Breve Storia del Cinema Italiano – 15


A cura di Gordiano Lupi

Il cinema italiano degli anni Ottanta
Tra i protagonisti del cinema moderno dobbiamo citare Liliana Cavani (1933) che debutta con un San Francesco (1966) televisivo, completamente diverso dalle agiografiche rappresentazioni precedenti. La Cavani presenta il santo come figura di cattolico contestatore in contrasto con il potere ecclesiastico per la sua aspirazione alla povertà. Al cinema porta il conflitto tra fede e scienza che ben sintetizza nella pellicola Galileo (1968), ma prosegue con un apologo politico – sociale come I cannibali (1969) che mette alla berlina il cannibalismo del potere. Il film più importante della Cavani è Il portiere di notte (1974), altra pellicola d’autore responsabile di aver dato il via al sottogenere bis del nazi-erotico. Il portiere di notte è molto vicino alla lezione erotica di Bernardo Bertolucci in Ultimo tango a Parigi e descrive il rapporto ambiguo vittima – carnefice. Sono degni di menzione anche il nichano Al di là del bene e del male (1977), il malapartiano La pelle (1981), il sadico Interno berlinese (1985) e il melodrammatico Dove siete? Io sono qui (1993). Il suo ultimo lavoro di un certo interesse è Il gioco di Ripley (2002), un thriller tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Higsmith. Lavora ancora per la televisione realizzando le fiction De Gasperi, l’uomo della speranza (2005) e Einstein (2008). Un corpo in vendita (2012) dovrebbe segnare il suo ritorno al grande schermo.

Marco Bellocchio (1939) proviene dal Centro Sperimentale ed è allievo di Michelangelo Antonioni da cui recepisce la necessità di fare un cinema esteticamente perfetto ma ideologicamente impegnato. Il suo primo lungometraggio è il promettente I pugni in tasca (1965), ritratto violento e a tinte forti del mondo giovanile prima del Sessantotto. Bellocchio gira un film feroce sulla dissoluzione della famiglia borghese inventando il personaggio di un giovane paranoico che massacra i familiari. Lou Castel è l’attore perfetto per un simile ruolo che ricoprirà ancora nel successivo e meno riuscito Gli occhi, la bocca (1982) che ripercorre la tematica dell’oppressione familiare. I pugni in tasca pone Bellocchio all’attenzione internazionale e ci si attenderebbe da lui molto di più delle successive opere prive di nerbo e di forza dissacrante. Il regista piacentino insiste sul tema della rabbia e della incomunicabilità familiare, critica le istituzioni educative (Nel nome del padre, 1972), i mass media (Sbatti il mostro in prima pagina, 1972), i manicomi (Matti da slegare, 1975) e i militari (Marcia trionfale, 1976). Il tema portante della dissoluzione della famiglia ritorna in Salto nel vuoto (1980) e ne Gli occhi, la bocca (1982), ma si perde in un film inutile come il pirandelliano Enrico IV (1984). Il diavolo in corpo (1986) racconta gli anni di piombo ma si ricorda soltanto per una trasgressiva e prolungata fellatio. La visione del sabba (1988) racconta una storia di streghe con pretese intellettuali che punta ancora sul sesso. Bellocchio perde il primitivo coraggio e gira film di modesto interesse come gli psicanalitici La condanna (1991) e Il sogno della farfalla (1994), ma anche i letterari Il principe di Homburg (1997) e La balia (1999). Si riprende soltanto negli ultimi anni e torna a essere il regista interessante e profondo de I pugni in tasca. L’ora di religione (2002)  rappresenta un ritorno ai grandi temi ed è un apologo sulla religione realizzato con una narrazione ai limiti del grottesco sempre sospesa tra sogno e realtà. Buongiorno notte (2003) ricostruisce il delitto Moro dal punto di vista dei brigatisti, operando un processo di umanizzazione dei carcerieri del grande statista e raccontando i problemi della società italiana. Il regista di matrimoni (2006) interpretato da Sergio Castellitto è un buon film intimista, così come Sorelle (2006), ma è con Vincere (2009) che torna a una storia di grande spessore per narrare un tormentato amore di Benito Mussolini e la nascita di un suo figlio mai riconosciuto. Vince un David di Donatello come miglior regista proprio con Vincere, nel 2011 riceve il Leone d’oro alla carriera, gira Sorelle mai (2010) e Lacrime (2011). Tra i suoi progetti ci sarebbero un film sulla storia di Eluana Englaro e La monaca di Bobbio, da girare al suo paese, ispirandosi alla monaca di Monza.

