attuale panorama sociale/politico italiano; non è uno scritto di quelli che lasciano molte speranze per il futuro, almeno non nel senso che la Provvidenza saprà aggiustare i torti di oggi per tradurli in atti necessari per un domani migliore. Giustamente Diego Cugia non crede nella Provvidenza, nel suo tocco miracoloso: la Provvidenza manzoniana per Cugia non esiste se non come ‘caso’ e il caso non può migliorare il futuro di un sistema sociale se la società non si espone in veste volitiva di protagonista a gridare ‘no’ contro le ingiustizie, gli abusi, il lassismo economico e sociale imperante in Italia e nel mondo intero.

Jack Folla – Jack Folla, DJ rinchiuso nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione, è il fratello (alter ego) in gabbia di noi stessi, l’alter ego di Diego Cugia, la sua anima più vera, la stessa anima che ha reso Cugia tanto popolare presso il pubblico ma anche violentemente odiato da tutte quelle frange politiche che hanno del marcio da nascondere. Jack Folla è un semplice uomo con tutte le sue contraddizioni e le vive giorno dopo giorno con profonda autocritica: altissimo è il suo grido di denuncia che non risparmia né la Destra né la Sinistra. Il tanto contrastato debutto televisivo di Alcatraz in prima serata Rai che vedeva la partecipazione di Francesca Neri spaccò il pubblico: Jack Folla dice quello che sente, quello che vede, non concede giustificazioni né alle stragi di Stato né a quelle sociali né a quelle del microuniverso familiare. Jack, l’alter ego di Cugia, lo si può solamente amare o odiare, non ci sono vie di mezzo. Il romanzo, NO, uno scritto crudo, ricco di commistioni fantascientifiche è l’ennesimo atto di accusa contro l’odierna politica, una politica che oggi è terribilmente simile a quella orwelliana di 1984. Diego Cugia con NO ha descritto perfettamente in tono apocalittico quanto profetico quello che è l’attuale panorama sociale/politico italiano. Dopo gli accadimenti dell’11 settembre 2001, dopo l’ascesa del governo Berlusconi, dopo la sua concretizzazione in governo di Regime, dopo lo sciopero generale del 16 aprile 2002, dopo le nomine Rai che uccidono l’informazione, Diego Cugia torna a dare addosso alle ingiustizie sociali e politiche con un grande romanzo di fiction, Jack l’uomo della Folla. In un momento storico difficile e pericoloso per tutti, Cugia non rifiuta l’impegno sociale/politico.

Jack l’uomo della Folla, è il diario di un italiano latitante: evaso da Alcatraz, da un rifugio segreto, l’alter ego di Diego Cugia continua ad indignarsi attraverso i suoi messaggi nel tentativo di risvegliare le coscienze addormentate della società. L’ex detenuto numero 3957 di Alcatraz è tornato per ricordarci verità che fanno male: ci aggiorna su notizie taciute, ci sbatte in faccia la memoria tradita di un Paese codardo sempre più attaccato al potere e alla ricerca dell’individualismo e degli ismi di comodo, ci mostra una Italia di zombie mascherati da uomini falsamente rivoluzionari. Jack/Cugia non risparmia nessuno, condanna ogni forma di ipocrisia con eleganza e con un altissimo senso civico: Jack, il clandestino, il fratello ritrovato, ci conduce nel mondo vero attraverso le illusioni infrante e gli amori finiti, dentro le zone d’ombra del nostro passato, gli omissis, i non ricordo, i top-secret pubblici e privati, molto privati. Jack/Cugia non risparmia atti d’accusa, non ha paura, è un poeta della Folla, del popolo vessato e preso per culo da enti statali e privati, da personaggi falsamente intellettuali e politici: Jack, occhi che trapanano i nostri per spogliarci della nostra insolente cecità, non ha alcuna paura di rivelare la follia