DE GREGORI E… DINTORNI


DE GREGORI E… DINTORNI
UNA CANZONE NON SI PUO’ SPIEGARE

Difficile vivere l’anno sessantotto senza avere le canzoni di Dylan nella testa. E lui ne era rimasto folgorato. Dirà più tardi: “Dylan non cantava , lui sputava le parole come sassi, non cercava di essere piacevole, al contrario…Come tutti gli artisti, non dava l’impressione di voler parlare a qualcuno, ma di parlare a nome di qualcuno. Magari a nome di una generazione”. Il ragazzino , timidissimo, aveva diciassette anni e un turbine di pensieri tra quei riccioli rossi aggrovigliati del caschetto dei suoi capelli e i polpastrelli congelati: un brutto guaio per chi deve strimpellare la chitarra come faceva lui ormai da qualche anno. Si trovava nel cuore di Trastevere , e ora entrava in via Garibaldi , numero cinquantanove, in una cantina affumicata e sporca , che si chiamava pomposamente FOLKSTUDIO , ma era una vera bettola. E’ lì che aveva prenotato il suo debutto. Come te chiami?, gli aveva chiesto l’ex chimico Giancarlo Cesaroni, il boss del locale, e lui aveva diligentemente detto: Francesco De Gregori. Non si era messo nessun nome d’arte, sembrava che rispondesse ad una chiamata della maestra. ” Se sbagli un accordo fai finta di niente, ché non se ne accorge nessuno – gli aveva detto suo fratello maggiore, Ludwig , – e cerca di ricordarti le parole a memoria, se leggi su un foglietto pare brutto….Un ultima cosa…Non ti demoralizzare se mentre canti qualcuno si alza e se ne va , è una cosa normale…Insomma fregatene della gente,m concentrati su quello che devi fare. C’era una pletora di ragazzotti armati di chitarra e di buone intenzioni, ma quel ragazzino rosso era speciale: leggeva Hemingway e Dante, vedeva i film di Bergman e Pasolini, e soprattutto era un patito di Cohen, Dylan, e cominciava a seguire Tenco, Jannacci e De Andrè, e quest’ultimo lo folgorò sulla via di Damasco, perché – dirà lui stesso più tardi – “era la dimostrazione vivente che una canzone poteva, se lo voleva, essere anche corrosiva e impervia, realistica e poetica: musicalissima, sì, ma anche narrativa, e, perché no? , politica. Ma una canzone – disse – “tu non la puoi spiegare, ci sono troppe cose in una canzone, “fiori falsi e sogni veri”.L’arte della canzone vive di semplicità , un buon autore deve cercare la superficialità , perché quanto più estesa è la superficialità , tanto è estesa la diffusione. , Poi, però , attraverso la superficialità devi riuscire a comunicare anche delle cose profonde .Ma che cos’è la profondità? E’ la capacità di saper raccontare il proprio dolore e la propria ironia , rendendoli universali. Nel suo piccolo, nella sua trascurabile e banale esistenza, anche una canzone vive della stessa tensione emotiva. Ma come possono convivere questa profondità con il bisogno di essere superficiali?Te l’ho detto, una canzone non si può spiegare . C’è una condizione evocativa che è insieme facile ascoltare, ma anche difficile da tradurre . Perché ciascuno se la , o se la soffre a modo suo.Il cantante non è uno scrittore, e nemmeno un poeta, che di solito si rivolge a un lettore che frequenta le librerie , legge critiche sui giornali, si informa. Chi scrive una canzone va verso un pubblico sconosciuto , che magari non la ascolterà per nulla, , o l’ascolterà distrattamente mentre guida con la radio accesa, un pubblico che fa chiacchiere al bancone del bar, che gioca a flipper . Il monito di essere superficiali nasce anche da queste situazioni . Ma è chiaro che un artista vero se ne frega di tutto ciò e diventa tale nel momento in cui crea, produce e si stacca da tutte le convenzioni. Poi potrà andare bene o male , chissà. La cosa importante è che riesca ad esprimere il suo punto di vista artistico, non dottrinale . E’ come quando fai la tua firma. Deve essere la tua e non che piaccia perché la fai più bella…Mi ricordo il giorno del mio debutto…”