Tra i registi impegnati politicamente citiamo anche Roberto Faenza (1943), autore di un noir di protesta come Escalation (1968), del potente antitecnologico H2S (1969), di un pamphlet su trent’anni di potere democristiano come Forza Italia! (1977) e di una critica ironica ai comunisti in Si salvi chi vuole (1979). In tempi recenti abbandona l’impegno politico in favore delle trasposizioni letterarie come Jona che visse nella balena (1993), Sostiene Pereira (1995), Marianna Ucrìa (1997) e L’amante perduto (1999). Prendimi l’anima (2003) è la biografia di Sabina Spielrein, ebrea russa, prima paziente e poi amante di Carl Gustav Jung. Alla luce del sole (2005) segna il ritorno al suo miglior cinema di impegno politico, realizzando un ritratto veritiero di Don Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio a Palermo, assassinato dalla mafia nel 1993.  Negli ultimi anni Roberto faenza ha vissuto una seconda giovinezza, adattando il romanzo di Federico De Roberto nel notevole I Vicerè (2007), uscito anche in versione televisiva e interpretato – tra gli altri – da un redivivo Lando Buzzanca. Il caso dell’infedele Klara (2009) è una storia d’amore e musica ambientata a Praga, mentre Silvio Forever (2011) è un film documentario sceneggiato da Stella e Rizzo (autori del best-seller La casta), ricco di filmati d’epoca e molto polemico nei confronti di Silvio Berlusconi. Un giorno questo dolore ti sarà utile (2011) è l’ultimo film di Faenza, adattamento di un romanzo di Peter Cameron, presentato al Festival del Film di Roma.

Andrea Frezza (1937) è un altro regista impegnato che si ricorda soprattutto per Il gatto selvaggio (1969), storia di un giovane insoddisfatto della lotta politica che uccide compagni e avversari giudicati troppo moderati. Si tratta di un film profetico perché anticipa la realtà storica di un’Italia che di lì a poco sarà funestata dalla piaga del terrorismo.  Silvano Agosti (1938) è un collaboratore di Bellocchio e pure lui va ricordato per un cinema di impegno politico che caratterizza questo periodo storico. Autore anarchico e indipendente, rifiuta la logica del cinema industriale sin dal debutto con l’intellettualistico e censurato Il giardino delle delizie (1967).

Francesco Maselli (1930) è un altro regista che fa dell’impegno politico la sua cifra stilistica e denuncia una chiara influenza neorealistica. I suoi film coniugano realismo a introspezione psicologica e cercano di spiegare le dinamiche della società contemporanea. Ricordiamo I delfini (1960), la trasposizione del romanzo di Moravia Gli indifferenti (1964), il politico Lettera aperta a un giornale della sera (1970) e un ottimo lavoro ambientato ai tempi del fascismo come Il sospetto (1975). In tempi più recenti ha girato il neorealistico Storia d’amore (1986) e il metaforico Cronache del terzo millennio (1996). Altri film intimisti dedicati alla figura femminile sono Codice privato (1988), Il segreto (1990) e L’alba (1991). Tra le ultime cose: Civico zero (2007), Le ombre rosse (2009) e Scossa (2011, collettivo).

Salvatore Samperi (1944 – 2009) è un autore importante perché con lui la commedia all’italiana classica si trasforma in commedia sexy. La critica intellettuale non lo ritiene un grande autore, ma è pur sempre il precursore di un genere commerciale e l’ideatore di tutti i cliché cinematografici. Grazie zia (1968) è una satira di costume che mette il dito sulla piaga dello sfacelo borghese raccontando una storia d’amore morbosa e inserendo molti elementi voyeuristici. Lisa Gastoni è la splendida protagonista di un film che scandalizza ma riscuote in grande successo di pubblico. Non è da meno Laura Antonelli, sensuale e intrigante cameriera nei successivi Malizia (1973) e Peccato veniale (1974). Malizia inaugura il redditizio filone della commedia erotica che avrà un numero incalcolabile di imitatori e seguaci. Tutti gli elementi del genere sono contenuti nella prima pellicola: porte socchiuse, sguardi furtivi, mani che si allungano sotto il tavolo, strip ammiccanti, scale che fanno intuire visioni proibite. Mancano soltanto le docce nude della protagonista, ma a inserire quelle penseranno artigiani come Cicero, Tarantini, Laurenti, Martino e Rossati.  Samperi è importante come regista erotico, anche se va citato pure per i  deludenti Sturmtruppen (1976) e Sturmtruppen 2 – Tutti al fronte (1982) ispirato al popolare fumetto di Bonvi. Ernesto (1979) è un buon film tratto da un romanzo di Umberto Saba che fa vincere un premio al festival di Berlino per l’interpretazione di Michele Placido. Le tematiche erotiche restano il suo forte, anche se non riesce a trovare l’ispirazione dei primi film in lavori modesti come Fotografando Patrizia (1984) con Monica Guaritore e Malizia 2000 (1991), triste addio al cinema di Laura Antonelli. Da salvare Nenè (1977), che racconta con garbo i primi turbamenti di un ragazzino, ma pure Liquirizia (1979), narrazione antiretorica della vita in provincia.

