Breve storia del cinema italiano – 8


A cura di Gordiano Lupi

Luchino Visconti – Tra Neorealismo e Decadentismo
Per ricostruire l’importanza di Luchino Visconti (Milano, 1906 – Roma, 1976) nel cinema e nel teatro italiano del Novecento servirebbe una monografia, visto che possiamo definirlo il nostro maggior regista del dopoguerra. In questa sede possiamo soltanto fornire alcune indicazioni sulla grande attività registica che ha caratterizzato trent’anni di spettacolo. Non è possibile separare i due settori dove ha lavorato con genialità, Visconti è autore spaziale, regista di immagini e di scene, sia nel cinema che nel teatro. Visconti sceglie il realismo, vuole rappresentare la realtà senza finzioni e sovrastrutture, ma lo fa con la tendenza naturale verso il melodramma che spesso diventa tragedia corale. Tra le più alte personalità artistiche del dopoguerra, proviene da famiglia aristocratica, assorbe dal padre e dalla madre il gusto per la musica classica, per la letteratura e per il melodramma lirico. Lettore instancabile, senza essere uno studente eccellente, incontra Jean Renoir e ne diventa prima amico, poi assistente alla regia (La scampagnata, 1936), subendone l’influenza politico – estetica. Visconti diventa marxista, nonostante un padre aristocratico (Visconti di Modrone) e una madre alto – borghese, per convinzione ideologica e per fascinazione intellettuale.
Il primo film di Visconti è Ossessione (1943), ispirato a Il postino suona sempre due volte di James Cain, per raccontare la tresca amorosa di due amanti che uccidono il marito e avvelenano il loro rapporto con la riscossione dell’assicurazione. Ossessione è il film che dà inizio al neorealismo perché la sua forza espressiva rompe con la tradizione fascista e dipinge un mondo squallido e senza speranza. Visconti viene dall’esperienza di assistente di Jean Renoir (il regista della Bestia umana) e nel suo cinema si nota l’influenza del realismo francese. Ossessione è un film moderno che riesce a raccontare una passione morbosa tra due amanti in modo concreto e carnale. Clara Calamai e Massimo Girotti sono molto bravi e la pellicola contribuisce a consolidare la loro popolarità. La pellicola è ambientata nella Bassa Padana, in ambienti naturali e reali, per la prima volta l’interprete femminile non è una donna angelica, ma un’uxoricida, mentre l’interprete maschile è un vagabondo. Il film non piace ai fascisti che lo bandiscono dagli schermi.
In questo periodo Visconti intensifica la sua attività politica e aiuta i partigiani fornendo loro costumi di scena, parrucche e baffi finti, trafugati da Cinecittà. Entra nel Movimento di Liberazione Nazionale, ma viene subito arrestato dalla famigerata banda Koch, una falange armata fascista che terrorizza le città italiane. Viene liberato su intercessione dello stesso Koch, poco prima di essere fucilato dai partigiani. Partecipa al documentario collettivo Giorni di gloria (1945) e nel 1948 si fa produrre una nuova fiction da associazioni culturali cattoliche e di sinistra.
Si tratta de La terra trema (1948), rilettura in chiave moderna de I Malavoglia di Giovanni Verga per raccontare la storia di una famiglia di pescatori siciliani e la lotta per uscire dallo sfruttamento dei grossisti di pesce. ‘Ntoni ipoteca la casa per comprare una barca insieme ai fratelli e rendersi autonomo, ma una tremenda tempesta fa a pezzi l’imbarcazione e lo costringe a tornare dai padroni. Il realismo di Visconti si coniuga al melodramma e sfocia nella tragedia che distrugge il sogno dell’indipendenza economica. Visconti riprende la realtà dei pescatori siciliani, utilizza attori non professionisti che parlano il dialetto e sostituisce la lotta contro il destino a quella contro gli sfruttatori per costruire un’opera ideologica. Il regista coniuga volontà documentaristiche (a tratti eccesive) con volontà politiche tese a dimostrare la necessità della lotta di classe per un cambiamento effettivo. Il pubblico non premia il suo impegno e il film si arena nelle secche dell’insuccesso, al punto che il regista rinuncia a proseguire nella programmata trilogia verista. Nello stesso periodo viene ridistribuito Ossessione, ma gli italiani cercano soprattutto evasione dal cinema del dopoguerra e non vogliono sentir parlare di impegno civile e di melodramma.
Bellissima (1951) nasce da un soggetto di Cesare Zavattini, è un film sul falso mito del cinema e sui sogni destinati a infrangersi su un muro di realtà. Anna Magnani e Walter Chiari danno vita a una storia ambientata in una famiglia popolare romana dove una madre spera di cambiare vita e sogna per la figlia un futuro da star. Visconti rappresenta il popolo nella sua cruda realtà, senza indulgere a buonismi di maniera. Si tratta dell’ultimo film di Visconti che in qualche modo è ancora legato al neorealismo, anche se il ragionamento principale è sulla vacuità del mondo del cinema.