LE DITA CONGELATE
La prima canzone che De Gregori canta al “Folkstudio” di via Garibaldi, 59, nella primavera del 1968 , si chiama “Buonanotte Nina”. E’ la lettera strampalata d’addio che uno straccione scrive alla sua bella. Un esordio che era stato pilotato dal fratello Luigi (anche lui musicista , in arte Ludwig) molto più grande di lui, che ne aveva intuito il talento . Non c’è microfono , né amplificazione, e inizia a cantare davanti ad una distratta e variegata tribù (più o meno una trentina di persone) fatta di giocatori di flipper , chiacchieroni da aperol , freak, hippie, globetrotter , intellettuali di sinistra, musicisti del popolo. Ma non tutto andrà per il verso giusto, come racconta lo stesso De Gregori: “ Quando salii su quella pedana rossa, alta dieci centimetri , avevo le dita congelate e non presi un accordo giusto con la chitarra; a metà della canzone , per l’emozione mi venne un groppo in gola e mi dovetti fermare e ricominciare da capo. Qualcuno in mezzo al pubblico cominciò a tossicchiare , io diventai rosso più di quel che sono di solito , ma in qualche modo arrivai alla fine e scesi dal palco , convinto che non avrei mai più accettato di salirci. Chiesi al boss, Cesaroni, come ero andato e lui mi rispose con un grugnito , Ma te pare che me mettevo a sentì un ragazzotto alle prime armi? …Che ne so come sei annato, leggi er giornale e lo saprai ; se te trovi nella programmazioen de mercoledì prossimo significa che poi tornà a cantà, artrimenti vattene pe’ e trattorie. Ma , incredibilmente, il mio nome sul giornale c’era, e ci sarebbe rimasto a lungo. Solo che tutti mi chiedevano , già d’allora, di spiegare le canzoni che scrivevo e cantavo . E io rispondevo, non c’è niente da capire…Tutto è a posto, i pensieri mi vengono così ed io li scrivo. E quel roscio imberbe , alto e magrissimo, avvolto nel gigantesco impermeabile paterno , con il bavero rialzato e la pipa spenta , tornò ad appollaiarsi sullo sgabello del favoloso folkstudio, tra quelle pareti insonorizzate con sacchi di iuta , intrise di fumo e di aromi di sangria, che divenne una vera e propria palestra di talenti , e man mano sfornò un’intera scuola di cantautori: Venditti, Lo Cascio, Bassignano, De Angelis, Zenobi, Rino Gaetano e Locasciulli , Caputo Sannucci e Luca Barbarossa. La leggenda vuole che una notte di qualche anno prima avesse varcato le soglie di quella cantina anche Robert Zimmerman . alias Bob Dylan, di passaggio a Roma sulle tracce della fidanzata di allora, l’italo-americana Suze Rotolo.Qualcuno mi ha detto che Francesco De Gregori consumasse interi blocchi notes prima che una redazione di una sua canzone lo soddisfacesse; si faceva scrupolo di ogni dettaglio , se fosso o no da porsi una virgola, se un aggettivo fosse o no da cancellare, e che raccoglieva elenchi di parole rare o deseute, di cui poi si serviva nelle sue composizioni. Insomma, quello che a noi – ancora oggi – sembra un’accozzaglia quasi casuale di parole spesso ermetiche , era frutto di una ricerca di una sua chiarezza interiore . Le sue oscurità monologiche , diremmo oggi, non furono mai prodotto incontrollato , bensì arte consapevole , e come tali perfettamente consequenziali.

