I grandi della letteratura
Uno dice Pascoli e pensa alla cavallina storna, al grembiule nero e al colletto bianco, alla notte di san Lorenzo, col tremolio di stelle, o di uno stelo sotto una farfalla, alle illusioni finite in fretta e al ronzio di un’ape attorno al fiore, ai campi che svaniscono nell’onda sonora delle campane, ai silenzi, ai pezzetti di nulla e allo stormire di cipressi, alle voci e ai canti assorbiti nella malinconia del paesaggio, la piuma che esita o che palpita leggera nel nido abbandonato, il vento che piange nella campagna solitaria, alla panchetta e alla tessitrice che piange, ai versi come spartiti musicali e alle sere magiche e teneri , con i temporali che muoiono in dolce singulto, ai vespri odorosi di fieno; uno dice Pascoli e pensa a una serie di gadget dell’anima e della nostra lontana infanzia, tutte cose che saranno pure prodotte – come afferma Sanguneti – da una sorta di “macchinetta sadica di produzione liriche per lacrime ad usum infantis”, ma che tuttavia ti arrivano per le scorciatoie del cuore, come avviene per tutte le cose romantiche. …
Diciamo Montale e pensiamo al mare pulsante, onnipresente, che scava, modella leviga, al mare padre padrone che accetta e respinge; al mare origine ed elemento stesso della vita, al mare livido, che muta colore, lancia a terra una tromba di schiume intorte; al vento implacabile, nella sua mutevolezza, che trascina con sé, da scirocco a maestrale, da tramontana a libeccio, ogni cosa vivente, al vento che nasce e muore…
Diciamo Montale e pensiamo alle pietraie bruciate dal salino di quella Liguria trasfigurata in una terra senza nome, di quella Liguria che somiglia tanto ad alcuni tratti della costiera salentina, quella che è irta, arida, scoscesa, scabra, ruvida; pensiamo all’odore di limoni, a quel profumo che è proprio della gente che vive sul mare, che t’invade e ti occupa e ti fa piovere in petto una dolcezza inquieta; ed è come lo scroscio di canzoni gialle, trombe d’oro e di solarità…
“Il giovane Holden” ( The Catcher in the Rye) è un libro che fu pubblicato quasi sessanta anni fa ( 1953) da uno scrittore fantasma, Jerome David Salinger, che da oltre 45 anni non scriveva più nulla (Frannie and Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri , gli ultimi suoi racconti tra il 1961 e il 1963) , indifferente a qualunque tipo di richiamo; ed è uscito di casa una sola volta per andare a vedere la Callas al Metropolitan, ma poi arrivò in ritardo e non fece in tempo a sentire la grande diva lirica.
Salinger aveva superato i novanta, essendo nato nel 1919, e viveva praticamente murato vivo nella sua casa di Cornish, una cittadina del New Hampashere, in un allusivo misticismo che si richiama alle filosofie orientali e che sembra voler rispecchiare lo stato d’animo di crescente impotenza e totale rinuncia ad agire, a “fare”, movimento che si era diffuso nell’America degli anni sessanta fra i giovani anticonformisti, di cui “Il giovane Holden” è l’emblema, il portabandiera indiscusso. …
Conrad è un vagabondo, un marinaio e un artista, amava dire J. Galsworthy, esaltando la conoscenza diretta degli uomini e delle cose dello scrittore anglo-polacco, oltreché la forza narrativa dei suoi primi romanzi marinareschi, (“La follia di Almayer” , “Un reietto delle isole”, “Il nero del Narcisio”) che s’impongono subito all’attenzione per un’evocazione meravigliosamente plastica delle isole e dei mari dell’estremo oriente nei quali aveva navigato, e per i temi tipici di Conrad: la solitudine, il tradimento, l’inganno, l’autoillusione, il lento declino morale, la fedeltà e l’integrità personale distrutta da interessi materiali, la coscienza morale. Storie di caratteri forti e di anime grandi, il viaggio, la nave, la potenza della tempesta, i grandi capitani come MacWhirr, in “Tifone”, la cui debole voce “allontanò placidamente l’urugano”. …
Ho chiesto in giro, ai pescatori, agli infermieri, agli impiegati ai commercianti, agli edicolanti, ai militari, ai professionisti, e infine ai professori e agli allievi dei licei e delle scuole medie del Salento, se qualcuno conoscesse Rocco Scotellaro. Il risultato è stato incredibilmente sconfortante. Non lo conosce quasi nessuno. Eppure è forse l’ultimo vero autentico poeta meridionale, un poeta impegnato nel civile, che rappresenta un modello culturale che va al di là di ogni retorica o di ogni forma di discussione accademica, di natura anche storica. C’è infatti in lui un intreccio di significati che non sono soltanto etici e letterari, quali la visione antropologica, la Lucania , il folklore, gli usi, costumi e tradizioni, il Mediterraneo immenso patrimonio di tutti gli Scotellaro meridionali. C’è la storia che diventa tempo e il sentimento del tempo che cuce la memoria dei giorni …
