Chuck Palahniuk, Dio e la Letteratura in coma


A cura di Giuseppe Iannozzi

Chuck Palahniuk è un’altra voce incredibile della letteratura moderna. Palahniuk ha esordito con un romanzo davvero forte, di quelli che non si dimenticano, tanto forte da attirare l’attenzione di una grande come Fernando Pivano, la più autorevole voce in fatto di cultura americana. L’esordio è avvenuto con “Fight Club”, un romanzo violento, dove l’identità dell’uomo è smembrata, ridotta a brandelli, perseguitata fino alla fine. L’autore con “Fight Club” ha semplicemente detto che l’uomo non è padrone di sé stesso, mentre i veri padroni sono le cose di cui noi ci circondiamo, siano queste materiali o astratte come i sentimenti di odio e di amore. Palahniuk ha distrutto tutto il conoscibile materiale ed immateriale, e l’ha dato in pasto al lettore vorace di emozioni forti e gli ha fatto ingoiare anche quelle emozioni che ha provato leggendo “Fight Club”. Un vero trionfo dell’anarchia senza fede. “Il guscio esploso del mio appartamento carbonizzato è spazio siderale nero e devastato nella notte sopra le piccole luci della città. Senza le finestre, un nastro giallo della polizia si arriccia e svolazza sul ciglio del precipizio di quindici piani. Mi sveglio nella soletta in calcestruzzo. Una volta c’erano le assicelle di acero. C’era arte appesa alle pareti prima dell’esplosione. C’erano mobili svedesi. Prima di Tyler. Sono vestito. Mi metto una mano in tasca e tasto. Sono tutto integro. Spaventato ma integro. Vai in fondo al pavimento, quindici piani sopra il parcheggio, e guarda le luci della città e le stelle e non ci sei più. E’ tutto così oltre noi. Quassù, nelle miglia di notte tra le stelle e la Terra, mi sento in tutto e per tutto come quegli animali spaziali. Cani. Scimmie. Uomini. Hai solo il tuo piccolo lavoro. Tiri una leva. Pigi un bottone. Fai senza capirci niente. Il mondo impazzisce. Il mio capo è morto. La mia casa non c’è più. Ed il responsabile di tutto questo sono io.”

Palahniuk in “Fight Club” disegna l’uomo per quel che è, insignificante, schiavo delle sue paure, ma anche succube del capitalismo, della famiglia, del lavoro. E Durden, il protagonista del romanzo, distrugge tutto questo distruggendo sé stesso e la civiltà che lo circonda. La violenza è l’unico modo che Durden ha per riscoprire l’uomo che si nasconde dentro l’uomo. Solo nel momento in cui l’uomo combatte contro sé stesso, contro un suo simile, si rende conto che la civiltà non è mai stata. Gli scontri corpo a corpo coi propri simili è una lotta antropologica che risveglia l’uomo dormiente in ognuno di noi: Durden è un debole, ma combatte questa sua debolezza inventando un altro sé stesso, un alter ego, Tyler. E la coppia Durden/Tyler investe la vita nel creare il Fight Club, un circolo esclusivo per soli uomini dove ci si batte a mani nude per il semplice piacere di combattere contro un corpo vivente. Le ultime battute che Palahniuk scrive per dare un senso compiuto al romanzo sono: “E’ stato meglio che la vita vera. E’ il tuo solo momento perfetto non durerà per sempre. Tutto in Paradiso è bianco su bianco. Imbroglione. Tutto in Paradiso è scarpe silenziose, con la suola di para. In Paradiso si dorme. La gente mi scrive in Paradiso e mi dice che sono ricordato. Che sono il loro eroe. Migliorerò. Gli angeli qui sono del Vecchio Testamento, legioni e luogotenenti, un ospite celeste che lavora in turni, di giorno, di notte. Cimitero. Ti portano i pasti su un vassoio con un bicchiere di carta pieno di medicine. Il servizio scenico della Valle delle Bambole. Ho incontrato Dio dietro la sua grande scrivania di noce con i diplomi appesi alla parete alle sue spalle e Dio mi chiede: “Perché?”  Perché ho provocato tanto dolore? Non mi sono reso conto che ciascuno di noi è un sacro, irripetibile fiocco di neve di speciale irripetibile specialità? Non vedo come siamo tutti manifestazioni d’amore? Io guardo Dio alla sua scrivania che prende appunti su un blocnotes, ma Dio ha capito tutto sbagliato. Noi non siamo speciali. Non siamo nemmeno merda o immondizia. Noi siamo. Noi siamo soltanto e quello che succede soltanto. E Dio dice: “No, non è così”. Sì. Be’. Sia come sia. A Dio non si riesce a insegnare nulla. Dio mi chiede cosa ricordo. Ricordo tutto. […] Ma io non voglio tornare giù. Non ancora. Perché perché. Perché di tanto in tanto qualcuno mi porta il mio vassoio con il pasto e le medicine e ha un occhio nero o un gonfiore sulla fronte con tutti i punti e mi dice: “Sentiamo la sua mancanza, signor Durden”. Oppure passa qualcuno accanto a me spingendo un mocio e sussurra: “Va tutto secondo i piani”. Sussurra: “Distruggeremo la civiltà per poter cavare qualcosa di meglio dal mondo”. Sussurra: “Aspettiamo con ansia il suo ritorno”.” Durden, dopo aver distrutto tutto, sé stesso e chi gli stava accanto, è di fronte a un Dio incapace di imparare dall’uomo che adesso, dopo la morte, Durden è diventato. E se Dio è incapace di imparare dall’uomo, allora è come se non esistesse. Durden potrebbe tornare indietro e infischiarsene del Paradiso, ma si rende conto che non c’è differenza alcuna fra il Paradiso e la Terra. E poi sulla Terra ci sono gli uomini che lui ha istruito ad essere “uomini” e questi si stanno adoperando per distruggere la civiltà per “poter cavare qualcosa di meglio dal mondo”. Palahniuk lascia che Durden se ne resti in un paradiso stranamente tanto simile alla Terra, forse perché compito di Durden sarà quello di distruggere anche quel Dio fittizio incapace di imparare dall’uomo.