LA SIGNORA AQUILONE
Nel 1971 fa il primo viaggio fuori Roma ( a parte il fatto che da ragazzino aveva vissuto a Pescara, dove il padre era stato trasferito come bibliotecario) come musicista, al seguito di Caterina Bueno, l’etnomusicologa toscana di “Maremma” . A Caterina serve un altro chitarrista per la tourneè e Cesaroni gli fa il nome di Francesco De Gregori, il fratello piccolo di Ludwig, che ricorderà la Bueno in TITANIC : ” Eri un angelo con due spalle da uccellino in un vestito troppo piccolo e con gli occhi ancora blu”…Poi le dedicherà una canzone scherzosa e affettuosa : …la chitarra veramente la suonavi molto male, però quando cantavi sembrava Carnevale…questa tua canzone la vorrei veder volare per i tetti di Firenze per poterti conquistare”…Poi, sempre in quello stesso anno, “Quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla “, come scrive Venditti, formarono “I Giovani Folk”. E nel budello ammuffito di via Garibaldi , per molto tempo, saranno l’attrazione principale. Oltre Venditti e De Gregori, c’erano Giorgio Lo Cascio e Ernesto Bassignano. Tutti e quattro diversissimi l’uno dall’altro. Forse i più affini erano De Gregori e Lo Cascio, timidi e adoratori di Dylan e Cohen. Ma com’era Francesco, a quel tempo?Risponde Bassignano: ” …gambe unite , piedi in dentro, mette la cicca accesa tra le chiavi della chitarra , perché fa fico – tira la bocca e la voce proprio come il suo idolo Dylan , del quale ha già tradotto molto, usa metafore coltissime, al limite dell’astruso, per alcuni, favolose per altri. Ma la cosa non dura molto, Cesaroni, il boss, sbotta: Mi avete rotto le palle! Che era successo? I quattro si erano rifiutati di suonare davanti a un pubblico pagante di tre persone, segno che ormai erano “entrati nel pallone”, cioè si erano montati la testa. E allora andate affanculo!, dice loro il boss e chiude bottega. Intanto De Gregori si è iscritto all’Università ( scienze politiche) perché non si sa mai con la musica, gli dice il padre, che è Bibliotecario, e approva la madre, professoressa di lettere. Ma ecco le prime proposte dalla It di Micocci, e lui propone Il partigiano, Ho cercato di dirti, Dolce Signora che bruci e la Signora Aquilone. ” Ma questa è poesia”, esclama Micocci e gli fa firmare il contratto. Intanto Nanni Loy lo invita, insieme a Lo Cascio, a incidere una colonna sonora per un film ungherese. Devono andare a Budapest. Lo Cascio però si è appena fidanzato e non ne vuole sapere, viene sostituito da Venditti e formano il duo più improbabile della musica leggera. Di ritorno dall’Ungheria, con il FolkStudio costretto a traslocare per beghe economiche , incideranno , insieme , lo spazio di un disco, THEORIUS CAMPUS, una raccolta di canzoni eterogenee sospese tra il folk , la canzone popolare e il songrwriting. In cabina di regia c’è Lilli Greco , produttore Rca, che stravede per Venditti. E aveva ragione, secondo lo stesso De Gregori: “Io cantavo peggio. Venditti era il cantante, è innegabile che lo fosse dal loro punto di vista; poi aveva i pezzi più belli , più ascoltabili, mentre io allora facevo delle ballate su due accordi”:
Ma Paolo Dossena che collaborò qualche volta per lavorare ai suoi pezzi e lo vedeva in azione, disse: ” Francesco era fortissimo, scriveva dei testi che che affascinavano , c’era un linguaggio rivoluzionario. Nessuno era come lui.” E mentre Venditti si avviava al suo trionfo con “Roma Capoccia” , e altre canzoni come La cantina, Ciao, uomo, L’amore è come il tempo, De Gregori scrive pezzi che sono piccoli racconti, densi di passaggi ermetici ed ellittici , cesellati con un fingerpicking secco ed essenziale. Ed ecco apparire LA SIGNORA AQUILONE , il primo brano inciso ufficialmente da DE GREGORI, che contiene in nuce molti tratti caratteristici del suo songwriting : la struttura spartana, l’arpeggio discreto, , in controluce, la struttura narrativa sospesa tra fiaba e realtà, l’atmosfera onirica , l’antitesi tra passione e razionalità, il montaggio “cinematografico” dei versi. E la Signora che corre dietro gli aquiloni è anche la prima di una lunga teoria di figure femminili che sfileranno nei suoi dischi: “C’era una una donna, l’unica che ho avuto/aveva i seni piccoli e il cuore muto/né in cielo, né in terra una casa possedeva/sotto un albero verde dolcemente viveva/Legato ai suoi fianchi con un filo d’argento/un vecchio aquilone la portava nel vento/e lei lo seguiva senza fare domande/perché il vento era amico e il cielo era grande”

