Cani arrabbiati di Mario Bava


A cura di Gordiano Lupi

Cani arrabbiati è il film che Mario Bava (1914 – 1980) non ha mai visto distribuire nelle sale cinematografiche. Non ha mai avuto il visto censura e problemi economici della produzione ne impedirono l’uscita. La prima proiezione pubblica è del 1995, al BIFF di Bruxelles. Abbiamo due versioni di Cani arrabbiati, con titoli diversi, alcune scene aggiunte o mancanti, cast leggermente modificato: Semaforo rosso (1995) e Kidnapped (2002). Il titolo in lavorazione è L’uomo e il bambino, Rabid Dogs è il titolo inglese, Chien enragés è la pellicola francese. Pare che le versioni siano almeno sei, secondo Mereghetti la peggiore è Kidnapped, ma il film originale non lo vedremo mai perché bloccato dal fallimento del produttore. Dobbiamo accontentarci di versioni rimontate e doppiate (non benissimo) negli anni Novanta. In Italia abbiamo visto Cani arrabbiati per la prima volta nel 2004, grazie a Sky, che l’ha mandato in onda con il titolo Semaforo rosso.
Kidnapped (2002) viene completato da Lamberto Bava, Roy Bava, Mauro Bonanni e Walter Diotallevi. Prodotto da International Media Corporation e Kismet Entertainment Group, dura 95’ (due minuti meno dell’originale), e viene proiettato per la prima volta il 29 maggio 2002, all’American Cinemateque di Los Angeles. In questa versione c’è anche la madre del bambino, che si vede per poche sequenze, interpretata da Fabrizia Sacchi.
Cani arrabbiati è un thriller claustrofobico girato quasi completamente a bordo di un’auto, un road movie duro e senza cali di tensione, ambientato sull’autostrada Roma – Napoli. La trama è molto semplice. Dopo una rapina a un portavalori un gruppo di banditi si dà alla fuga inseguito dalla polizia. Muore l’autista della banda in una sparatoria, i rimanenti tre (Bisturi, il Dottore e Trentadue) prendono due donne come ostaggio, ne uccidono una e portano con loro Maria. A un certo punto abbandonano l’auto della rapina e salgono su una macchina ferma al semaforo rosso, guidata da Riccardo, che porta con sé un bambino malato. Maria tenta la fuga ma i banditi la catturano e la costringono a orinare in piedi, davanti a loro. Trentadue tenta di stuprarla in auto, ma il Dottore lo uccide perché teme di essere scoperto. Si fermano per fare benzina, danno un passaggio a un’autostoppista, ma Bisturi la sgozza quando la donna si rende conto che a bordo c’è un morto. Resa dei conti finale. Il mite Riccardo ha una pistola nella culla del bambino, la estrae, uccide il Dottore e Bisturi, che fa in tempo ad ammazzare Maria. Nella scena finale si comprende che Riccardo è un rapitore privo di scrupoli, perché telefona alla madre del bambino per chiedere un riscatto. Il bambino giace nel bagagliaio dell’auto, il regista lascia lo spettatore nell’incertezza sulle condizioni del piccolo, ma fa intuire che potrebbe essere morto.
Cani arrabbiati è un film insolito nella produzione di Mario Bava, girato con la camera a mano, all’interno di un’auto, ricco di zumate, realistico e crudo, con molte scene acrobatiche e inseguimenti. Alcune parti sono decisamente violente e seguono l’insegnamento di Stanley Kubrick in Arancia meccanica (1971), i due banditi con evidenti tratti psicopatici sono due personaggi ben caratterizzati dai gesti folli e inconsulti. Don Backy interpreta Bisturi (fa fuori le persone usando una sorta di bisturi) in maniera perfetta, un pazzo che uccide a sangue freddo, sgozzando e massacrando le vittime. Luigi Montefiori è uno straordinario Trentadue (per la lunghezza del pene), un maniaco sessuale, non resiste alla visione di una donna e deve violentarla. Mario Bava costruisce molto bene i caratteri dei due personaggi, rende partecipe lo spettatore del loro legame di amicizia, nonostante la follia. Maurice Poli è Il Dottore, unico elemento razionale di una banda che guida con grande carisma. Riccardo Cucciolla è Riccardo, un uomo dalla doppia personalità, che alla fine si scopre peggiore dei rapinatori. Marisa Fabbri dà vita a un bel personaggio di autostoppista logorroica, che recita poche sequenze prima di essere trucidata. Bravissima Lea Lander (Krueger) nel ruolo di vittima, credibile nelle sequenze torbide e angoscianti. Ricordiamo la bella attrice interprete di una dozzina di pellicole, tra queste Amarsi male (1969) di Ferdinado di Leo e il nazierotico Kaput lager, gli ultimi giorni delle SS (1977) di Paolo Solvay. La sequenza della sua fuga è da manuale, inoltre la parte in cui viene costretta a orinare davanti ai banditi e togliersi le mutande è intrisa di un erotismo malato e perverso. Altra sequenza torbida vede Trentadue violentare la donna dopo averle cosparso il seno di maionese. Il film gode di