CANTA L’ETERNO PRESENTE DI MARIA RITA BOZZETTI


A cura di Augusto Benemeglio

“Canta l’eterno presente” è un libro di poesie e di speranza di un medico-poeta , che riesce a venir fuori dall’esperienza della malattia del nostro tempo , il cancro. E’ un viaggio di angoscia , dolore e disperazione intorno alla malattia e alla “ prigione del nostro io ” , un grido , una invocazione che alla fine si fa canto perché attraverso un lungo tunnel di paura e sofferenza , ma anche di evocazioni immagini sensazioni deliri e sogni suoni odori e colori il poeta discopre la propria anima . E non è affatto come credeva che dovesse essere l’anima. Seria. Distante. Inaccessibile. Incomunicabile. Algida. Noiosa. No.
Niente di tutto ciò. E’ un’anima imprevista. Un clown , un saltimbanco, un equilibrista senza rete che pure muovendosi (alitando? riverberando? sospirando?) in uno scenario grigio triste pallido tra lenzuola e camici bianchi , piscio, piaghe in decubito , iniezioni, grida di dolore , lamenti, sofferenze , ingiustizie, ipocrisie , cateteri, padelle , indifferenza di medici e infermieri , morte , questo monello che è l’anima fa capriole , sberleffi, sorride, scherza, se la ride , gioisce di un nulla crede nei miracoli , spera nel domani, è ingenua… Ecco che così il libro bianco , scritto minuto dopo minuto , con la morte in agguato e la braccia già in croce , un libro scritto con l’urgenza di chi non può aspettare altri giorni, trova un finale pieno di speranza , con un cuore ricolmo di stupore d’infanzia.

La Signorina Romantica.
Salutati i suoi cari , d’un tratto Maria Rita si trova con la propria solitudine , rinchiusa in una grande stanza opale lattescente piena zeppa di fantasmi che puzzano di farmaci, disinfettanti orina e paura . Ma non è più lei , “la dottoressa” , a dirigere le cose , bensì colei che deve subirle , la “paziente” che deve costantemente “attendere” come ogni altro paziente. E non gli giova il “sapere” medico , anzi, decide di rigettarlo e si mette quieta ad aspettare e a fantasticare. Sente una musica strana, sembra che provenga da tre pianoforti insieme. Immagina che di là, nell’altra stanza , che non vede, che non può vedere, ci sia un pianista folle che si sta uccidendo a colpi di farmaci per battere il record di durata sulla tastiera. E fa a gara con un altro pianista dall’aspetto di un copista benedettino che suona una fuga di Bach senza lussi timbrici ; la terza concorrente è Desdemona che finalmente fa le corna ad Otello, così da giustificare, in qualche modo, tenuto conto dei tempi, la sua gelosia omicida . Infine c’è la Signorina Romantica con nastro azzurro nei capelli che sevizia un “Notturno” di Chopin , mentre strizza l’occhio al gentile signore Coi Baffi che poi le manderà un bigliettino con su scritto “Vi Amo” e vissero felici e contenti. Maria Rita chiude gli occhi e tutto annota, ascolta registra : sogno e realtà , silenzi e rumori , luci e tenebre , sorrisi e dolori , strepiti e voli musicali tutto è materiale combustibile della sua poesia.

Tutto è metafora di altro.
Canto l’eterno presente , è un libro anche di bambini e deserti . E di madri che gridano con la bocca di Munch , un grido che viene dal profondo dell’essere ma che nessuno ascolta più. E ‘ un libro “horror” , se vogliamo, con miti e incubi, occhi sghembi , nasi vaganti, braccia che sono ali insanguinate , case capovolte, lune sotterrate , fiori di ghiaccio e alberi contorti , marinai che remano lungo le notti su barche di gesso in limacciosi fiumi , bussole impazzite , scarabocchi colorati . Caos di stelle rocce e fili spinati e muri e lager di indifferenza . Ma è anche un libro di metafore. Infatti, dopo i silenzi, le attese , le angosce , la sofferenza e la paura, le “parole salvate” e non salvate , parole giuste e parole sbagliate, parole gridate e sussurrate, pregate e urlate, in cui si fa l’esperienza traumatica della malattia quasi come senso di colpa ( C’è qualche psicologo che ha scritto che si è malati perché lo si vuole essere, le persone con un po’ di armonia spirituale non hanno incidenti) , ecco scoprire dentro di se ,- nel profondo, scandagliando il proprio insondabile ego – , “quasi fosse possibile codificare/pure per gli accidenti un loro /codice comportamentale” che ogni sogno, emozione, sentimento, ogni parte del nostro corpo non sono soltanto se stessi. Sono metafora di altro.