ALICE
Sbatacchiato da Venditti, con cui ci saranno lunghe code di incomprensioni e amarezze che mineranno lo stesso rapporto di amicizia dei due (poi ricomposto anni dopo, quando anche il “roscio” aveva trovato la sua strada e il suo successo ) , che lo definì il suo chitarrista, ergendosi lui solo come autore dell’Album Therorius Campus”, De Gregori fa sodalizio con altri musicisti, come Edoardo De Angelis ( il cantore di Lella, la fija de Proietti er cravattaro) e il chitarrista Renzo Zenobi. E’ ancora pieno di rabbia per il successo di Venditti ( “ero invidioso di lui, perché mi sentivo tagliato fuori. Al Folkstudio avevo avuto più successo di lui, ma sul piano discografico Venditti mi aveva surclassato, io non ero niente e lui era d’un tratto divenuto un grosso cantante. Allora dissi a me stesso , beh, ma insomma: chi cazzo sei?), quando si mette a comporre “Alice” , un’allegoria dell’incoscienza, dell’ingenuità, della dolce passività della giovinezza, come la ragazzina protagonista del romanzo di Carroll. In questo caso Alice è scaraventata nel “paese delle meraviglie” di cent’anni dopo:Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole/mentre il mondo sta girando senza fretta/ Irene al quarto piano è lì tranquilla/ che si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta/ E Lilì Marleen, bella più che mai, sorride/ e non ti dice la sua età/ ma tutto questo Alice non lo sa. Sparato così, senza introduzione strumentale , è uno di quegli attacchi da ko immediato. Poco importa sapere chi sia la protagonista ( Alice o Irene del quarto piano, oppure Lilì Marleen ?) e poi segue quel ritornello apparentemente slegato, con quel delirante versificare dello ” sposo che si ribella, perché è impazzito oppure ha bevuto” , ma in realtà ” la sposa aspetta un figlio e lui lo sa) …Tutto è indefinito, sfocato, slegato, sfocato, in un affastellarsi libero di immagini irrelate , come se fossero presa al volo da un treno in corsa; insomma qualcosa di dadaista, o cubista. Lui stesso dirà che aveva prima inciso la melodia su un registratore casalingo, che faceva girare e girare, cantarellando in un finto inglese in attesa che gli venisse qualche idea, e d’improvviso vennero le parole e lui si lasciò trasportare da questo specie di nastro di Krupp beckettiano, una scrittura automatica. In realtà in quei versi astratti c’erano tutte le sue passioni artistiche, l’Ulisse di Joyce, Pavese, la pop-art di Warhol, l’America di Kerouac , il Fellini di Otto e mezzo, l’Antonioni di Blow up, una tecnica che conoscevano bene musicisti inglesi e americani, francesi e tedeschi, ma non quelli italiani

RIMMEL
Scrive Zingales: “Probabilmente fino a “Rimmel” la canzone italiana di taglio classico non contemplava il concetto di trasfigurazione, tantomeno la canzone d’amore contemplava la possibilità di mutare il germe basico dei suoi codici fino a far risuonare l’idea stessa di amore in un limbo, o in qualche enigmatico altrove. C’erano stati IL CIELO IN UNA STANZA e IL NOSTRO CONCERTO e altri capolavori, ma erano ancora troppo confidenziali, troppo frenati dal tempo a cui appartenevano. De Gregori coglie l’urgenza più intima degli anni Settanta che stavano consumandosi (ci saranno tra poco gli anni di piombo) e la scaraventa in un capolavoro di distanze e negazioni”. Più che protagonista, egli è il regista della proprie canzoni, che a loro volta sono piccoli film, dalla trama tutt’altro che lineare. Sono frammenti di un puzzle da ricostruire , sono giochi di specchi che deformano una realtà molto più ampia e indecifrabile. Ma non è soltanto una rivoluzione formale, lessicale. In De Gregori l’amore acquista un significato più ampio e profondo, scardina il rapporto di coppia, si fa sentimento universale , che affratella gli uomini , ma allo stesso tempo li condanna al dolore, alla lontananza . E’ l’unica prospettiva di salvezza, e , al contempo, una possibile dannazione permanente. . “Rimmel” , un racconto volutamente sospeso nel tempo e nello spazio , che si dispiega attraverso metafore e stimoli evocativi apparentemente slegati tra loro , non è una confessione , ma una cronaca, con squarci narrativi sempre asciutti e tuttavia emozionanti, qualcosa che rimane fra le pagine chiare e le pagine scure della vita, DELLA NOSTRA VITA, DI CIASCUNO DI NOI. “Rimmel” diventa così lo spartiacque definitivo della canzone italiana, ormai logora : è l’ istantanea di un addio che si sottrae ad ogni sentimentalismo, per rifugiarsi nella malinconia, nel disincanto. La sconfitta, in amore, così come nella vita, è ammessa con cinica rassegnazione:”E cancello il tuo nome dalla mia facciata, e confondo i miei alibi e le tue ragioni, anche se c’è il rimpianto per un vaticinio ingannevole: ” Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente, ma uno zingaro è un trucco e un futuro invadente” . E’ un presagio .Infatti , Rimmel lo consacrerà al successo ( cinquecentomila copie vendute), gli darà la notorietà e il baccano mediatico, ma subito dopo ci saranno critiche feroci da parte degli ideologi del partito comunista, con Giame Pintor in testa, che inviterà in pratica a prenderlo a pomodorate ( “Francesco De Gregori, mo’ me tirano li pomodori).