una stupenda colonna sonora composta da Stelvio Cipriani, di un suono in presa diretta che rende tutto più realistico e di una nitida fotografia realizzata dallo steso Bava. Il montaggio è rapido, all’americana, non concede tregua allo spettatore, non ci sono tempi morti, anzi, è tutto un crescendo di tensione. Molti primissimi piani in auto, tante zumate sugli occhi per inquadrare espressioni terrore o di follia, rese con realismo, la musica angosciante contribuisce alla suspense. La pellicola è una continua fuga in auto, emozionante e angosciosa, piena di colpi di scena, di imprevisti, di delitti efferati, caratterizzata da un clima torbido e cupo. Molte le soggettive dell’auto in corsa e dei criminali, ma anche della donna in fuga, terrorizzata dai pazzi criminali. Un film ispirato ai fumetti neri, privo di personaggi positivi, come tutti i noir, forse la sola vittima innocente è Maria. Bava assume la prospettiva dei banditi, ne caratterizza gli aspetti più intimi, mostra i punti deboli di uomini spietati. Esemplare la sequenza dell’uva rubata al filare con Bisturi che non uccide il contadino ma paga il dovuto, perché si ricorda del padre quando lo sgridava da piccolo. Un film da non perdere per vedere cosa poteva fare il cinema italiano con budget esigui e tanta inventiva, prima che arrivasse Tarantino con la sua genialità ma anche con i capitali dell’industria cinematografica nordamericana.
Rassegna critica. Paolo Mereghetti (tre stelle): “Bava rinuncia ai barocchismi dell’horror e gira un noir on the road, quasi in tempo reale, violento e beffardo, agghiacciante ma non cinico, nel quale esprime il suo pessimismo nei confronti degli esseri umani. Restano dubbi sulla correttezza filologica dell’operazione di rimontaggio e doppiaggio, ma la sostanza dell’opera si coglie ugualmente”. Mario Bava avrebbe riso un sacco leggendo questa recensione e chissà la meraviglia che avrebbe provato nel ricevere tre stelle dal Mereghetti! Più normale che sia piaciuto a Marco Giusti (Stracult): “Mai uscito in Italia, ma distribuito nel 1998 in copia dvd a Colonia da Peter Bluemenstock. Mitico film maledetto di Mario Bava, nato da una storia di Ellery Queen, girato per Roberto Loyola con tutta libertà, salvo poi scoprire il fallimento della casa di produzione che impedirà al film una qualsiasi uscita. Se ne occupa vent’anni più tardi una delle attrici, Lea Krueger, che recupera il film, ma lo infarcisce di un nuovo titolo, Semaforo rosso, inserti sballati e un lieto fine posticcio. A questo punto entra in campo la filologia tedesca e il film ritorna nella sua versione integrale. È una pre-tarantinata molto violenta. Da vedere assolutamente”. Norbert Moutier: “Bava inventa il road movie italiano. Un road movie sanguinoso e fuori di testa, che sembra provare che Quentin Tarantino non ha inventato nulla…”. Alberto Pezzotta (Segnocinema): “Cani arrabbiati è un vero viaggio all’inferno, dove la situazione classica del road movie si combina a quella dell’huis clos, per diventare viaggio all’interno degli orrori dell’anima umana. Essenziale il lavoro sugli attori, abbondanza di primi piani (…). Ma a chi sarebbe potuto piacere un film così nel 1974? Cani arrabbiati è sicuramente più crudo e disturbante di qualunque immagine che potrà mai filmare Quentin Tarantino. Nessuno, oggi, in Italia, potrebbe girare un film del genere”. Giona A. Nazzaro (Guida al cinema di Mario e Lamberto Bava): “Un film secco, essenziale, brutale fino alla crudeltà gratuita. Un film che fa udire il grido di disperazione di un uomo il cui cinema è stato mortificato fino alla fine da un’industria che non l’ha mai compreso o amato”.  Per approfondire la materia, con altre opinioni di critici e registi importanti, consigliamo la lettura del bel volume curato da Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni: Kill baby kill! – Il cinema di Mario bava.

Regia: Mario Bava. Aiuto Regia: Lamberto Bava. Soggetto e Sceneggiatura: Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni. Tratto da un racconto di Ellery Queen. Fotografia: Mario Bava. Operatore. Emilio Varriano. Musica: Stelvio Cipriani. Montaggio: Carlo Reali. Produzione: Roberto Loyola per Loyola Film (1974),Spera Cinematografica (1995). Durata: 97’. Colore. Genere: Thriller. Interpreti: Riccardo Cucciolla (Riccardo), Maurice Poli (“il dottore”), George Eastman (Luigi Montefiori) (“Trentadue”), Don Backy (Aldo Caponi) (“Bisturi”), Lea Lander (Lea Krueger) (Maria), Erika Dario (Marisa), Marisa Fabbri (Maria, l’autostoppista), Luigi Guerra (impiegato), Francesco Ferrini (benzinaio), Pino Mannari (casellante), Ettore Manni (direttore banca).

Gordiano Lupi
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