Breve Storia del Cinema Italiano – 16


Ernesto Gastaldi (a sinistra), uno sceneggiatore che rappresenta il nostro cinema di genere

A cura di Gordiano Lupi

I generi nel cinema italiano
Il cinema di genere non è soltanto la commedia all’italiana, importante perché analizza con sguardo critico i vizi della società contemporanea. Autori come Luigi Comencini (Pane amore e fantasia, 1953 – Tutti a casa, 1960), Dino Risi (Il sorpasso – 1962), Pietro Germi (Sedotta e abbandonata, 1964), Mario Monicelli e Antonio Pietrangeli, occupano un posto di rilievo nel cinema italiano. La commedia all’italiana è figlia del neorealismo rosa, inserisce alcuni elementi di critica sociale e di costume su una vecchia narrazione di registro comico – tranquillizzante.
La commedia sexy, o commedia erotica, è diretta filiazione della commedia all’italiana e si afferma con l’esaurimento del sottogenere decamerotico. La commedia sexy unisce l’esperienza della commedia all’italiana con l’eredità del decamerotico, si propone di raccontare storie divertenti e piccanti ambientate in età contemporanea. Sono film che narrano di tradimenti, equivoci, scambi di stanze e di coppie, travestitismi e situazioni comiche da avanspettacolo. A tutto questo va aggiunto, come ingrediente fondamentale, un pizzico di erotismo, perché la commedia sexy è soprattutto voyeuristica e basata sul gioco malizioso del si vede – non si vede. Alla base della commedia sexy c’è sempre una comicità di grana grossa, facile, priva di implicazioni politiche e intellettuali. Alcuni registi, sulla scia del successo di Malizia (1973) di Salvatore Samperi, realizzano una serie di pellicole basate sulle bellezze di procaci protagoniste come Gloria Guida, Lilli Carati, Femi Benussi, Anna Maria Rizzoli, Carmen Villani, Nadia Cassini, Edwige Fenech, Orchidea De Sanctis, Barbara Bouchet, Laura Antonelli e molte altre. Si specializzano nel genere: Nando Cicero (Il gatto mammone, 1975), Nello Rossati (La nipote, 1974), Sergio Martino (Cugini carnali, 1974, Marino Girolami (Grazie… nonna, 1975), Mariano Laurenti (L’infermiera di notte, 1979), Michele Massimo Tarantini (La liceale, 1976), Giuliano Carnimeo (L’insegnante balla con tutta la classe, 1979) e molti altri che frequentano la commedia sexy soltanto episodicamente.
Il poliziottesco è un altro genere tutto italiano ben rappresentato da  Umberto Lenzi (Milano odia: la polizia non può sparare, 1974), autore dotato di senso dello spettacolo che mette in scena trame gialle e noir sui rapporti tra delinquenza organizzata e polizia, risolte con uso di violenza ed efferati omicidi. I commissari del poliziesco all’italiana sono dei veri e proprio giustizieri, spesso non esitano a dare le dimissioni per combattere il crimine con metodi non ortodossi.  Tra gli autori che frequentano il genere citiamo Enzo G. Castellari (Il cittadino si ribella, 1974), Stelvio Massi (Poliziotto senza paura, 1978), Fernando di Leo (La mala ordina, 1972) e Bruno Corbucci (la serie comico – poliziottesca di Nico Giraldi con Tomas Milian).
Il western all’italiana è un genere redditizio ed efficace al punto che gli stessi statunitensi decretano il successo dei migliori prodotti e spesso alcuni attori storici (Henry Fonda) lavorano con registi italiani. Nel western all’italiana non ci sono gli indiani, l’eroe non è quasi mai senza macchia e senza paura, spesso è un bounty killer (Django, Sartana…), le scenografie sono scarne, la fotografia insiste su paesaggi polverosi, tormentati dal vento, violenza e sangue la fanno da padrone. La psicologia dei personaggi è sottolineata da lunghi primissimi piani, la musica si interseca con la narrazione e momenti di humour grottesco si alternano a sparatorie. Alcuni western sono ambientati in Messico (Vamos a matar compañeros di Sergio Corbucci – 1970, Tepepa di Giulio Petroni – 1969), vengono chiamati tortilla western e spesso assumono connotazioni politico – rivoluzionarie. Registi e attori del western italiano modificano i loro nomi per fingersi statunitensi e vendere meglio il prodotto sul mercato estero. Il maestro indiscusso del genere è Sergio Leone (1929 – 1989 – Per un pugno di dollari – 1964, Per qualche dollaro in più – 1965, Il buono, il brutto e il cattivo – 1966, C’era una volta il west – 1968), che realizza una serie di pellicole memorabili avvalendosi di ottime sceneggiature (Fernando di Leo) e colonne sonore (Ennio Morricone). Leone realizza il suo capolavoro con C’era una volta l’America (1982), epopea gangsteristica interpretata da Robert De Niro. Il western all’italiana, detto anche spaghetti – western, annovera buoni autori come Giuliano Carnimeo (Sono Sartana il vostro becchino, 1969), Sergio Corbucci (Django, 1966), Enzo Barboni (Lo chiamavano Trinità, 1970), Tonino Valerii (Il mio nome è nessuno, 1973), Carlo Lizzani (Requiescant, 1966), Damiano Damiani (Quien sabe?, 1967).