PALALIDO DI MILANO
Al Palalido di Milano, il 2 aprile 1976, gliene dicono di tutti i colori: se sei un compagno, non a parole, ma a fatti, lascia qui l’incasso; la rivoluzione non si fa con la musica; prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alle arti e alla musicaLo diceva anche Majakovskij che era un vero rivoluzionario , e si è suicidato. Suicidati anche tu!… Va’ a fare l’operaio e suona la sera a casa tua!…
E alla fine De Gregori disse , non canterò mai più in pubblico. stasera mancava solo l’olio di ricino, poi la scena sarebbe stata completa. E di fatto sospese subito la tourneè, e la stessa carriera di De Gregori era in pericolo.Si ritirò dall’attività per un lungo periodo durante il quale lavorò nella libreria di un’amica a Santa Maria in Trastevere e pensò di cambiare mestiere. In questo periodo sposa una sua ex compagna di liceo, e, con lei, ha due figli gemelli: Marco e Federico. In un brano rimasto inedito di due anni prima, lo stesso cantautore (guai a chiamarlo così, s’incazza!) aveva profetizzato l’evento: DE GREGORI ERA MORTO/UCCISO DALLA CULTURA BORGHESE / E DA UN FORTE MAL DI TESTA…/DE GREGORI ERA MORTO/ UCCISO DAL SUO ULTIMO LP / E DAI SUOI PROFETI.

