Canciòn Andaluza di Paco De Lucia 1


A cura di Arturo Casalati

Nel Febbraio di quest’anno, Paco De Lucia aveva smesso di fumare, ma era dimagrito e andava in giro con una faccia preoccupata.
Una sera si stava preparando a cenare in casa sua con un amico musicista, spagnolo e stabilitosi in Messico, come lui. Al telefono gli aveva detto: “Se incroci una pescheria, compra qualche spigola”.
Poi era sceso in spiaggia, a guardare il tramonto sullo Yucatàn, insieme a Diego, un bambino di otto anni: il suo figlio più piccolo.
Il 25 Febbraio 2014, mentre il sole cadeva nel mare caraibico, Paco De Lucia confermava la teoria secondo la quale il cuore dei grandi musicisti è fragile, troppo fragile.
Il giorno successivo alla sua morte, un comunicato della sua famiglia recitava: “Non c’è consolazione per noi che l’abbiamo amato e conosciuto, ma nemmeno per coloro che lo amarono senza conoscerlo. Paco ha vissuto come aveva scelto ed è morto giocando col figlio accanto al mare”.
A sessantasei anni, in quello sconfinato territorio che è la sua discografia, aveva lasciato “parcheggiato” un ultimo album. Già inciso, masterizzato e tutto.
Canciòn Andaluza, pubblicato dalla casa discografica Universal, è un album composto da otto gemme ripescate dalla tradizione flamenca e rivisitate da De Lucia con la sua immancabile eleganza stilistica.
Francisco Sànchez Gòmez, in arte Paco De Lucia, apparteneva a una categoria di artisti che va dissolvendosi sotto i nostri occhi. La categoria dell’artista solitario, dell’artigiano introverso e perfezionista, strafamoso ma lontano dalla folla.
Basti pensare che la splendida chitarra con la quale suonava da decenni era
stata costruita artigianalmente, su sua richiesta e seguendo le sue indicazioni, da un liutaio di sua fiducia e del quale non ha mai fatto il nome.
De Lucia si è sposato due volte e, complessivamente, ha avuto cinque figli. Ma non è questo ciò che conta.
Ciò che conta è la sua musica. E la sua musica è lì, a disposizione di tutti. Basta ascoltarla per comprendere chiaramente chi era Paco De Lucia: uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi.
Ma torniamo a Francisco Sànchez Gòmez. In una delle sue rare interviste, al giornalista che gli ha chiesto se il musicista è un uomo che soffre oppure no, De Lucia ha risposto: “Certo, un vero artista soffre. Ma sempre di meno di un manovale sospeso su un’impalcatura di sei piani a inizio Gennaio”.
Perché Paco De Lucia era un uomo con i piedi per terra. Certo, sapeva di essere un grande musicista, ma non ha mai dimenticato che la sua fortuna era stata quella di nascere e crescere in Andalusia. Di ascoltare fin da bambino la meravigliosa musica popolare della sua terra: il flamenco.
Payo, come lo chiamavano gli amici, era nato ad Algeciras, la più africana delle città andaluse. I suoi nonni erano pescatori degni di Giovanni Verga. Persone alle quali le angustie materiali non erano riuscite a togliere la
passione per la musica popolare. Suo padre Antonio era un venditore ambulante. E fu lui a regalare la prima chitarra a Paco, perché amava la musica della sua terra e amava quel suo figlio taciturno e pieno di fantasia.
Così Paco cominciò a suonare nelle piazze insieme a suo fratello Josè, detto Pepe. Erano i tempi del duo Paco y Pepe, i due ragazzi di Algeciras, i piccoletti del flamenco. Paco ci mette la chitarra e Pepe ci mette la voce.
Così cominciano a vincere dei concorsi musicali popolari e incidono i loro primi Long Play.
Perciò Antonio, il papà-promoter, decide che è arrivato il tempo di portarli a Madrid, per entrare nel giro dei Tablaos madrileni, i suonatori professionisti di flamenco.
Il perbenismo franchista di quegli anni considera le sonorità andaluse come il folklore dei pezzenti. A quell’epoca, tuttavia, i palcoscenici della capitale spagnola sono pur sempre il Sant’Uffizio del flamenco. Posti nei quali la musica della Spagna diventa prima religione popolare e poi teologia, materia da cultori esigenti fino alla spocchia.
È in quelle Caves che circolano i veri talenti, gli ingaggi seri, insomma è lì che girano i quattrini. Paco y Pepe ne usciranno scritturati. Una Tournée li porta in Sud America al seguito di una compagnia di danza flamenca.
Nel 1967 De Lucia registra il primo album da solo. Nel titolo di quell’album già si evidenzia il concetto di Fabulosa Guitarra, lo strumento musicale che regna incontrastato nella musica popolare iberica.
Il trionfo è dietro l’angolo. José Monge Cruz, detto Camaròn (il gamberetto), è un giovanotto gitano, ironico e triste. È un prodigio del Cante (il canto popolare), ha tre anni meno di Paco e molti più capelli. I due provengono dalla stessa Terronia, l’Andalusia. Parlano poco perché si capiscono al volo.
In quell’incontro è come se le due metà di un’arancia si riunissero in una sola
arancia. A saldare la loro complementarietà c’è una profonda ammirazione reciproca. Paco sa benissimo che Camaròn è il miglior cantante popolare in circolazione, mentre José sa benissimo di aver incontrato il miglior chitarrista di flamenco vivente.
Questo perché, da sempre, Paco avrebbe voluto cantare come José, e José avrebbe voluto saper suonare la chitarra come Paco.
Insieme hanno inciso dieci dischi, ribaltando il sistema tolemaico del flamenco. Guardiani di una purezza impossibile, perché il flamenco è una musica ab ovo meticcia, bastarda.