Tinto Brass (1933) è un altro regista da segnalare per un importante lavoro sulla dissacrazione dell’erotismo, anche se debutta come regista impegnato con l’anarchico e provocatorio Chi lavora è perduto (1963). Brass ha problemi di censura per film come L’urlo (1968), Dropout (1970) e La vacanza (1971) che si presentano come provocazioni antiborghesi. Il cambiamento di Brass avviene con l’ottimo Salon Kitty (1975), che dà vita al filone nazi – erotico del cinema bis, ma anche con Io Caligola (1979) che fa nascere un intero filone commerciale di pellicole erotiche ambientate nel’antica Roma. Il suo erotismo diventa sempre più libero e disinibito in film come La chiave (1983), interpretato da una carnale Stefania Sandrelli mai così nuda sul grande schermo, Miranda (1985), Così fan tutte (1992), Tra(sgre)dire (2000) e Senso’45 (2002). Tinto Brass diventa il cantore delle grazie femminili riprese con inquadrature ginecologiche in pellicole realizzate con grande cura formale e ben fotografate. Molti imitatori si metteranno sulla scia dei suoi successi erotici e tra tutti vogliamo ricordare Aristide Masaccesi, in arte Joe D’Amato, artigiano infaticabile del cinema bis. Mi limito a queste brevi indicazioni. Ho scritto un intero libro sul cinema del grande regista veneziano, che consiglio a chiunque voglia approfondire la materia.

Carmelo Bene (1937 – 2002) è un regista che proviene dal teatro sperimentale e conosce un momento di attività intensa alla fine degli anni Sessanta nel campo del cinema underground. Il regista si pone il difficile compito di scardinare i codici filmici per svelarne l’inutilità, riflettendo sulla solitudine dell’artista nella società contemporanea. Si tratta di film provocatori e difficili come Ventriloquio (1967) ed Hermitage (1968), ma rivestono un certo interesse anche Nostra signora dei Turchi (1968), Capricci (1969), Don Giovanni (1970), Salomè (1972) e Un Amleto di meno (1973). I temi cari a Carmelo Bene sono molto intellettuali, il regista riflette sulla inadeguatezza dell’arte di fronte alla realtà e analizza il ruolo dell’artista.

Sergio Citti (1934 – 2005), fratello dell’attore Franco (Accattone), è regista di scuola pasoliniana che tenta di continuare il discorso interrotto dall’intellettuale scomparso. Citti nasce come muratore di borgata, conosce Pasolini, ne diventa amico, funge da consulente linguistico per Ragazzi di vita (1955) e per molti anni è assistente alla regia del maestro. Il suo film migliore è Ostia (1934), scritto insieme a Pasolini, girato con uno stile secco e inciso per raccontare la vita di alcuni ragazzi di borgata. Ostia è un film vagamente autobiografico, un’analisi senza retorica che scava nella cultura sottoproletaria  con la poesia di un cantore popolare. I lavori successivi non saranno all’altezza del debutto, anche se Storie scellerate (1973) è una sorta di cupo e angoscioso Decameron e Casotto (1977) un buon film corale cattivo e sgradevole sul sottoproletariato in vacanza. Citti è autore di pellicole malinconiche e feroci che spesso utilizzano la parabola e il gusto del grottesco. Tra i lavori recenti citiamo Il minestrone (1981), Mortacci (1989), I magi randagi (1996) e Vipera (2001). Fratello e sorello (2005) è il suo ultimo film, ma resta un tentativo non riuscito.