Senso (1954) è ispirato al romanzo di Arrigo Boito per mostrare la crisi di una società nobiliare che agisce a fianco della Storia ma non vi può partecipare. Visconti descrive il crollo di una società e per farlo utilizza il melodramma, passando dal neorealismo documentaristico a un realismo che vuole interpretare criticamente la realtà. Un melodramma in piena regola che contrappone la storia dell’amore colpevole e adulterino della contessa Serpieri per un giovane tenente austriaco alla lotta irredentista italiana. Visconti utilizza le vite private dei personaggi per demistificare la storia e racconta la lotta irredentista come lotta di classe (la borghesia italiana contro l’aristocrazia austro – ungarica).
Tinto Brass ha operato una modesta rilettura in chiave moderna del libro di Boito e del film di Visconti in Senso 45 (2002), ma il suo film è interessato soprattutto all’aspetto erotico e reinterpreta il discorso di Visconti riferendolo alla caduta del mondo nazista.
Visconti si dedica anche all’opera lirica e al melodramma teatrale, mettendo in scena la Traviata, interpretata da una grandissima Maria Callas. Le notti bianche (1957) non ha niente a che vedere con il neorealismo, ma è la trasposizione cinematografica di un romanzo minore di Dostoevskij che ha per tema la delusione amorosa di un giovane che corteggia invano una donna innamorata di un altro.
Rocco e i suoi fratelli (1960) è il capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori. Il melodramma è ancora lo strumento con cui raccontare la società contemporanea, lo sfaldamento della famiglia e la vita degli emigrati meridionali che vanno a lavorare a Milano. La storia mette a confronto la civiltà industriale del Nord e la miseria meridionale, racconta Milano con gli occhi degli emigrati, descrivendola come una città gelida e ostile. Il film è intriso di riferimenti letterari e melodrammatici, che sfociano in una serie di scontri e sopraffazioni, fino al terminale fatto di sangue. La pellicola si ricorda anche per un ridicolo intervento della censura che obbliga ad annerire una scena di stupro. Melodramma e realismo si fondono in un lavoro compatto e solido dio grande successo commerciale.
Visconti partecipa anche al film collettivo Boccaccio ’70 con l’episodio Il lavoro (1962).
Il gattopardo (1963) segue lo spirito scettico e amaro del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, forzando la critica all’immobilismo e al trasformismo politico. Visconti racconta il passaggio della Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi con tinte barocche e ridondanti, una messa in scena sfarzosa, ma con un lucido programma ideologico. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” resta frase storica di don Fabrizio che riflette sulla fine del suo mondo. Opera di meticolosa e pignola ricostruzione storica, precisa nei minimi particolari, affresco patinato e grande ricostruzione scenica di un mondo in disfacimento. La sequenza del ballo resta nell’immaginario collettivo ed è un simbolo del suo cinema, una riflessione sulla morte individuale e politica. Attori di culto come Alain Delon e Claudia Cardinale, rilettura della storia risorgimentale molto apprezzata dalla critica, ma il pubblico non premia il lavoro del regista e il film finisce in grave perdita economica.
Il cinema di Visconti si ripiega su se stesso e affronta il dramma del disfacimento della famiglia borghese in una serie di tragedie moderne come Vaghe stelle dell’orsa (1965) e Gruppo di famiglia in un interno (1974). La tragedia che si verifica all’interno della famiglia è un motivo dominante del melodramma di Visconti, ma nella seconda parte della sua carriera si accentua l’attenzione ai temi del microcosmo individuale. Lo stile del regista si trasforma come una personale variante del decadentismo. Sono molto interessanti anche i lavori storici e tratti da capolavori letterari come Lo straniero (1967), La caduta degli dei (1969), Morte a Venezia (1971), Ludwig (1973) e L’innocente (1976).
Gruppo di famiglia in un interno (1974) si ricorda come lucida denuncia della decadenza della cultura occidentale ed è un film dalle caratteristiche quasi autobiografiche. Grande interpretazione di Burt Lancaster. Luchino Visconti è un autore molto apprezzato in Italia per i suoi film antecedenti a Il Gattopardo, mentre all’estero viene amato l’autore decadente e introspettivo delle ultime pellicole.

Gordiano Lupi
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