Autori
Questa raccolta è stata pubblicata in quanto ha vinto il premio di poesia Jacques Prévert, quindi un ulteriore motivo di soddisfazione per te. Sono poesie che abbracciano un lungo arco di tempo e che sono frutto di un’esperienza in costante crescita. Il titolo (Stagioni sovrapposte e confuse) è un po’ particolare e allora ti chiedo perché hai voluto chiamare così questa raccolta. ,,,
- Questo libro, che è la storia romanzata di un personaggio realmente esistito, mi sembra che faccia emergere, fra tanti aspetti, uno che credo saliente: l’uomo, non l’intellettuale o comunque di rilievo, ma l’umile uomo della strada vittima di regimi che negano, oltre la libertà, anche la dignità. In fondo Anatolio, il protagonista, non è per natura un sovversivo, o un rivoluzionario, ma un umile che, per quanto viva nell’ombra, cerca di conservare la sua dignità di essere umano. Dal gulag di Stalin all’atmosfera oppressiva del fascismo si trascina cercando di restare sempre se stesso e questo mi sembra un messaggio forte, fondamentale.
Sei d’accordo? …
Uno dice Pascoli e pensa alla cavallina storna, al grembiule nero e al colletto bianco, alla notte di san Lorenzo, col tremolio di stelle, o di uno stelo sotto una farfalla, alle illusioni finite in fretta e al ronzio di un’ape attorno al fiore, ai campi che svaniscono nell’onda sonora delle campane, ai silenzi, ai pezzetti di nulla e allo stormire di cipressi, alle voci e ai canti assorbiti nella malinconia del paesaggio, la piuma che esita o che palpita leggera nel nido abbandonato, il vento che piange nella campagna solitaria, alla panchetta e alla tessitrice che piange, ai versi come spartiti musicali e alle sere magiche e teneri , con i temporali che muoiono in dolce singulto, ai vespri odorosi di fieno; uno dice Pascoli e pensa a una serie di gadget dell’anima e della nostra lontana infanzia, tutte cose che saranno pure prodotte – come afferma Sanguneti – da una sorta di “macchinetta sadica di produzione liriche per lacrime ad usum infantis”, ma che tuttavia ti arrivano per le scorciatoie del cuore, come avviene per tutte le cose romantiche. …
Diciamo Montale e pensiamo al mare pulsante, onnipresente, che scava, modella leviga, al mare padre padrone che accetta e respinge; al mare origine ed elemento stesso della vita, al mare livido, che muta colore, lancia a terra una tromba di schiume intorte; al vento implacabile, nella sua mutevolezza, che trascina con sé, da scirocco a maestrale, da tramontana a libeccio, ogni cosa vivente, al vento che nasce e muore…
Diciamo Montale e pensiamo alle pietraie bruciate dal salino di quella Liguria trasfigurata in una terra senza nome, di quella Liguria che somiglia tanto ad alcuni tratti della costiera salentina, quella che è irta, arida, scoscesa, scabra, ruvida; pensiamo all’odore di limoni, a quel profumo che è proprio della gente che vive sul mare, che t’invade e ti occupa e ti fa piovere in petto una dolcezza inquieta; ed è come lo scroscio di canzoni gialle, trombe d’oro e di solarità…
“Il giovane Holden” ( The Catcher in the Rye) è un libro che fu pubblicato quasi sessanta anni fa ( 1953) da uno scrittore fantasma, Jerome David Salinger, che da oltre 45 anni non scriveva più nulla (Frannie and Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri , gli ultimi suoi racconti tra il 1961 e il 1963) , indifferente a qualunque tipo di richiamo; ed è uscito di casa una sola volta per andare a vedere la Callas al Metropolitan, ma poi arrivò in ritardo e non fece in tempo a sentire la grande diva lirica.
Salinger aveva superato i novanta, essendo nato nel 1919, e viveva praticamente murato vivo nella sua casa di Cornish, una cittadina del New Hampashere, in un allusivo misticismo che si richiama alle filosofie orientali e che sembra voler rispecchiare lo stato d’animo di crescente impotenza e totale rinuncia ad agire, a “fare”, movimento che si era diffuso nell’America degli anni sessanta fra i giovani anticonformisti, di cui “Il giovane Holden” è l’emblema, il portabandiera indiscusso. …
Conrad è un vagabondo, un marinaio e un artista, amava dire J. Galsworthy, esaltando la conoscenza diretta degli uomini e delle cose dello scrittore anglo-polacco, oltreché la forza narrativa dei suoi primi romanzi marinareschi, (“La follia di Almayer” , “Un reietto delle isole”, “Il nero del Narcisio”) che s’impongono subito all’attenzione per un’evocazione meravigliosamente plastica delle isole e dei mari dell’estremo oriente nei quali aveva navigato, e per i temi tipici di Conrad: la solitudine, il tradimento, l’inganno, l’autoillusione, il lento declino morale, la fedeltà e l’integrità personale distrutta da interessi materiali, la coscienza morale. Storie di caratteri forti e di anime grandi, il viaggio, la nave, la potenza della tempesta, i grandi capitani come MacWhirr, in “Tifone”, la cui debole voce “allontanò placidamente l’urugano”. …
Apri il giornale: calunnie,
apri il giornale:ammanchi.