Ascoltando i loro album, i Caifa dell’ortodossia flamenca si stracciano le tonache. Ma sono gli irrequieti anni Settanta e il pubblico più giovane applaude alla rivoluzione dei suoi nuovi profeti.
La morte prematura di Camaròn stronca il sodalizio da un giorno all’altro.
Fortunatamente De Lucia, vedovo, non deraglia. Lui ha i piedi saldi a terra, al contrario di José.
Del resto, nel 1973 aveva già sbancato da solo le classifiche e i botteghini con Entre Dos Aguas, un brano che ha fatto il giro del mondo. Il brano è incluso nel pirotecnico album Fluente y Caudal, che venderà mezzo milione di copie in tutto il mondo.
Quel brano diventerà, per Paco, il suo cavallo di battaglia e, contemporaneamente, un tormento. Tutti gli chiederanno di suonarlo, sempre, a ogni concerto, immancabilmente.
Poi arriva Friday Night In San Francisco, con John McLaughlin e Al Di Meola, e lì esplode il successo mondiale. L’album venderà un milione di copie e da quel momento in poi, ai concerti di ognuno dei tre musicisti c’è il tutto esaurito.
È in quell’album che il flamenco di Paco De Lucia si fonde meravigliosamente
con il jazz e con il blues di John McLaughlin, e con il samba e la bossa nova di Al Di Meola.
Arrivano i soldi, tanti. La splendida villa sul litorale di Cancun, in Messico, era il suo rifugio, mentre in quella sull’Isola di Majorca aveva allestito uno studio di registrazione che gli permetteva un’autonomia praticamente autarchica.
Da allora De Lucia si è ritirato dalle notti della Bohème flamenca, sfigurata da rivalità di bottega e abitata da sostanze stupefacenti. “La cocaina rende le persone troppo nervose”, dichiarò.
Continuò, però, a fare i concerti, da solo. La calvizie gli aveva portato via i capelli ma non la testa. Come sempre, saliva sul palco con la sua immutabile espressione seria. Camicia bianca, maniche tirate sù e pantaloni neri. Si sedeva, prendeva la sua chitarra e cominciava a suonare. La sua musica riempiva il cielo e ti trasportava in Andalusia, anche se non c’eri mai stato in vita tua.
Non sapeva leggere gli spartiti, ma non ne aveva bisogno. Fin da bambino
aveva sentito, e poi suonato, quella musica. Poi, diventato un adulto, aveva imparato a comporre i suoi brani, a memoria, e li ricordava nota per nota. Perché quei brani erano la sua vita, erano l’unico modo di vivere che lui conosceva.
Il famoso Concerto De Aranjuez di Joaquìn Rodrigo lo aveva imparato ascoltandolo, proprio perché non sapeva leggere lo spartito. Si era chiuso in casa per un mese, con i dischi e la chitarra, e aveva cominciato a ripeterlo nota per nota, battuta per battuta, brano per brano, fin quando era riuscito a suonarlo tutto, dall’inizio alla fine. Senza sbagliare una nota, naturalmente.
I musicologi sostengono che Paco De Lucia ha internazionalizzato il flamenco. È vero. Lo ha internazionalizzato, ma senza trasformarlo in un cheeseburger. I numeri da karaoke, con relative schitarrate, li lasciava fare ai Gipsy King. Non erano roba per lui.
De Lucia è diventato un classico perché, come tutti i classici, con la tradizione ha fatto coppia fissa ma aperta. Le è stato infedele, ma non l’ha mai abbandonata. Ha sempre amato il flamenco più di ogni altra musica di questo mondo.
La sua bara è stata rimpatriata dal Messico ad Algeciras, perché le sue radici stavano là, da quando è nato. Al suo funerale, su sua precisa indicazione, non c’erano politici ma solo quelli che lo conoscevano personalmente.
Non c’erano ministri ma rose, garofani, lacrime e silenzio.
Il pianto dei suoi figli è l’unico suono che lo ha accompagnato fin sotto terra. La sua terra. La terra nella quale è nato, cresciuto, e nella quale, ora, riposano le sue spoglie.
La sua musica, invece, è viva, vivissima. E sarà di esempio per tutti i chitarristi che vorranno imparare a suonare il flamenco. Qualcuno, giustamente, si è preso la briga di scrivere gli spartiti della sua musica ascoltandola.
I suoi album, insieme a quegli spartiti, garantiscono a Paco De Lucia e alla
sua musica una vita eterna.

Arturo Casalati

Share This:


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Un commento su “Canciòn Andaluza di Paco De Lucia

  • Elio

    Sono un chitarrista classico , anche se la chitarra è sempre stata la mia seconda attività e grande passione . Sono stato allievo per alcuni anni di Maurizio Colonna e seguii un corso di perfezionamento nel lontano 1983 con il grande Alirio Diaz . Studiai il concerto De Aranjuez di Joaquin Rodrigo nelle sue tre parti , applicando misura per misura la diteggiatura sulle scale di biscrome di Segovia . Tuttora a 57 anni è sempre al primo posto nel miei studi . Ascoltando, sui dischi di vinile le versioni di : A.Segovia , A. Diaz, John Williams, Manuel Cubedo e Maurizio Colonna in età giovanile , posso umilmente affermare che nell’adagio, Paco De Lucia dona il colore e il folclore del popolo . Il tocco della mano destra è flamenco , ma rispetta il tema classico dell’adagio. Il cuore suona , la mente , segue il paesaggio suggestivo della Spagna . Sono pienamente convito che anche se il grande Paco non sapeva ne leggere ne comporre , la musica della sua terra gli aveva aperto la porta . Solo Lui ne conosceva i veri colori .