“Ogni porta mi è chiusa”.
Le poesie de “L’Attesa” in particolare sono il “diario” della malattia che muta radicalmente, fin dal suo insorgere, lo scenario, il palcoscenico, della esistenza dell’Autrice , le fa scoprire il suo “paesaggio interiore”, la sua vocazione cristiana. Sola con se stessa, con le proprie angosce e con il proprio dolore , Maria Rita non ha altre risorse che la sua forza d’animo, la sua volontà per comprendere quella “spina conficcata nella carne” e cercare di combatterla. Non ha altri compagni se non “un esercito di innocenti /imploranti giustizia”. Non sa se la malattia la paralizzerà o la galvanizzerà, imprimendole quel dinamismo interiore di forze ed energie straordinarie a cui si attinge quando non ti rimane null’altro. Non sa nulla, sa solo che è molto pallida , molto sola , molto triste, molto sofferente, gravida di angoscia e di paura di morire ed è , per ora, paura allo stato puro, panico: “Non uscirò dal tunnel…/ “…ogni porta mi è chiusa…”
Non ci vuole più pensare. Basta. Accada quel che deve accadere. Si chiude nel suo silenzio doloroso , anzi fa una raccolta dei silenzi , una collezione di silenzi e li adagia sul suo “letto di memoria”. Ne fa un concerto , un nastro, un Cd di silenzi che può durare moltissimo ( a lei sembrano l’Eternità ) e in questa immensità di silenzi l’anima, evocata, si svela e si libera al canto, si fa musicista, diventa orchestra e suona una grande sinfonia dell’universo che vive ( o ri-vive) il poema essenziale delle cose. Ecco che il musicista dopato che aveva lasciato nella stanza accanto smette di suonare per fare il record ed allora la sua musica si spande nell’aria ed è una musica bianca , le note si fanno gabbiani , volano sul mare , finalmente liberi , fuori dal ghetto, da quella prigione orrenda che è l’Ospedale. E anche il musicista , una figurina di Peynet, vola con i gabbiani e con un ombrello aperto passeggia nel cielo. Maria Rita scopre improvvisamente che esiste una dimensione di nostalgia della metafisica e della fede che ci salva.

Il coraggio della paura.
La musica è anteriore a noi , sta dentro di noi , si dice. Anche quellache tu riesci a cogliere nella pioggia, nel vento, nel mare, è una musica che sta da sempre dentro di te , in altalena , musica che ora “di pace colora i confini delle cose” , ora si fa liquida come un mare notturno di angoscia e diventa silenzio blu , un silenzio spirituale e cupo, un silenzio che ci fa memori dell’ombra, un silenzio da ultimo pensiero, se non ci fossero l’istinto di sopravvivenza e “il nerbo e la grinta” , ossia la volontà di cantare comunque l’eterno presente anche quando si fa canto di guerra a resistere”. C’è sempre la paura di soffrire e la paura di morire. Ma anche il coraggio di avere paura. Ora lo sa quel che deve fare, Maria Rita. La sua grande capacità di sognoe di recupero della memoria (memoria del cuore, ma non solo quella: memoria lontanissima di grotte marine caverne e palafitte ,foreste terremoti e cieli di sangue) diventa una sfida.
La paura si fa paura intrepida, amorosa paura, paura universale e non semplicemente per se stessi. Deve giocare una partita decisiva della sua esistenza e non ha niente , neppure le illusioni. Non ha niente , come del resto tutti gli altri sventurati suoi compagni, appestati che vanno alla deriva su una barca di sofferenza . Non ha più nulla, tranne i ricordi, “frammenti di sbiadite memorie”. E allora decide che con quelli, i ricordi, si può giocare l’ultima partita: “full” ,“poker” di ricordi.
Ergo, “ vincere si può/ anche essendo perdenti”.E così riesce a sviluppare, canalizzare queste dolorose esperienze che “si fanno esse stesse scrittura, racconto” in modo tale da diventare non solo testimonianze preziose, ma anche e soprattutto poesia. Che sa anche di buone frequentazioni letterarie. ( Certi versi fanno venire in mente i “maudit ” e i simbolisti francesi, e poi Rebora e Montale). Ma è soprattutto , fra i tanti assolutamente inutili , è un libro che può essere importante per i molti che hanno fatto quel doloroso percorso della malattia del cancro, perché rappresenta un atto di fede, di volontà, di dinamismo che libera energie inusitate, un libro della speranza, che è infinita/ come il disegno della storia”…/ fa lievitare il coraggio …/ “canta l’eterno presente e dà voce al cuore dell’uomo”

Augusto Benemeglio

Titolo: Canta l’eterno presente
Editore: Manni
Collana: Mat
Data di Pubblicazione: Luglio 1998
Prezzo: € 10.33
ISBN: 8881760185
ISBN-13: 9788881760183
Pagine: 112

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