Breve storia del cinema italiano – 6


A cura di Gordiano Lupi

Roberto Rossellini
Le pellicole più importanti di Roberto Rossellini (1906 – 1977) testimoniano le sofferenze degli italiani dopo il 1943, in una terra invasa da alleati e tedeschi, distrutta, bombardata, tra cadaveri e miseria.
Roma città aperta (1945) è il primo film neorealista interpretato da Anna Magnani e Aldo Fabrizi, ispirato alla vera storia di don Luigi Morosini, un parroco del quartiere che protegge e aiuta i partigiani fucilato sotto gli occhi dei bambini. Roma città aperta non è soltanto un film simbolo del genere ma rappresenta un vero capolavoro, realizzato con pellicola scaduta e su set di fortuna per le strade di una capitale appena liberata. Molte scene del film (la morte di Pina) restano nella storia del cinema e non è azzardato sostenere che il cinema non è più lo stesso dopo Roma città aperta. La pellicola è ancora intensa e commovente nella sua semplicità che si oppone ad anni di retorica fascista per raccontare soltanto la verità. In Italia non viene capito perché sono male interpretate certe concessioni al melodramma popolare, ma nel 1946 la pellicola si aggiudica il festival di Cannes ed è un successo internazionale.

Rossellini gira Roma città aperta dopo aver realizzato diversi documentari e i lungometraggi La nave bianca e L’uomo della croce, due buoni film che non hanno la forza del suo capolavoro. Il desiderio di libertà e la fede nella resistenza emergono con prepotenza anche nel successivo Paisà (1946), sei episodi sull’avanzata degli alleati attraverso l’Italia girati con mezzi di fortuna e nell’immediatezza dei fatti narrati. Un film indimenticabile per i momenti di intensa commozione che il regista dissemina in una pellicola tragica e asciutta che racconta la realtà per immagini.

Roberto Rossellini afferma che il neorealismo rappresenta una maggiore curiosità per gli individui, un bisogno di presentare le cose come sono, di rendersi conto della realtà in modo concreto. Il neorealismo è la forma artistica della verità e oggetto di un film non può essere che il mondo, non il racconto. Un film neorealista deve far ragionare e andare al sodo, concedendo pochissimo allo spettacolare e al superfluo. Il neorealismo è soprattutto una posizione morale che diventa estetica, si propone di raccontare la realtà e di analizzare la vita evitando i luoghi comuni. Si parte dall’inchiesta documentaristica, rappresentando le cose come sono e da questo assunto si sviluppa il racconto. Il cinema per Rossellini ha compiti didattici, non deve raccontare sempre la stessa storia, ma deve insegnare a conoscersi e riconoscersi tra di loro.

Germania anno zero (1948) è il film che meglio rappresenta la poetica di Rossellini. Il regista compie la stessa operazione lucida e fredda delle pellicole ambientate in Italia, analizza il dopoguerra tedesco in una Berlino distrutta muovendo la macchina da presa tra le macerie della capitale. Il regista studia a fondo l’argomento di un film prima di realizzarlo, non inventa la pellicola in presa diretta, scrive la sceneggiatura insieme ai collaboratori, ma alla prima occasione la tradisce perché crede nell’ispirazione e non può farsi costringere dal soggetto. Il suo limite più evidente sta nella continuità, non ama le parti di raccordo, utili alla comprensione della storia, gira un film per una particolare scena ed è proprio là che focalizza la sua attenzione.

Rossellini consegna al cinema italiano altri ottimi film non completamente inseriti nel solco neorealista. Ricordiamo un apologo favolistico come La macchina ammazzacattivi (1952), bozzetto manieristico scritto da Eduardo De Filippo e accolto dal regista come un modo per educare brechtianamente gli spettatori.

Francesco giullare di Dio (1950) mette in scena i Fioretti e La vita di frate Ginepro per raccontare la vita di frate Francesco in undici episodi, senza alcuna concessione alla agiografia e alla celebrazione. La pellicola, sceneggiata da Federico Fellini e Brunello Rondi, approfondisce il tema della santità come anticonformismo, sincerità, ribellione e follia. Francesco è immaginato realisticamente ed è tutta qui la forza neorealistica di una pellicola fuori dagli schemi.  L’insegnamento neorealista è evidente in un racconto dove l’opera d’arte non è nulla, ma la realtà è tutto e si cerca di far capire la possibilità di una rivoluzione individuale.

Rossellini si ricorda anche per Il generale Della Rovere (1959) interpretato da un ottimo De Sica nei panni di un vigliacco costretto a diventare eroe, ma soprattutto per Era notte a Roma (1960), un ritorno ai temi della resistenza che rappresenta una condanna senza retorica della guerra.

Gordiano Lupi
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