Il peplum è un genere epico che rientra nell’avventuroso e comprende film mitologici o ambientati nell’antichità greco – romana. Si tratta di pellicole che in Italia hanno avuto molto successo sin dai tempi di Quo vadis? (1912) e Cabiria (1914). Negli anni Cinquanta assistiamo a una rinascita del peplum grazie a Riccardo Freda (Spartaco, 1952), Mario Camerini (Ulisse, 1954) e Sergio Leone (Il colosso di Rodi, 1960). Il peplum fa furore durante gli anni Cinquanta e Sessanta, producendo una serie di pellicole per il cinema bis che escono direttamente nelle sale di seconda visione. Tanio Boccia è un autore prolifico che dirige una serie di Maciste interpretati da Adriano Bellini (Kirk Morris), onesto artigiano che si firma Amerigo Anton e si ricorda soprattutto per Giulio Cesare il conquistatore delle Gallie (1963), Sansone contro i pirati (1963) e Maciste alla corte dello zar (1964). Tra i migliori peplum del periodo citiamo Le fatiche di Ercole (1958) di Pietro Francisci, Messalina (1959) ed Ercole alla conquista di Atlantide (1961) di Vittorio Cottafavi.
L’horror nasce in Italia con I vampiri (1956) di Riccardo Freda (1909 – 1999), autore interessante che frequenta il genere anche con L’orribile segreto del dottor Hichcock (1962) e Lo spettro (1963). Termina la carriera con il pessimo Murder obsession (1980) che non pare girato dalla solita mano per quanto è truculento e mal fatto. Mario Bava (1914 – 1980)  è un altro maestro dell’horror italiano. Collabora con Freda per fotografia e trucco de I vampiri (il rapido invecchiamento da strega di Gianna Maria Canale), ma soprattutto gira alcuni capolavori della cinematografia di genere. La maschera del demonio (1960) con Barbara Steel è un perfetto gotico, onirico, inquietante, girato tra castelli cadenti e brughiere in un gelido bianco e nero. Bava si conferma nel thriller La ragazza che sapeva troppo (1962), e fornisce prove interessanti come La frusta e il corpo (1963), I tre volti della paura (1963), Sei donne per l’assassino (1964) e Operazione paura (1966). Mario Bava è un artigiano geniale che riesce a fare di necessità virtù, usando modellini e trucchi ingegnosi, ma soprattutto è un valido direttore della fotografia.
Dario Argento (1940) è il degno erede di Mario Bava, molto più del figlio Lamberto che non ha la genialità del padre, e questa continuità è sottolineata dallo stesso Bava partecipando alla fotografia di Inferno (1980). Argento proviene dalla critica cinematografica e dalla scrittura filmica insieme a Sergio Leone (C’era una volta il west), ma sono il thriller orrorifico e l’horror puro la sua vera strada. L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Il gatto a nove code (1971), Quattro mosche di velluto grigio (1971) sono i primi lavori, scritti con la collaborazione del fido Luigi Cozzi, una trilogia animalesca che rinnova il thriller all’italiana. Possiamo dire che da questi film nasce un altro genere frequentato da buoni registi come Sergio Martino (Lo strano vizio della signora Wardh, 1970) e Giuliano Carnimeo (Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, 1972). Dario Argento è regista innovativo, inserisce nel suo cinema la soggettiva dell’assassino, il killer con guanto nero e coltello (reminescenza di Mario Bava), sadismo voyeuristico, colpi di scena impensati, claustrofobia, fotografia angosciante, dettagli particolareggiati e musica intensa. Profondo rosso (1975) è un capolavoro barocco, visionario, onirico e violento, che si pone a metà strada tra il thriller e l’horror. La carriera di Argento prosegue alternando i due generi e realizzando pellicole memorabili come Suspiria (1977), Inferno (1980), Tenebre (1983) e Phenomena (1985). Argento lancia alcuni nuovi registi come Lamberto Bava (Dèmoni, 1985), Luigi Cozzi (Paganini Horror, 1989) e Michele Soavi (Deliria, 1987), ma soprattutto rinnova un genere e apre le porte allo splatter e al gore. Da citare anche Opera (1987), Il gatto nero (1990), Trauma (1993), Il fantasma dell’Opera (1988) e La sindrome di Stendhal (1996). I film più recenti (Nonhosonno, 2001 e Il cartaio, 2003) si allontanano dall’horror e perdono lo smalto dei primi lavori. La terza madre (2007) è l’ultima pellicola, attesa quanto deludente conclusione della trilogia delle madri. Tra i registi che frequentano il genere horror vanno citati Lucio Fulci (Zombi 2, 1979), autore eccesivo che abbonda in dettagli macabri, Joe D’Amato (La morte ha sorriso all’assassino, 1973), artigiano per eccellenza e grande terrorista dei generi, Ruggero Deodato (Cannibal Holocaust, 1980), inventore del genere cannibalico, Umberto Lenzi (Cannibal ferox, 1981), continuatore del cannibal movie, e Bruno Mattei (Virus, 1981), grande imitatore di opere originali realizzate in tempi ridotti.
La fantascienza non ha grandi radici in Italia, ma dobbiamo ricordare almeno l’opera di Antonio Margheriti (Space Men, 1960), Luigi Cozzi (Starcrash, 1979) e Alfonso Brescia (La bestia nello spazio, 1978).
Tra i generi minori sono importanti alcune filmografie di attori comici che rappresentano un vero e proprio filone. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia hanno raggiunto una popolarità tale da dare vita al così detto Franco & Ciccio movie che annovera un numero incalcolabile di titoli, derivazione originale della commedia all’italiana.
In Italia il cinema di genere è morto, ucciso dalle prime emittenti provate, dai videoregistratori e dai lettori dvd. Il vecchio cinema di genere si trasferisce nella fiction televisiva, molti registi popolari si adattano ai gusti del pubblico e lavorano per il piccolo schermo.

Gordiano Lupi
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