di un mondo dove gli uomini sono marionette, Jack non teme di mettere nero su bianco che il Paese è condannato dall’infanzia prepotente di piccoli dittatori educati soltanto a pretendere, dalla miseria di chi fa la riverenza, dall’arroganza di chi ha deviato i nostri sogni confinandoli negli scaffali dei supermercati fra sottilette e deodoranti. Le accuse sono contro tutti, anche contro la Fallaci, un tempo una vera intellettuale concreta con le palle, oggi una mummia sacrificata ad innalzare la sua piramide tombale di pregiudizi; Jack/Cugia quello che pensa lo dice contro i professionisti del Risiko, contro gli ipocriti e la lobotomia di massa, contro i Talebani vicini e lontani, di casa nostra. Jack/Cugia è il portavoce virtuale che sta con gli italiani che hanno perso sempre, con chi si tira fuori dal branco delle opinioni preconfezionate, con chi non ha voce ma ha tanta voglia di gridare e incazzarsi, con i giovani figli di nessuno che più non credono nel facile vittimismo di essere inquadrati come vittime: Jack/Cugia è consapevole che può fare poco, molto poco, può tentare di risvegliare le coscienze, e tentare non è poco, è già tanto nell’attuale momento storico, è più di quanto molti non osano fare per vigliaccheria, per piccineria. Jack/Cugia ha parole in bocca che tagliano come coltelli: l’autore guarda al panorama umano e lo esamina come un antropologo ricco di umanità che sa cos’è il male, che sa cos’è il bene. Jack/Cugia cerca la tomba dove l’Italia si è nascosta ed evita di usare aggettivi possessivi: questo è mio, quello lì è mio, questo  è pure mio e tuo, l’Italia è mia, mi consenta!, non è robaccia per il vocabolario di Cugia.
Jack l’uomo della Folla non è solo fiction, è la realtà, è uno scritto che ha fatto inalberare quanti hanno la coscienza sporca; e c’è da mettere la mano sul fuoco che in molti alzeranno la voce solo per dar fiato alla loro prepotenza e per scagliare la prima pietra, ovviamente, contro il primo extracomunitario. E in tanti tenteranno di mettere Jack in gabbia, di renderlo schiavo, ma Jack fuggirà da Alcatraz, nuovamente se ciò dovesse mai accadere, e tornerà a sferzare i qualunquisti, i protagonisti, i politici, tutte le coscienze sporche di una Italia brutalizzata da omarini volgarmente prepotenti e ignoranti, ma anche l’Italia addormentata nella culla del vittimismo che ha fatto suo.

Il mercante di fiori “Migliaia di ragazze spariscono ogni anno nei circuiti della tratta delle bianche” (Dagli atti della sottocommissione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu)
Una giovane italiana in viaggio di nozze in Thailandia scompare in circostanze misteriose; il marito si mette alla ricerca della donna, abbandonato al proprio destino dalle ambiguità e dalle connivenze della diplomazia internazionale. Ma il vero nemico sarà il Mercante di Fiori, inafferrabile schiavista, una personalità ombra dai molti nomi e dalle molteplici personalità. I fiori: ragazze scomparse in tutto il mondo. Hanno viaggiato in container bianchi come bare di bambini, nelle stive dei cargo destinate alle orchidee thailandesi Regina Sirikit; sono state smistate nelle colline dei rifiuti di Bangkok, nei locali del Golfo del Siam gestiti dal narcotraffico asiatico; le orchidee regina, le bianche, vendute all’asta sulla piattaforma petrolifera di Macao Point.
Il loro nome sarà un numero. Danzeranno finché il battitore non aggiudicherà le loro vite.
Il mercante di fiori, inizialmente romanzo multimediale, è stato recentemente pubblicato nella collana “Strade Blu”, Mondadori: il romanzo è la perfetta trasposizione su carta stampata del Radiofilm in 60 puntate andato in onda nel 1996.