Tra i registi di talento affascinati dal discorso neorealista e dalla polemica pasoliniana va citato anche Brunello Rondi (1924 – 1989), regista che lascia il segno per alcuni drammi erotici e diverse pellicole di taglio psicanalitico a metà strada tra il cinema di genere e l’impegno d’autore. Rondi è un importante collaboratore di Rossellini, Blasetti e Fellini, tra l’altro autore della sceneggiatura de La dolce vita. Tra i suoi film vanno citati il pasoliniano Una vita violenta (1962), l’esorcistico neorealista Il demonio (1963), ma anche diverse pellicole psicanalitiche sulla figura femminile come Valeria dentro e fuori (1972) e Ingrid sulla strada (1973).

Ettore Scola (1931) è tra i registi della migliore commedia all’italiana, erede anche lui di molte tematiche neorealiste che supera in un discorso filmico moderno e originale. Nasce come sceneggiatore di commedie e debutta alla regia con Se permette parliamo di donne (1964) interpretata da Vittorio Gassman, ma il suo tratto d’autore va ricercato nella commedia sociale che critica il costume e i difetti nazionali. Ne sono esempi film come Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), Il commissario Pepe (1968) e Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1969). Tra i suoi migliori film va citato C’eravamo tanto amati (1974), opera soffusa di malinconica ironia, che attraverso le vite incrociate di tre personaggi innamorati della stesa donna racconta trent’anni di storia italiana, rappresenta il crollo delle ideologie e rende omaggio al cinema italiano. C’eravamo tanto amati va oltre la commedia all’italiana e compone un affresco mirabile che mette al centro il sentimento del tempo che passa analizzando i tanti ideali traditi. Ettore Scola è un regista che difficilmente sbaglia un film e quando esce con una nuova opera ha sempre qualcosa da dire. Sono ottimi anche Brutti, sporchi e cattivi (1976), sgradevole e cinica operazione per presentare i problemi degli immigrati, La terrazza (1980), che segna la fine della commedia all’italiana, e Passione d’amore (1981), insolito film in costume per raccontare una storia di emarginazione. Il capolavoro di Ettore Scola resta Una giornata particolare (1977), una superba interpretazione di Marcello Mastroianni e Sophia Loren in un dramma psicologico consumato durante un breve incontro nel giorno della visita di Hitler a Roma. Sono interessanti alcuni film successivi sulla realtà italiana come Maccheroni (1985), amara riflessione sull’amicizia, La famiglia (1987), racconto di ottant’anni di storia privata, Che ora è (1989), sulla difficoltà di comunicare tra padre e figlio, e Mario, Maria e Mario (1993), storia pubblica e privata ai tempi della fine del partito comunista. Tra i lavori più recenti va citato La cena (1998), pellicola girata in un’unità di tempo e di luogo per raccontare diverse esistenze prese a simbolo della realtà contemporanea. Gente di Roma (2003) è il suo ultimo film, girato in digitale, ma non è all’altezza di tanti lavori precedenti, anche se si sforza di raccontare la società multietnica. Ettore Scola si segnala come regista impegnato e animato da una sincera coscienza civile che realizza cinema da metabolizzare e riflettere per comprendere la nostra storia.

Paolo (1931) e Vittorio Taviani (1929) provengono dal documentario e il loro cinema risente di grandi influenze neorealiste. Debuttano con Un uomo da bruciare (1962) per raccontare la vita e l’assassinio del sindacalista siciliano Salvatore Carnevale e proseguono con I fuorilegge del matrimonio (1963) per dibattere il tema del divorzio. I fratelli Taviani fanno cinema civile, impegnato politicamente, criticano la società italiana, analizzano la crisi della sinistra ed esperimentano nuove forme di linguaggio. Da questa tensione culturale vengono fuori I sovversivi (19067), cinema civile per eccellenza, e Sotto il segno dello scorpione (1969), favola politica con influenze sessantottine, e Allonsanfan (1974), ambientato nell’Ottocento ma chiara lettura della situazione politica contemporanea. Padre padrone (1977), tratto dal romanzo di Gavino Ledda, racconta la lotta di un giovane pastore per sfuggire alle regole di una società patriarcale. Vince il Premio speciale della giuria a Cannes ed è uno dei loro film più riusciti. La notte di San Lorenzo (1982) è un altro film premiato che racconta con toni poetici un episodio minore della guerra mondiale. Negli anni Ottanta i fratelli Taviani realizzano alcune pellicole tratte da opere letterarie come Kaos (1984), ispirato alle Novelle per un anno di Pirandello, che si ricorda per la memorabile interpretazione di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nell’episodio La giara. Pellicole che nascono su identiche suggestioni letterarie sono Il sole anche di notte (1990), da Tolstoj, Le affinità elettive (1996), da Goethe, e Tu ridi (1998) da Pirandello. Good Morning Babilonia (1987) racconta l’epopea di due scalpellini toscani che vanno a lavorare in America, mentre Fiorile (1993) è un’allegoria critica sull’attrazione che il denaro esercita sulla borghesia. Il loro ultimo film è La masseria delle allodole (2007), adattamento del romanzo di Atonia Arslan, ma trattano il tema dell’Olocausto in maniera un po’ troppo schematica e semplicistica.

