“Della decrescita. Prefazione” di Serge Latouche

| gennaio 5, 2012 | 0 Commenti

A cura di Arturo Casalati

“Perché dovrei preoccuparmi dei posteri?” diceva Marx (non Karl, Groucho). “I posteri si sono mai preoccupati di me?” Effettivamente, si può pensare che il futuro non merita lo sforzo per assicurarsi che arrivi, e che è meglio farla finita prima possibile con il petrolio e le risorse naturali piuttosto che avvelenarsi l’esistenza per farne un uso avveduto. Questo punto di vista è sempre stato abbastanza diffuso tra le élite, e la cosa si può capire, ma oggi si riscontra implicitamente anche in moltissime persone comuni. In altre parole, come scrive Nicholas Georgescu-Roegen, “forse il destino dell’uomo è di avere una vita breve ma febbrile, eccentrica ed eccitante, piuttosto che un’esistenza lunga, vegetativa e monotona” (1). Interrogativo legittimo. Bisognerebbe però che la vita dei sovra- consumatori moderni fosse veramente eccitante e che, a contrario, la sobrietà fosse incompatibile con la felicità, o almeno con una certa esuberanza gioiosa. E invece … Come dice molto bene Richard Heimberg: “È stata una festa straordinaria. La maggioranza di noi, almeno quelli che hanno vissuto nei paesi industrializzati, non hanno conosciuto la fame, hanno potuto disporre di acqua calda e fredda dal rubinetto, di macchine che permettevano di spostarsi rapidamente da un posto all’altro, e di altre macchine per lavare i vestiti, per divertirsi e informarsi, e per altro ancora”. E poi? Oggi che abbiamo esaurito la dote patrimoniale, “dobbiamo continuare a crogiolarci fino alla triste fine, e trascinare il resto del mondo nella caduta? Oppure bisogna riconoscere che la festa è finita, fare pulizia e preparare la terra per quelli che verranno dopo di noi?” (2)
Si può giustificare l’incuria nei confronti del futuro con tutta una serie di ragioni non necessariamente egoistiche. Se si pensa, come il filosofo Arthur Schopenhauer, e più ancora come il nostro contemporaneo pessimista Emil Cioran, che la vita è un affare che

(1)    Georgescu-Roegen, La dècroissance, p. 149.
(2)    Heinberg, Pétrole, la fete est finie!, p. 330.

non si paga le spese, è quasi una forma di altruismo risparmiare ai nostri nipoti il male di vivere. In questo caso è una perdita di tempo continuare a leggere questo libro. La fine prevedibile della società dei consumi sarà la fine della storia dell’avventura umana. Inutile cercare vie per uscire dal vicolo cieco in cui siamo bloccati o ascoltare la voce della speranza per costruire un “dopo” della crescita, dello sviluppo, della modernità e dell’Occidente. Continuiamo a ingozzarci nella grande abbuffata del consumismo fino a crepare e andiamo a raggiungere quelli che già crepano di inedia, vittime della nostra dismisura.
La via della decrescita è un’altra, e si fonda sul postulato opposto, condiviso dalla maggioranza delle culture non occidentali: per misteriosa che sia, la vita è un dono meraviglioso. È vero, l’uomo ha la facoltà di trasformarla in un dono avvelenato e, dall’avvento del capitalismo, non ha fatto altro che esercitare una tale facoltà. Tuttavia, arrivati in fondo al vicolo cieco, non è troppo tardi per fare marcia indietro e cercare una via d’uscita praticabile, guidata da voci diverse da quelle del pensiero unico e dei discorsi progressisti dell’economia e della tecnica. In questo quadro, la decrescita è una sfida e una scommessa. Una sfida alle credenze più radicate, in quanto questo slogan rappresenta una insopportabile provocazione e una bestemmia per gli idolatri del progresso e dello sviluppo. Una scommessa, perché, per quanto necessaria sia, niente è meno sicuro della realizzazione del progetto di una società autonoma di sobrietà. E tuttavia, la sfida merita di essere raccolta e la scommessa di essere accettata. La via della decrescita è quella della resistenza al rullo compressore dell’occidentalizzazione del mondo, del dissenso nei confronti del totalitarismo rampante della società dei consumi globalizzata. Se gli obiettori di crescita si organizzano per la battaglia e, insieme agli amerindi, scendono sul sentiero di guerra, possono opporsi al terrorismo della cosmocrazia e dell’oligarchia politica con mezzi possibilmente pacifici: non-violenza, disobbedienza civile, defezione, boicottaggio e, ovviamente, le armi della critica.
Questo libro riunisce una serie di contributi successivi alla pubblicazione dei miei due volumi La scommessa della decrescita (2006) e Breve trattato sulla decrescita serena (2007), che esplorano la possibilità della costruzione di una civiltà di sobrietà liberamente scelta e di autolimitazione, in grado di far uscire dal vicolo cieco della società della crescita. Per piccoli tocchi, come in un quadro impressionista, ne esce una composizione d’insieme, una tonalità comune, un ethos.
Dopo una introduzione intitolata Il risveglio degli amerindi, che presenta un’altra voce, quella degli indigeni dell’America centrale e meridionale, e un’altra via, quella del Sumak Kausai (il “ben-vivere” in quechua), che si avvicina a una decrescita in atto, la prima parte del libro, Uscire dall’impasse, cerca di individuare un futuro possibile al di là della catastrofe produttivista e della fine dello sviluppo. La seconda parte, La via della felicità. Uscire dall’economia, prende in esame l’economia della felicità e lo spirito del dono proposti da alcuni economisti per rimediare alla miseria del presente. La conclusione cui arriva è quella della necessità di una fuoriuscita più radicale dall’economia, in un quadro di decrescita preparata da una nuova educazione, secondo l’attualizzazione del messaggio di Ivan Illich. La terza parte, Altre voci e altre vie, esplora le intuizioni feconde del filosofo Cornelius Castoriadis, insostituibile precursore della decrescita, e si interroga sulla possibilità di una via mediterranea che vada nella direzione da lui indicata. La quarta e ultima parte, Una via d’uscita, propone semplicemente di approfittare della crisi per superarla in modo positivo costruendo una società di opulenza frugale della decrescita. Tutti questi contributi convergono a delineare il Tao della decrescita, una via che rappresenta al tempo stesso e in modo indissociabile un’etica e un progetto politico, e che apre una pluralità di percorsi possibili per uscire dall’impasse economica.

Arturo Casalati



Commenti (0)

Trackback URL | Comments RSS Feed

Ancora non ci sono commenti.

Lascia un commento