BANANA REPUBBLIC
“Ma dove vanno i marinai/ mascalzoni e imprudenti/ con la vita nei calzoni/ col destino in mezzo ai denti/ sotto la luna puttana e il cielo che sorride/ come fanno i marinai con questa noia che li uccide..”.Dopo il linciaggio al Palalido e gli anni di autoesilio(quasi tre) in una libreria, De Gregori riprende la sua attività con un colpo di genio, fare coppia con Lucio Dalla, che è sulla cresta dell’onda.Anche il cantante bolognese ( di sinistra, come tutti i cantautori di quell’epoca) ha subito una forte contestazione che è finita sul drammatico. Si è beccato una molotov durante un concerto al Castello Sforzesco di Milano.Siamo alla fine degli anni Settanta, la notte della Repubblica, le Brigate Rosse , il delitto Moro e il massacro della sua Scorta, con una lunga scia di terrore , e si cercava una via d’uscita da quegli anni di piombo. Ed ecco Banana Repubblic, una sorta di Eldorado di quel paese metà giardino e metà galera che è l’Italia, e dove sul banco degli imputati – dice Veltroni – finiscono De Gregori, Venditti ( sì, anche lui!) e Dalla e non la lunga schiera dei politici corrotti o collusi con le BR. L’amico comune Walter (Veltroni) organizza un concerto DALLA-DEGREGORI insieme sul palco, allo stadio Flaminio, 40mila spettatori a Roma non s’erano mai visti , e i due spopolano. Un successone. La coppia s’integra a meraviglia, Dalla è il poeta stradaiolo , il cantore randagiodi storie di periferia bizzarre e surreali, ed è anche un notevole interprete d’impronta soul, un personaggio istrionico, con il suo miscuglio di di sintassi (metà dialetto emiliano, metà italiano) e con la battuta salace sempre in tasca. De Gregori è il suo alter ego aristocratico, il principe malinconico e fascinoso, che mette le sue figure letterarie e le sue citazioni colte al servizio di storie vere, di quelle che ” crocifiggono il mondo”. Dopo il concerto al Flaminio decidono di fare qualcosa che non si era mai fatta prima, una tourneè per tutta l’Italia, una sorta di epico road movie italiano di due colossi della canzone ( ma forse sarebbe più esatto dire tre, perché con loro c’era anche RON) , un vero e proprio show all’americana, che si nutre di gag, colpi di scena, , improvvisazioni. Il tour da stadio inizia a SAVONA il 16 giugno 1979 e riempie le gradinate di mezza Italia: il Luigi Ferraris di GENOVA, il comunale di TORINO, il San Paolo di NAPOLI, il Flaminio di ROMA, , il Sant’Elia di CAGLIARI , dove chiude i battenti il 28 luglio. E’ una sorta di rivoluzione, a partire dal pubblico, che è diverso, variegato, non più composto solo da giovani, musicofili, fan, , ma da INTERE FAMIGLIE , cosa che non era mai accaduto prima. Con BANANA REPUBBLIC risorge musicalmente l’Italia e si inaugura la stagione dei grandi concerti di massa, dopo il lungo periodo di contestazione, Per De Gregori fu una vera e propria rinascita , una sorta di tour terapeutico. Finalmente vinse la sua ritrosia nei confronti del pubblico e iniziò una nuova svolta per la sua carriera. Il tour Banana Repubblic è da considerarsi uno dei PIU’ GRANDI EVENTI della musica italiana di sempre. Che riaprì le porte della musica live. venne Patti Smith , e altri fuoriclasse della musica internazionale. Ma divenne anche un fatto sociale e culturale. Tant’è che l’Espresso fece un’intervista a Dalla (De Gregori si sottrasse) e una copertina all’evento. E Banana Repubblic di Dalla-De Gregori divenne nel 1979 il secondo disco (400mila copie) venduto in Italia . E la canzone Banana Repubblic? Era una riuscitissima traduzione da parte di De Gregori della canzone scritta e incisa da Steve Goodman, una ballata malinconiica, cantata in duetto, dove affiora ancora una volta un’America marginale e disperata, ammalata di solitudine e nostalgia:”Gli americani che espatriano /fanno il verso alla nostalgia/ raccontantosi senza crederci/mille volte la stessa bugia/ E poi verso sera li vedi/ tutti a caccia , una donna e via./ e attraversano la notte a piedi/per truffare la malinconia.

TRENT’ANNI DOPO
De Gregori e Dalla , si ritroveranno sul palco 31 anni dopo , nel 2010 cimentandosi in duetti strepitosi. E due anni dopo De Gregori scrive “Sulla strada” , titolo è chiaramente ripreso dal famoso romanzo di Jack Kerouac , “On the road”, ma in questo caso non troviamo un De Gregori dylaniano , ma piuttosto un autore immerso nella canzone popolare , esperienza compiuta con Giovanna Marini. Infatti il cuore del disco non sta nella riflessione del viaggio, ma in uno sguardo sereno e sentimentale rivolto a un mondo antico, come quello del poeta Dino Campana, che fugge dall’Accademia militare , dove i genitori l’hanno destinato, vagando al freddo tra i bordelli (“van le troie illuminando il cammino sgangherato del sergente innamorato, che di notte se ne va”). Leonardo Colombati ha definito la donna cannone «una delle più belle canzoni italiane di tutti i tempi» , soprattutto per quanto riguarda il testo, poesia pura. Ma De Gregori , in seguito, ha replicato: “Non mi piace quando dicono che sono poesie. La poesia è ben altro e se leggi “La donna cannone” senza pensare alla musica, è una boiata pazzesca, non sta in piedi”. Ma come fa a dire così di una delle sue canzoni più belle? “Anche secondo me è tra le più belle, ma questo non vuol dire che il testo da solo regga. Tutti quegli accenti tronchi, “butterò questo enorme cuore… giuro che lo farò… nell’azzurro io volerò…”. Nemmeno un bambino scrive così. È la musica che dà potenza e qui, devo dire, c’è una bella invenzione melodica, non banale. No, nemmeno degli autori più famosi si può leggere il testo come una cosa autonoma, nemmeno Bob Dylan , che ha vinto il Nobel per la letteratura. E poi c’è “Titanic” , che è decisamente meglio del film, con un duetto vocale sorretto dalla fisarmonica che rievoca “America” di Kafka , una sorta di lamento funebre, tra madre e figlio che parte senza domani, con lo sguardo di animale in fuga.