Nel cinema italiano assistiamo anche al fenomeno di attori importanti, interpreti della commedia all’italiana che passano alla regia, non sempre con risultati eccellenti. Citiamo Alberto Sordi (Fumo di Londra – 1966, Polvere di stelle – 1973…), uno dei più prolifici ma discontinuo, Ugo Tognazzi (Il fischio al naso – 1967, Cattivi pensieri – 1976), Nino Manfredi (Per grazia ricevuta, 1971) e in tempi recenti anche Carlo Verdone, autore di Un sacco bello (1980), Bianco rosso e Verdone (1981) attualizzato nel recente Bianco grosso e Verdone (2008), ma pure di molte commedie sofisticate comico – malinconiche come Borotalco (1981), Acqua e sapone (1983),  Io e mia sorella (1987), Compagni di scuola (1988), Al lupo, al lupo (1992), Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992), Viaggi di nozze (1995), Il mio miglior nemico (2006), Grande, grosso e Verdone (2008) e Io, loro e Lara (2010).

Tra gli scrittori che trovano nel cinema un buon mezzo di espressione non c’è soltanto Pier Paolo Pasolini, ma va citato pure Alberto Bevilacqua (1934), che gira modesti lavori, spesso tratti da suoi romanzi, come La califfa (1970), Questa specie d’amore (1972), Attenti al buffone! (1975) e Giallo Parma (1999). Mario Soldati (1906 – 1999) è un altro autore in bilico tra cinema e narrativa, comincia con i telefoni bianchi, ma è molto attivo nella commedia all’italiana. Ricordiamo soprattutto due opere intense come i precursori del neorealismo Piccolo mondo antico (1941) e Malombra (1942), ma pure il melodrammatico La donna del fiume (1954).

Ricordiamo un autore come Dino Risi (1917 – 2008), poeta della piccola umanità che compone garbate commedie all’italiana scavando con ironia nei vizi indelebili della nostra gente. Ricordiamo Il vedovo (1959), Il sorpasso (1962), I mostri (1963), Profumo di donna (1974) e l’apologo sulla vecchiaia Tolgo il disturbo (1990). Il fratello Nelo Risi (1920) è uno scrittore in prestito al cinema che ottiene un certo successo con Il diario di una schizofrenica (1968), lucida descrizione di un caso clinico, e si conferma con Una stagione all’inferno (1971), biografia romanzata di Rimbaud.

Non possiamo dimenticare Steno (Stefano Vanzina, 1915 – 1988), sceneggiatore e regista della migliore commedia esente da grossolanità ed eccessi. Steno è il classico regista per tutti, autore da famiglie che gira film con grande ritmo e trovate umoristiche deliziose. Guardie e ladri (1951), diretto insieme a Monicelli e interpretato da Totò e Fabrizi, è un vero capolavoro, ma quando si mette in proprio gira buone cose come L’uomo, la bestia e la virtù (1953), Un americano a Roma (1954) e Amori miei (1978).

Mauro Bolognini (1922 – 2001) è un autore importante per aver girato molte commedie brillanti e soprattutto film di ispirazione letteraria come La notte brava (1959), Il bell’Antonio (1960), Agostino (1962), Senilità (1962), Metello (1970), Gli indifferenti (1987) e La villa del venerdì (1991). Bolognini attinge alle opere narrative di Pasolini, Brancati, Moravia, Svevo e conferma una cifra stilistica fatta di suggestioni letterarie. Atipica nella sua produzione è una commedia a tinte orrorifiche come Gran bollito (1977), che romanza la vita di Leonarda Cianciulli, saponificatrice di Correggio.
Molti di questi registi sono stati (o verranno) affrontati nel blog con monografie e approfondimenti che ampliano (o amplieranno) le brevi note qui riportate.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
www.gordianol.blogspot.com
http://cinetecadicaino.blogspot.com/

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