L’Incosciente – Il romanzo di Diego Cugia, L’Incosciente, che non esito a definire come uno dei migliori romanzi apparsi a firma di un autore italiano, conferma – non che ce ne fosse effettivamente bisogno – la poliedrica grandezza di Cugia. Diego Cugia è artista che scrive usando la tecnica della fiction senza mai abusarne e che sempre evidenzia una lotta estrema contro l’ipocrisia dilagante nei corridoi della politica e dell’intellighenzia. La fiction di Diego Cugia non è fine a se stessa: la storia narrata è quella di un broker che si accorge a quarantanove anni che non può assicurare “nessuno”, che non si può rimettere la vita degli altri in una polizza, in un pezzo di carta. Un romanzo esemplare per i contenuti espressi e per lo stile adrenalinico. E’ sufficiente leggere queste poche righe per comprendere la forza espressiva di Cugia: “Non si cambia, né con la religione, né con la psicoanalisi, né con il tempo. Ci si tempera, ma non si cambia… Mio padre mi aveva inculcato il principio secondo il quale se tutti gli altri ritengono di stare dalla parte della ragione, tu non puoi trovarti che da quella del torto. Il dogma del branco. Per reazione, il mio carattere si era adagiato sulle fiammanti parole di Brecht: “Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano già occupati.” Mi chiedevo se la verità non stesse nel mezzo. Quando mai la verità sta nel mezzo? La verità si arrampica sui tornanti delle opinioni, si attesta su cime estreme e disagevoli, ci osserva isolata e silenziosa, talvolta senza un contemporaneo che la condivida, e attende per anni di essere ripassata al setaccio della storia, e non è neppure detto che la storia, ammesso che ritorni indietro a controllare se si fosse persa qualcosa, si accorga di lei.”
L’Incosciente di Diego Cugia è fiction superiore, armonica; questo risultato non da poco, l’autore è riuscito a ottenerlo grazie ad una forte coerenza che è quella di tutti i giorni, di quando lo si incontra e gli si stringe la mano e si è tutti in strada. Ma è anche il risultato di chi sa essere artista tout court che non si lascia addomesticare dai generi letterari: L’Incosciente è una “opera fortemente sociale” prima di essere un romanzo, prima di essere mera fiction. Se l’intellighenzia italiana non ancora compreso questa palese verità, probabile è che non sia molto attenta. Il mio consiglio disinteressato è quello di leggere a fondo, profondamente, le opere di Diego Cugia e riflettere su L’Incosciente, su i valori, su i significati che trasmette al lettore.
“La lunga notte di Luca Svevi, il broker che non poteva assicurare più nessuno su nessuna cosa al mondo”. Migliaia di persone incontrate nel corso della vostra vita vi attendono una notte in una torre sul mare, per giudicarvi. Accettereste “l’inevitabile autorità degli altri? O fuggireste con l’amore perduto, rinunziando a scoprire di cosa vi accusa oggi il prossimo, pur di seguire il suo volto riconosciuto nella folla di testimoni?” L’Incosciente disegna la notte più difficile di Luca Svevi, broker senza lavoro perché non riesce ad assicurare “più niente e nessuno, su niente e nessuna cosa al mondo”. Svevi accetta l’invito di due ex colleghi venuti a fargli visita la sera del suo cinquantesimo compleanno: un cocktail a sorpresa che si rivelerà una resa dei conti con sé stesso e con gli altri. Aragno e Caruso lo condurranno a Torre Astura, il castello sul mare di Nettuno dove si rifugiò e fu tradito Corradino di Svevia; quella che per Luca Svevi sembra annunziarsi come una trovata imbarazzante – festeggiare il compleanno tra vecchie fiamme e saccenti compagni di scuola – si trasforma nell’epilogo sbalorditivo di un uomo solo e diverso. Svevi è un cinquantenne fedele ai suoi sogni di bambino: la scoperta della “verità degli altri”, nell’ultimo colpo di scena, troverà una sentenza risolutiva, e una rosa di speranza sbocciata al di fuori e al di sopra dei “giorni disumani” che stiamo vivendo.
Un romanzo febbrile, teso, un flusso narrativo incessante: una pagina tira l’altra, il lettore è completamente fatto prigioniero dalla prosa elettrica, adrenalinica di Diego Cugia. La storia narrata è un dramma compreso in una pesante ironia nera; lo stile è sempre quello tipico di Cugia, forte e brillantemente lucido. E’ impossibile non avvertire la verità che le vicende di Luca Svevi evidenziano ne L’Incosciente: una notte difficile da dimenticare per coloro che “passano la vita cercando di ritrovarsi”, e per chi, come Luca Svevi, la trascorre “cercando ostinatamente di disperdersi”.