La letteratura non è più quella tradizionale a cui ci hanno abituato il Boccaccio o il Manzoni: è cambiata radicalmente. I generi tendono a fondersi ed è estremamente difficile parlare di fantascienza, horror, fantasy, mainstream. Anche la letteratura di genere non è più quella di vent’anni fa: oggi si ha la naturale predisposizione a imbastardirla con il mainstream. Lo stesso Palahniuk, recentemente, ha detto che solo attraverso la narrativa di genere è possibile esprimere concetti veramente forti: “Ho deciso di affrontare la letteratura di genere perché, oggi come oggi, è il solo modo per passare certi argomenti. Al momento, ho pronti due libri, sempre horror. Dopo vedremo.” Chuck Palahniuk sin dall’uscita di “Fight Club” è stato attaccato dai benpensanti per la violenza delle trame dei suoi libri: “La colpa è dei genitori americani. Pur di non ammettere le proprie colpe, cercano sempre nuovi capri espiatori e io sono uno di questi, proprio come Marilyn Manson.” In “Soffocare”, Victor Mancini,  protagonista del romanzo, frequentatore di un gruppo di recupero per sessodipendenti, uno che tira a campare interpretando un contadino del Settecento in un villaggio d’epoca per turisti, finge di soffocare nei ristoranti per ricevere poi regali dai propri salvatori. Qualcuno l’ha accusato di essere un cattivo maestro, ma l’autore si è difeso asserendo che non riesce proprio a vedersi nella veste del cattivo maestro, perché, secondo lui, il ruolo dello scrittore non è quello di insegnante. Tuttavia si ha il sospetto che Palahniuk goda, di nascosto, nell’essere accusato (disegnato) come cattivo maestro. In “Soffocare”, l’autore dice che “siamo tutti in trappola”, ma alla stampa ha dichiarato che non è lui a dirlo, ma Victor Mancini, il protagonista del romanzo. Ed ha aggiunto che “crede che una via d’uscita esista”: “Non è molto consolatorio, ma prima o poi finiamo tutti al Creatore”, ecco come si è difeso l’autore.

La letteratura di genere potrebbe essere l’ultima radicale soluzione ai mali dell’informazione moderna. Molti scrittori mainstream hanno scritto romanzi di genere: vedi Sebastiano Vassalli, Stefano Benni, Michele Serra, eppure i loro romanzi non sono stati inquadrati, se non da pochi, come romanzi di genere. Perché? Forse perché hanno scritto prevalentemente mainstream prima di mettersi alla prova con il mondo del “fantastico”. Qualche critico gli ha dato addosso; tuttavia la maggior parte ha accolto i loro lavori con una certa riverenza, quasi con un inchino a novanta gradi. Indubbiamente sono scrittori che sanno il fatto loro, ma è stupido e decostruttivo esaltare un lavoro fantastico solo perché è stato scritto da un autore notoriamente impegnato nel mainstream. Parlare di generi letterari, oggi come oggi, mi sembra banale: le commistioni sono tante, ed è giusto che ci siano per un rinnovamento della “letteratura”, perché la vera letteratura non ha un codice a barre, non è qualcosa che si può svendere al primo offerente (e non è detto che il primo sia il migliore offerente). La critica moderna non è critica, ma temo che non sia mai stata veramente oggettiva, libera, senza pregiudizi. P. K. Dick, ad esempio, prima di dedicarsi alla fantascienza, ha scritto romanzi mainstream, ma gli editori, tutti, si sono rifiutati di prendere in considerazione queste opere dickiane. Solo oggi, dopo la morte di Dick, è iniziata la rivalutazione della sua intera opera. Complice è anche il cinema. Ma le trasposizioni cinematografiche da sole non sarebbero bastate a riscoprire Dick se Dick non avesse avuto dalla sua una grande e profetica immaginazione.

Giuseppe Iannozzi

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