Cesare Pavese e la solitudine 2


Cesare PaveseA cura di Augusto Benemeglio

1.“E’ bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante”, scrisse “Cesare Pavese da Santo Stefano Belbo”, come sottolineava lui. In realtà era nato lì, nelle “langhe”, solo per caso , ma non era un contadino, anche se ha mitizzato e idealizzato il mondo rurale come umana matrice, antica terra d’origine , luogo di libertà dalle costrizioni della civiltà cittadina, oasi della sua infanzia.

2.Pavese era un piccolo borghese di Torino, che ebbe ben presto , fin da ragazzino , un mare , un oceano di problemi, a causa della morte del padre, cancelliere al tribunale di Torino, a soli 42 anni per un cancro al cervello, quando Cesare aveva compiuto 6 anni; la madre , rimasta sola ad allevare e mantenere i due figli (Cesare aveva un fratello), si dimostrerà una donna eccezionale , coraggiosa, austera, forte , e lavorando sodo , dal mattino alla sera , riuscirò a superare difficoltà enormi e situazioni disperate , drammatiche , come sanno fare solo le donne , per un istinto materno sublime , sanno fare. Ma era una piemontese silenziosa e dura , aspra e asciutta , priva di calore e tenerezza. Da questa madre autoritaria e talora tirannica ( una donna molto provata dal dolore) , Cesare non riceverà mai, per tutta la sua vita , una sola parola affettuosa o una carezza.

3. E così il ragazzo – che già di per sé era chiuso , introverso, timidissimo ( ma testardo) – viene su con enormi difficoltà nei rapporti interpersonali e con una fantasia accesa, febbrile , in un cuore ultrasensibile e fragilissimo che cerca costantemente libertà e amore , un cuore che rimarrà sempre un “fanciullino” vagabondo sui sentieri delle langhe, ad inseguire i suoi miti contadini , una sua religione panica tutta da ricomporre dentro di se, un cuore che medita sul senso della vita e della morte , sulla incomunicabilità degli uomini e la sofferenza delle creature .

4. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” Cesare ha inoltre uno smisurato complesso della donna , tale da procurargli veri e propri malesseri negli innamoramenti dell’adolescenza (Racconta lui stesso che ogni qual volta una ragazza che gli piaceva ricambiava uno sguardo, si sentiva quasi svenire, doveva fermarsi , appoggiarsi a qualcosa, per non cadere a terra ). Era convinto di non poter piacere alle donne, di non essere adatto per le donne, almeno per quel tipo di donna moderna come la straniera “ dalla voce rauca” , Costance Dawling, di cui si era perdutamente innamorato. “ Cesare non è per te, quella straniera, ti farà soffrire molto…. Moglie e buoi dei paesi tuoi. Lasciala stare, Cesare”, gli diceva il suo amico d’infanzia Pinolo. Ma lui non gli diede retta e per quella donna si suicidò, si sparò un colpo di rivoltella in una camera d’albergo di Torino.

5. Era il 27 agosto 1950, avrebbe compiuto 42 anni, come il padre, pochi giorni dopo , il 9 settembre, ed era al culmine del successo letterario. Aveva appena vinto il premio Strega, era un uomo ammirato e stimato, sembrava avesse tutto, invece non aveva nulla , tranne quel “vizio assurdo” che lo tormentava da tempo, e si sparò , subito dopo aver scritto quei famosi versi, ultima sua eredità : ” Verrà la morte e avrà i tuoi occhi- questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera , insonne sorda , come un vecchio rimorso o un vizio assurdo….mO cara speranza/ quel giorno sapremo anche noi/ che sei la vita e sei il nulla…”

6.Pavese e Leopardi Se ci fate caso , cari lettori , quest’ultimo verso sa molto di Leopardi ed in effetti , a ben vedere, le analogie tra il Cesare di Santo Stefano Belbo e il Leopardi di Recanati non mancano ( anche quest’ultimo vagheggiò e corteggiò per lungo tempo la morte, ma non fece mai , né avrebbe potuto farlo, il gesto disperato), anzi… Spingendoci un poco oltre potremmo dire che , al contrario dei quello che sembrò e apparì per tanto tempo, alimentato dallo stesso scrittore (l’equivoco di Pavese neo realista) , il Leopardi del novecento reimpastato dalla psicanalisi freudiana e nutrito dagli echi del decadentismo gozzoniano , e anche dannunziano , assomiglia molto a Pavese (sic!), che peraltro non esita ad ammettere di aver subito a lungo i richiami del poeta di Recanati. Anche il piemontese era pessimista sulla “sorte delle umane genti” , e vide la fatica e il dolore di vivere di tutte le creature viventi al cospetto di una natura indifferente , crudele e ostile ; ripercorre il mito dell’infanzia, vive tragicamente la propria solitudine e l’ossessione della morte, constata il nulla, registra i suoi amori infelici, ecc. ecc.