Ogni colonna è un’accusa,
ogni paragrafo nausea.
Questi versi sembrano scritti ieri. E invece risalgono a quasi un secolo fa , e sono stati scritti da una sorta di Giovanna d’Arco della poetica e dell’intelligenza delle cose, in un’epoca di profondi, terribili e drammatici sconvolgimenti storici e sociali, come la rivoluzione russa, “in cui non sorridevano che i morti, /lieti della loro pace”. Parliamo di Marina Cvetaeva, una donna che andò, fatalmente, incontro al suo destino tragico, scegliendo la via più impervia e difficile, quella di donna e artista “contro”, che combatte la consuetudine e il gusto corrente, che cerca la via (sempre dolorosa) della verità, e non della sopravvivenza, la via in cui si nega se stessi e si rinuncia ad ogni facile vantaggio e comodità del vivere. Tutta la sua vita e tutta la sua poesia furono una sfida gettata alla consuetudine, al perbenismo, alle forme accettate, un atto di rivolta e di coraggio e, spesso, di oltraggio, anche verso se stessa. …
Giorgia Lepore, archeologa, ricercatrice presso la cattedra di Archeologia e Storia dell’Arte Paleocristiana e Altomedievale dell’Università di Bari. Oltre a numerosi articoli e saggi su riviste specializzate, ha pubblicato la monografia Oria e il suo territorio nell’altomedioevo (2004), e contributi presenti nel volume Puglia Paleocristiana (a cura di G. Bertelli. 2004). Vive a Martina Franca. L’abitudine al sangue è il suo primo romanzo, pubblicato con Fazi editore.
La incontriamo mentre sgranocchia un panino con mortadella di mammut, seduta su una tomba etrusca.
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1. Sono come uno schiavo malato.
Rivado indietro al 1961, quasi cinquant’anni fa, a Portoferraio, nell’Isola d’Elba, dove per la prima volta sentii parlare dell’uomo dalle tre P.
Pier Paolo Pasolini.
Me ne aveva un aspirante marinaio – come me – un ragazzo col ciuffo alla Little Tony che abitava in quella periferia romana degli anni ’50. Me l’aveva dipinto come una specie di mostro infernale , che faceva orge con “i ragazzi di vita” ,(“Sono come uno schiavo malato, una bestia / vagavo per un mondo che mi era assegnato in sorte/ Lavoro tutto il giorno come un monaco/ e la notte giro , come un gattaccio in cerca d’amore…”) , ma lui – ci teneva a dirlo – non si era prestato….
Simone Weil, donna d’azione e di pensiero, mistica e rivoluzionaria, donna indomabile che per tutta la vita cercò la verità con ansia irresoluta, era nata cent’anni fa, il 3 febbraio 1909, ed è morta la sera del 24 agosto 1943 nel sanatorio di Ashford, nel Kent, dopo aver lottato fino all’ultimo nella redazione londinese “Francia Libera” contro la guerra ( vds. gli scritti “Sulla guerra -1933-1943”, editi da Pratiche Editrice) . Da New York, dove si era rifugiata ed era stata al fianco degli “ultimi”, i poveri di Harlem. Simone l’indomabile si era portata a Londra, unendosi alla resistenza gollista ed era in attesa di essere inviata in missione clandestina nella Francia occupata dai nazisti, ma, ormai sfinita dagli stenti, pallida, magrissima, anoressica, ridotta ad un’ostia consacrata, costretta ad interrompere la sua azione inesausta, viene ricoverata nel tubercolosario di Ashford dove morirà pochi giorni dopo …
- Questo romanzo ha la struttura di un giallo, benché l’elemento di tensione e di indagine costituisca più un pretesto e anche un filo conduttore per costruirvi intorno tutta una serie di storie, solo in apparenza non collegate, ma che danno vita a un grande affresco di un piccolo paese di montagna in un lasso di tempo che va dagli anni ’30 alla fine della seconda guerra mondiale. Lei in quel periodo non c’era ancora e quindi, a parte notizie che possono averle fornito anziani di sua conoscenza, ha lavorato molto di fantasia. Perché scrivere di un’epoca così particolare, di una comunità rinchiusa in se stessa in un’Italia che, almeno nel ventennio, era altrettanto chiusa? …