Sono andato alla Clinica “Villa Pia”, a Roma, per “accertamenti” ( era rimasta l’unica con posti ancora disponibili), con due libri, che avevo già letto secoli prima. Uno era “I 60 racconti” di Dino Buzzati di cui in particolare m’interessava “Sette piani”, da cui era stato tratto il (brutto) film “Il fischio al naso”. Lo volevo rileggere forse per ragioni scaramantiche. Come si sa il protagonista sembra non avere assolutamente nulla, si reca in quella lussuosa clinica “Sette piani” per una pura formalità, una sciocchezzuola, ma ci rimane per sempre, scendendo di piano in piano, fino alla camera mortuaria. L’altro era il “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda. In questo caso non sembravano sussistere particolari motivi ( ma, come si vedrà, le scelte non sono mai a caso, obbediscono a qualcosa di sottile e inconscio), al di là del fatto che si tratta di un capolavoro della letteratura italiana, che mi rievocava, peraltro, diverse cose: gli anni dell’adolescenza, un film di Pietro Germi …
Clemente Rebora, un grande poeta da riscoprire, ”un autore ancora per pochi”, diceva Giovanni Raboni. E se ne rammaricava. Quei pochi sono coloro che non hanno un’ideologia dichiarata, ma contenuta, “come un oggetto” Ad esempio, la poesia di Pasolini sta all’opposto, e dice soprattutto ciò che dice; non è un vero discorso poetico, ma ideologico. Quello di Rebora è invece “polisemia” della grande lirica. Teso al cielo per il quale è fatto, ma legato alla terra, il poeta è un’allodola che canta l’elegia dello schiavo consapevole. E ogni slancio verso il cielo della felicità pare destinato a ricadere dolorosamente al suolo …
1. Il disegnatore diventa profeta
William Blake, poeta, pittore e incisore inglese della fine settecento, inizio ottocento era convinto che l’individuo toccato dalla grazia possa dirsi prosciolto da ogni vincolodella legge morale. Perché direttamente guidato dallo spirito. Quando uscirono i due volumi di Canti dell’innocenza e Canti dell’esperienza, una sorta di ballata popolare fusa con un simbolismo criptico e un impulso visionario e una dose di corrosiva critica sociale, si gridò al miracolo. Il disegnatore, l’incisore era stato toccato dalla grazia. Blake in effetti era un autodidatta che conosceva davvero bene due soli libri, il paradiso perduto di Milton e la Bibbia di re Giacomo. E dal fiume di parole di questi libri era risalito alla sorgente, a quel luogo interno, alla verità, o a quello che lui credeva la verità. …
1.Una nube profumata
Tutto ebbe inizio in aprile, con le ginestre e le valeriane selvatiche che fiorivano come in un giardino sul ciglio della via del mare, che da Roma conduce ad Ostia. Era il 24 aprile 1932 e Claretta aveva vent’anni, con la testa piena di riccioli e fatui sogni d’amore. Seguiva, fin da bambina, sui giornali, le imprese gloriose, l’irresistibile escalation del duce, il suo mito, il suo eroe, di cui conservava, come una reliquia, una foto-simbolo : ritto, le mani sui fianchi, la testa alta, il mascellone volitivo. E quella mattina avvenne come nel film “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen. Il mito uscì dalla pellicola della fantasia, e divenne realtà, per mostrarsi in carne e ossa alla sua vestale, alla sua romantica adoratrice. Erano entrambi lì, sulla via del mare, su quella strada invasa dalla ginestra bianca , delicata e vaga , che a ciuffi , reclinata, quasi dormiente sull’asfalto sembrava una nube profumata posata in terra. …
1.Gianni Clerici, l’unico vero poeta del tennis
Questo excursus di poeti che hanno avuto a che fare, in modi diversi, col tennis, riguarderà solo quattro autori, Montale, Bassani, che è più noto come scrittore, Emanuele Kraushaar e Giulio Sordini, questi ultimi due poeti assai meno noti ma di sicuro spessore.
Quando si parla di poeti del tennis – e ciò non suoni offesa per nessuno – a parte i grandi tennisti-spettacolo del passato, da Laver a Connors, da Mc Enroe a Sampras, da Edberg a Gattone Mecir, per arrivare all’attuale Roger Federer, da molti considerato il più grande di tutti i tempi, a me sembra che l’unico vero poeta sia un giornalista-scrittore che il tennis ha cantato in diverse occasioni, anzi che lo celebra si può dire tutti i giorni, come tutti i giorni il prete dice messa, parlo – e mi avrete tutti capito – di Gianni Clerici che tutti noi tennisti conosciamo e amiamo per le sue cronache fuori dagli schemi che quotidianamente o quasi ci propone su La Repubblica, giornale per il quale scrive da diversi anni. …
C’era stato il polverone, il grido e la caduta, la liberazione, la conquista, poi Anita dalla pelle cupa, una creola dotata di vera dignità spagnola, che aveva antenati indiani e portoghesi.
C’era stato il vento teso che si fa tempesta, il naufragio, la morte dei fratelli italiani, la luce fresca che segue sempre una tempesta, infine lo strazio dei ricordi, la solitudine, la disperazione… poi Anita, con il suo volto velato che si posava sull’oceano e andava alla deriva nel pizzo del suo strascico nuziale. Anita: una donna forte, coraggiosa, un’amazzone, ma anche una vera compagna, che gli avrebbe dato quattro figli e l’avrebbe amato come nessun’altra, per tutto il corso della sua breve vita, come lui aveva desiderato.
“Avevo bisogno d’una donna che mi amasse subito!… sì, una donna!, e trovai Anita, la più perfetta delle creature… Da quel giorno non ho desiderato più niente. Il mio viso , come il viso del sole, era sfiorato dal suo sguardo, che era come una pioggia leggera, calma, sul mare”