7.Il garofano rosso nascosto nella tasca dei pantaloni “Vivere è cominciare” . Personalmente quella frase che ci ha lasciato Pavese e che ho trovato in un libretto di “Parole dei saggi” insieme a Orazio, Epicuro, Cicerone, Seneca, Esiodo, Salomone e i Proverbi della Bibbia, la trovo formidabile, di una incredibile attualità e palmare verità : vivere è “cominciare”, però non è sempre facile e semplice “cominciare”, o ri-cominciare, quando le avversità della vita ti toccano in modo drammatico o tragico. E così Pavese si è contraddetto e non trovando più in se la forza di ricominciare , si suicidò (il vizio assurdo di cui parla nelle ultime sue poesie e che è anche il titolo di una biografia del poeta scritta da un suo coetaneo, e compaesano, Davide Laiolo). Si suicidò davvero per l’ennesimo amore non corrispoto, che lo faceva indicibilmente soffrire e lo rendeva fallito inutile , profondamente infelice , “ un fucile sparato”, o i motivi sono più complessi?. Quel testardo delle langhe (ma abbiamo visto che era tutto un mito, Cesare non fu mai contadino, né fu mai veramente un partigiano come Fenoglio e lo stesso Lajolo) non seguiva la massa. Era originale in tutto. Mentre tutta l’Italia avrebbe voluto trasformarsi in un immenso garofano rosso e tutti facevano fiorire garofani sul petto e li esibivano con orgoglio , anche quelli che erano stati fascisti, lui lo nascondeva nella tasca interna dei pantaloni.

8. E poi aveva la rara capacità di innamorarsi sempre della donna sbagliata, anzi era alla disperata ricerca di donne che non l’avrebbero mai amato. Chissà, forse avrebbe voluto emulare gli eroi dei romanzi americani che traduceva mirabilmente, ma sapeva di essere completamente diverso da loro. Come quelli erano belli sicuri e decisi , orgogliosi di essere tali, lui era pieno di insicurezza e tentennante, pieno di problemi irrisolti dentro di se, uno che non si piaceva affatto, si sentiva scisso, lacerato, tormentato , infelice, fallito come uomo e anche come scrittore, nonostante i successi. Forse si sentiva fuori posto, fuori epoca. Si era sentito sempre così, profondamente disperatamente, solo, e “ diverso”, incapace di comunicare veramente con gli altri. E anche quando ebbe i primi successi letterari, non trovò la felicità , nulla di ciò che sperava .. Voleva la pace, la serenità, voleva essere felice…Ma ormai non ci credeva più alla possibilità di essere felice, non credeva più nemmeno all’ideologia comunista…. Si sentiva profondamente solo al mondo ed era disperato , nonostante “ l’allodola americana “ ( Costance Dawling) si fosse fermata presso il suo covone di grano perché si sentiva anche lei sola e sperduta , “ma presto se ne sarebbe andata …”

