CORRADO GOVONI E LE FOSSE ARDEATINE


A cura di Augusto Benemeglio

Ricordo di Corrado Govoni a 50 anni dalla morte

1.Il figlio del poeta

Se tu vai nel , in un giorno d’Aprile, con cieli d’erba pestata e vento in armi, nel Sacrario delle Fosse Ardeatine, sull’Appia Antica di Roma, e sosti tra le croci di marmo delle trecento trentaquattro vittime della rappresaglia nazista ( “QUANDO IL TUO CORPO NON SARA’ PIU’, IL TUO SPIRITO SARA’ ANCORA PIU’ VIVO NEL RICORDO DI CHI RESTA. FA CHE POSSA ESSERE SEMPRE DI ESEMPIO”), troverai, nel sarcofago n.90, la foto di un bel giovane di trentacinque anni, baffi e pizzetto, in divisa da capitano dei granatieri, medaglia d’oro al valor militare; il suo corpo fu violato, massacrato con reni cuore e genitali spezzati, a forza di calci pugni e bastonate. Il suo nome è Aladino Govoni, e ti verrà spontaneo, com’è successo a me più di trent’anni fa, chiederti se era parente del poeta Corrado, che studiammo a scuola quando eravamo bambini dalle elementari. Ebbene , sì, purtroppo, era suo figlio, a cui il poeta ferrarese dedicò due strazianti poesie :

” Da Aladino (1946)”
La prima volta che venni alla Fossa
Se una cava di rossa pozzolana ,
A Milano, piccino di tre anni,
Calando giù dai ceruli Appennini,
Oltre la morte durerà lo strazio
La notte che nascesti nevicava.
Se un giorno da una stella vagabonda
Quando verrà il momento benedetto
Ho bisogno di piangere e non posso,
in Padania , con mamma e te bambino,
Prima di fare con la radio il pane
Dico al vento di entrare, ed incoraggio
Ho rivista la coppia d’uccellini,
Quest’Italia di donne e bambini,
Quante croci ho portato in vita mia!
Nel gioco delle bocce , a piazza Acilia ,
Lilla, mughetti, primule e giacinti
Colsi un fiore sbocciato sulle Fosse
Nella notte dei morti, erba che nasci
E’ arrivata Fiorella , l’angioletto
Quanto sento suonare un organetto
Una mano di ghiaccio misterioso
A chi rivolgerò la mia preghiera
Signore Iddio , dammi la pace eterna
Ogni cosa al calare della notte
Maledizione è nascere poeta
Questi giorni invernali così chiari,
Che più niente del niente io sia nel suore
Quando arrivano i primi balestrucci
Tra tante pene è non minore pena
Come l’estivo temporale , a sera,
Campane di Natale che suonate
Vorrei dormire in quel campo santino
– Prega che il mio Aladino torni presto
Dio, o forza misteriosa del creato,
Dialogo dell’angelo e del giovine morto –

da ” Conchiglia sul Quaderno” (1948)

Nuovo lamento su mio figlio morto
Più non m’incanti ,stella della sera,
Da un diluvio di grandine stroncate,
Anche il tempo verrà che la Galassia
Questa croce di carne trucidata
Sessanta duri inverni ha già scontati
E il cielo col suo pallido cobalto,
Esiste solo questo dramma o farsa
Perchè sian delle stelle nuove appena nate,
Perchè ogni mondo è solo ed isolato:
O dolce , vieni! Non la notte maschera
Passa, maggio! Non sai che crepacuore
Lascia fare alla terra che non sbaglia ,
La sola lettera che attendo sempre
Se, vincendo il ribrezzo , fermo appena
Il Gesù del “Quo Vadis” ?
La bella quercia che s’apriva al sole
Se n’è andato lontano, è andato via

2. Il poeta

Corrado Govoni era nato il 29 ottobre 1884 a Tàmara (Ferrara), figlio di agiati agricoltori ferraresi caduti in disgrazia all’epoca delle Grande Guerra. Pignorate e vendute le sue terre, il giovane Corrado emigrò a Milano e fu costretto , per vivere, a esercitare i mestieri più umili, ma aveva la vocazione dello scriba e una grande determinazione , per cui s’impose rapidamente all’attenzione dei circoli culturali milanesi , per intuito , acume e immaginazione , ma anche per rigorosità, nel campo della letteratura. Diresse “Il sestante letterario” e come poeta, considerato il il più vario ed estroso del nostro primo novecento, ottenne premi importanti quali il “Marzotto”(1953) e il “Chianciano”(1958). Con “Armonia in grigio et in silenzio” (1903) e “Fuochi d’artifizio”(1905)fu etichettato come “crepuscolare” ,ma non ebbe mai dei crepuscolari la spiccata tendenza al colloquio con le cose; mentre colle successive raccolte di “Rarefazioni” (1915), “Il Flauto magico” (1932) e “Canzoni a bocca chiusa” (1938) fu decisamente futurista, ma non ebbe mai dei futuristi la voglia esplosiva di rompere con la tradizione e di inneggiare alla violenza. E tuttavia non esaurì la sua poetica in queste pur importanti esperienze letterarie, anzi , la sua poesia mantenne sempre inalterato il dono nativo dell’immaginazione vivissima e della tendenza spiccata all’evasione , acquistando anche – in specie dopo la tragica morte del figlio Aladino – l’indispensabile dimensione umana alla quale non manca l’apporto di un ingenuo socialismo e di un velato realismo. Non ebbe la vaghezza di un Corazzini, il fascino di un Gozzano, la fortuna di un Palazzeschi, la serietà di un Marino Moretti, e tuttavia fu – di tutti questi – il più generoso, il più vero, il più umano, e al contrario di questi intimisti, aperto e pronto ad ogni sensazione, ad ogni
nuova esperienza. Se la vita lo annoiava, la poesia era di fantastico godimento; se lo addolorava , la poesia era di dolce conforto..

3. Cantore della campagna ferrarese

Che dire di più? Qualcuno dice che Govoni è il vero cantore della campagna ferrarese , che descrisse senza barocchismi o ritocchi letterari e senza l’untuosità sentimentale che caratterizza molti poeti del suo tempo; la sua fu una poesia immediata , viva, sorprendente , con un’indefinibile intenerimento che ti prende al posto giusto e al momento giusto, ridonandoti un momento di serenità e armonia, armonia che tuttavia si rompe, si spezza, si frantuma , si infradicia, s’avvelena, diventa croce di sangue, dopo l’assassinio del figlio Aladino. E tuttavia fu solo grazie alla strenua fede nella poesia che poté trovare una reazione al quel dolore così lungo , immane , inconsolabile , talora atroce. Dopo la morte del figlio venne a vivere nella periferia di Roma e, insieme alla moglie Teresa, quasi tutti i giorni andavano a pregare sulla sua tomba . Morì a Lido dei Pini , vicino ad Anzio, davanti al mare, mentre l’onda di risacca diventava di marmo. Era il tramonto del 20 ottobre 1965, esattamente 50 anni fa.

Roma, 23 settembre 2015 Augusto Benemeglio

 

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