PASSO D’UOMO
“Passo d’uomo”, una autobiografia in cui De Gregori racconta all’intervistatore, Antonio Gnoli, un intellettuale che si è occupato di Rilke, Heidegger Junger, uno che ha curato opere di Freud Brague e Brandt, – la sua formazione culturale , POLITICA e artistica , le passioni, le amicizie, il lavoro , le delusioni e il successo. Con un unico solo rimpianto (ma sarà vero?) , che mi ricorda un po’ Leonardo Sciascia ( Una storia semplice) : “Non sono ancora riuscito a scrivere una canzone veramente semplice”. E poi , a scanso di equivoci, per non essere etichettato d’intellettualismo , aggiunge : “Vorrei che non passasse mai in secondo piano la fisicità del mio lavoro. Mi trovo davanti persone che dimenticano che faccio il cantante e suono la chitarra. Che ho le “mani sporche”. Guarda che calli!”. In realtà sappiamo tutti che De Gregori è , oggi , il più intellettuale dei cantautori , e forse il più poetico ( Sicuramente De Andrè , suo primo modello e idolo , lo era più di lui) .Ma lui è intellettuale per formazione familiare e “politica”, per stile, per un certo algido distacco ( Dalla lo chiamò subito IL PRINCIPE) , e lo è per la qualità della sua opera, quarant’anni di canzoni di grande densità testuale, come scrive Michele Serra . C’è molta molta scrittura, in De Gregori ispirata dalle tante letture e formata nel tempo , aleggiano dentro e fuori il suo lavoro un mare, un oceano di poeti e scrittori , da Steinbeck a Verne, da Salinger a Hemingway, da Carroll a Tzara e a Kafka, e poi Zeichen, Vargas, Pasolini, Kerouac, Dostoevskij, l’amatissimo Dino Campana, Borges… E poi naturalmente il più grand di tutti, il suo inarrivabile modello, Bob Dylan. “Ma s’avverte nelle sue risposte come se cercasse di difendere il suo campo – la canzone – che tende ad essere sottovaluta e svilita, cosa non assolutamente vera quando si tratta di canzone d’autore, anche se lui non ama la parola cantautore. E ripete :”Io non sono un intellettuale, sono un artista. Non so se questo sia “di più” o “di meno” ma so che non è la stessa cosa, non è lo stesso mestiere, non è la stessa funzione”. Per questo De Gregori continua a mostrare a Gnoli i calli da chitarrista. Sono le sue stimmate. Una cosa è certa , la canzone rimane un enigma: qual è la formula, l’alchemia misteriosa che fa di una canzone – tre o quattro minuti appena – una ragione di così forte coinvolgimento emotivo?

L’ARTE
Ma poi che cos’è l’arte? “L’arte non è un fatto sociale, neppure un fatto estetico, ma un “destino sentimentale”. “Il riflesso di uno splendore senza spiegazioni ulteriori”, scrive Gnoli nella prefazione.”L’arte non si fa afferrare più di tanto, – dice De Gregori – non solamente il pubblico, perfino l’artefice non sa spiegare con precisione “come ha fatto”. Semplicemente, lo ha fatto.Se devo raccontare di Alice, che ho scritto nel 1971, quando avevo vent’anni, e nessuno sa che cosa voglia dire che “Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole, rispondo che in quel momento era quello che volevo dire , magari perché influenzato da Tzara o da Lewis Carroll, non lo so. Io scrivo una canzone che in quel preciso momento non è collocabile sul mercato ( arriverà ultima al cantagiro). Però l’ho scritta . Ecco che cosa intendo per operazione artistica. E non so se sia alta o bassa, di rilievo o modesta. Fattostà che poi Alice è diventata quasi un best seller, ed io venivo indicato come il “cantante di Alice”.
Allora un’operazione artistica deve rompere certe convenzioni, deve spiazzare?

“Non lo so, non necessariamente. E’ qualcosa che nasce dal cuore e dalla tua urgenza di dire quella cosa esattamente in quel modo. Con le parole, le virgole e la musica messe così e non altrimenti”.

Roma, 20 giugno 2018 Augusto Benemeglio

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