9. Fitzgerald è pazzo? Pavese praticava il sesso disperato e mostrava una passione assurda per la politica che in realtà non aveva mai veramente compreso; tutto ciò era contro la sua natura, l’aveva solo sradicato e gettato in un mondo assurdo che capiva sempre meno . Pavese si sentiva più fratello di Musil, Kafka e Svevo che non dei Vittoriani e degli americani . Riprende lo “Zibaldone”. Sì, sì, aveva ragione il Giacomino Leopardi. Le creature vengono gettate in un mondo che è Infelicità e Noia, un mondo da cui trovi scampo solo con la morte. Siamo agli ultimi mesi di vita. Gli propongono di tradurre “Tenera è la notte” di Scott Fitgerald, ma non accetta perché lo scrittore americano gli piace troppo. Scrive a Davide Lajolo: ” Sai mi dicono che Fitzgerald beveva molto ed è finito quasi pazzo. Si vede che chi ha dentro qualcosa da dire è destino che finisca così”. In un suo recente racconto aveva scritto : “Io capisco ammazzarsi, …ci pensano tutti…ma farlo bene , farlo che sia un cosa vera …Farlo senza polemica “… Esamina come in una carrellata la sua vita, che non è stata semplice . L’infanzia difficile e senza padre, con la madre dura come una sfinge, le frustrazioni e le ristrettezze economiche, le sue difficoltà nei rapporti interpersonali, poi l’instabilità dei senza tessera in un’Italia fascista, l’arresto, il carcere, il confino, i lunghi anni di vigilanza speciale, infine la fazione, la guerra, la resistenza, la paura, la fuga , la viltà , il rimorso, la strage dei suoi compagni e infine il ritorno al partito comunista che non capiva e non l’avevano mai realmente capito, tant’è che il garofano rosso ce l’aveva nascosto in una tasca interna dei pantaloni. Poi la disillusione d’amore con l’americana , il rifugio nella sua solitudine e nel mito delle langhe , scrivere, scrivere..Ma anche questo non gli dava più gioia. E allora ecco i lamenti della sua agonia annotati nel “Diario”: “Tu ti vai prosciugando …Qualcosa si chiude in me …Succede di notte quando comincio ad assopirmi …mi risucchia come un gorgo, un repentino e ondeggiante gorgo, in cui mi crolla il cervello, mi crolla il mondo …Mi riprendo a denti stretti, ma se un giorno non ce la faccio a riprendermi..”. E poi: “E’cominciata la cadenza del soffrire . Ogni sera all’imbrunire , stretta al cuore, fino a notte …. “ Adesso il dolore invade anche il mattino…Contemplo la mia impotenza, la sento nella ossa…Mi sono impegnato nella responsabilità politica che mi schiaccia. La risposta è una sola : suicidio…

10. Ormai mi sono bruciato dietro le navi Vince il premio Strega con “La bella estate” , anche il suo ultimo libro, “La luna e i falò” sta andando a ruba, è lui che trascina la casa “Einaudi” . Lo cercano tutti , lo invitano da tutte le parti per festeggiare , ci sono tante ragazze che lo vogliono conoscere, vanno pazze di lui , perché è un grande scrittore , è una celebrità , ma lui si muove tra ultimi spiragli di vanità e paura, tra pietà di se stesso e il tentativo vano di uscire dall’isolamento…Si sente inadatto alla vita , inibito, inetto. Che cosa gli importa del successo letterario? Forse avrebbe voluto vivere in un altro secolo, forse avrebbe preferito fare il contadino come Nuto , o il falegname o il calzolaio … Scrive l’ultima straziante lettera a Davide Lajolo: “ Ormai mi sono bruciato dietro le navi…Non so se troverò il tesoro di Montezuma , ma so che nell’altopiano di Tenochtitlan si fanno sacrifici umani. Da molti anni non pensavo più a queste cose. Scrivevo . Ora non scriverò più e farò il mio viaggio nel regno dei morti… Ciao per sempre. Cesare. Certo, cari lettori , non vi ho tirato su il morale con questa tristissima storia di Cesare Pavese, ma sono certo che sono queste nobilissime anime tragiche , tormentate , disperate e straziate che ci fanno meditare sulle nostre piccolezze , ci fanno maggiormente apprezzare la vita che è anche una costante attesa, come diceva Renard: “Se si costruisse la casa della felicità , la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa “Ma siccome tutto è relativo , anche in questo caso l’attesa è bella quando è foriera di speranze… Se devi attendere un’esecuzione capitale, o una diagnosi senza possibilità di salvezza , non so quanto possa essere gradevole…

Augusto Benemeglio


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2 commenti su “Cesare Pavese e la solitudine

  • Enzo Maria Lombardo

    Cesare Pavese si è ucciso ma non è morto: almeno finché esisterà il piacere della lettura, della poesia (anche in prosa), dell’arte.
    Per questo la lettura di questa splendida pagina non mi ha intristito più di tanto, mi ha solo entusiasmato.
    Un grazie all’Autore.
    E.M.L.

  • augusto

    Grazie a te, caro Enzo Maria, che hai dato un senso al post.
    Sono d’accordo in toto con le tue parole, ma dobbiamo ammettere
    che in questi ultimi anni la quotazione di Pavese è scesa molto,
    praticamente nelle scuole non si studia più, nonostante sia stato
    per diverse generazioni , a partire dalla mia, lo scrittore a cui
    ci si è maggiormente ispirati.