Diego Cugia dimostra, per l’ennesima volta, di saper scrivere con grinta, di saper emozionare con una storia originale mai banale. Una storia, quella di Luca Svevi, che è anche la nostra, quella che teniamo nascosta nella carta d’identità.

Un amore all’inferno – Firenze, la città dell’arte ma anche quella del mostro. Un mostro che nel corso degli anni ha seminato morte sgomento paura, senza mai svelarsi. C’è un’autostrada e un hotel e ci sono un uomo e una donna sorpresi dalla pioggia. E c’è la notte. Una Beretta calibro 22, otto coppie di giovani amanti uccise dalla stessa arma: lei è Francesca, la donna della pioggia, misteriosa ma testimone di un nuovo futuro processo al Mostro di Firenze. Lei è la moglie del medico scomparso nei pressi del lago Trasimeno, lei Francesca è la moglie di Francesco, dell’uomo dal doppio cadavere, che si sospetta essere il capo della setta che comandava i delitti da compiere al Mostro. Francesco è la sifilide di Jack The Ripper, è la sua follia, è il cervello che carica la Beretta 22 del Mostro di Firenze. Eccoci dunque nell’incubo, un incubo che par esser partorito da quella parte di mente più faustiana di Clive Barker: logge sataniche, ferali alchimie che si credevano perdute tra le pieghe del tempo, servizi segreti pronti a tutto per cancellare le tracce di assassini insospettabili, e tutto, o quasi, accade tra Perugia e Firenze in un viaggio allucinato e febbrile di storie che fanno orgia nella mente del lettore e dei protagonisti disegnati dalla penna di Diego Cugia.
Lei era quella donna che non avrebbe mai parlato con nessuno: ma qualcosa accade, e Cugia raccoglie le sue parole dopo vent’anni, in una notte che si morde la coda e che trasuda veleno e febbre di conoscenza. Francesca racconta e ogni microstoria, ogni particolare, significa riesumare un cadavere incaprettato grondante sangue e dolore, ma anche tanta acqua, più di quanta sia concesso alla mente umana di immaginare. Troppi assillanti ricordi al vaglio dei magistrati di Perugia e di Firenze. Sono credibili i suoi “Non ricordo?” Possibile che questa giovane signora di una celebre famiglia perugina, la città dei baci, non si fosse mai accorta di nulla? Suo marito chi era, un mostro come tanti o l’anima di Jack lo Squartatore, o più semplicemente l’ultima innocente vittima del leggendario assassino? Dopo quello che è stato detto un suicidio sommerso dall’acqua del lago, i delitti cessarono di colpo, la Beretta 22 non sparò più fuoco né inferno nell’anima delle coppiette. Pura coincidenza? I magistrati sospettano di no.
E’ la storia più cupa che Diego Cugia ha scritto in questi anni, è cupa perché la storia che ha da riesumare Francesca è tale: viene partorita in stato di morte direttamente dalle budella più nere e infiammate dell’inferno. Francesca è una donna, semplicemente una donna che solo la solitudine dell’inferno le tiene compagnia: ci tenta a difendere con le unghie spezzate l’amore della sua vita, ci tenta, ma alla fine capirà di essere l’unica sopravvissuta e tutto intorno un deserto di cose e di affetti.
Febbrile, un racconto veloce, un noir: solo questo? No: “Un amore all’inferno” di Diego Cugia è il ritratto di una donna sola, di Francesca, ma anche la fotografia senza sbavature della vita che ti coglie di sorpresa per dirti che un momento ci sei e quello appresso non sei più di questo mondo. Ci suggerisce che tutti noi veniamo dall’inferno e in esso viviamo, senza possibilità di redenzione, perché dio non è, e se mai è stato si è presto suicidato invocando a voce alta il nome di Charles Manson.

Giuseppe Iannozzi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *