Breve storia del cinema italiano – 1


Eleonora Duse

A cura di Gordiano Lupi

Nascita del cinema italiano (1895 – 1936)
Il cinema nasce a Parigi nel Salon Indien del Grand Café, il 28 dicembre 1895, con la proiezione di dieci film davanti a ben trentasei spettatori. Louise e Auguste Lumière non sanno di aver compiuto una portentosa scoperta, pensavano di aver ideato una cosa curiosa, ma niente di più. Fissare il moto degli uomini e degli animali, realizzare la fotografia animata, questa sembra l’unica possibile destino del cinema. Negli Stati Uniti lavora al cinema Thomas Alva Edison, che forse inventa un meccanismo simile anche prima di fratelli Lumière. Il suo kinetoscope è brevettato nel 1891, ma non intuisce le potenzialità del cinematografo e si limita a proiettare brevi scene di vita visibili da una sola persona che indossa occhiali speciali. In Italia troviamo Italo Pacchioni, che nel 1896 filma L’arrivo di un treno alla stazione dopo aver visto il lavoro originale dei fratelli Lumière e alcune comiche (La gabbia dei matti, Il finto storpio…), ma è Filoteo Alberini che nel 1894 inventa il kinetografo per riprendere, proiettare e stampare film. I registi si chiamano ancora maestri di scena, realizzatori di film che mettono in scena le immagini e danno un senso compiuto alla storia. Alberini è il primo vero regista italiano, un tecnico che lavora con una macchina da presa per catturare immagini. Alberini realizza La presa di Roma ovvero La breccia di Porta Pia (1904) e lo proietta il 20 settembre 1905 proprio in piazzale Porta Pia.

Filoteo Alberini

Il cinema italiano nasce con un film storico di duecentocinquanta metri, un film in costume, genere che avrà molto successo agli albori della nostra cinematografia. Alberini costruisce a Roma uno stabilimento per la ripresa dei film che prende nome di Cines e nel tempo si trasforma in una vera e propria società per azioni che recluta una serie di valenti direttori artistici. Mario Caserini, Enrico Guazzoni, Carmine Galone, Giulio Antamoro, Giusepe De Liguoro e altri pionieri del grande schermo mettono in scena brevi filmati tratti da romanzi storici, canti danteschi, opere teatrali e melodrammi. I primi film italiani sono Giulio Cesare e Cleopatra, Gli ultimi giorni di Pompei, Messalina e Spartaco, tutti appartenenti al genere storico che affascina un pubblico di curiosi. I primi lungometraggi importanti del cinema italiano sono Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone (detto Piero Fosco), un lavoro complesso di tremila metri che si avvale delle didascalie del poeta Gabriele D’Annunzio e Quo vadis? (1913) di Enrico Guazzoni, un kolossal tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz che mostra grandi scene di folla e ben trenta leoni. Quo vadis? costa quarantottomila lire ed entusiasma il pubblico, stupito dalle sequenze del circo, dalla ricchezza dei personaggi e dalle immense scenografie. Il film viene esportato anche negli Stati Uniti, piace in tutto il mondo e si pone come modello per la futura tecnica del lungometraggio.

Cabiria è la celebrazione del mito di Roma, giunge sul grande schermo dopo la vittoria di Libia, un film storico – fantastico, tecnicamente innovativo per l’uso del carrello e della panoramica che conferiscono maggiore dinamicità alle immagini. Cabiria è un romanzane d’appendice scritto da Giovanni Pastrone dopo aver studiato le guerre puniche e aver visitato il museo cartaginese di Parigi. Il regista dirige il film, un capolavoro del muto, inventa trucchi e situazioni sceniche, ma per lanciarlo si serve del nome di D’Annunzio. Patrone vorrebbe intitolare l’opera Il romanzo del fuoco, ma il poeta preferisce il più altisonante e romanico Cabiria. D’Annunzio viene pagato bene solo per modificare alcuni nomi, scrivere qualche battuta e prestare la sua popolarità al servizio di un grande investimento culturale. Non tutti sanno che molte parti di Cabiria sono estrapolate dal romanzo Cartagine in fiamme di Emilio Salgari, che Pastrone deve aver letto prima di scrivere il soggetto. D’Annunzio lo viene a sapere solo a film finito e distribuito, la cosa non gli va molto a genio perché firma con il suo nome un lavoro ispirato a un narratore popolare. Il film segna la nascita del mito di Maciste, futuro eroe del peplum italiano, interpretato da Bartolomeo Pagano. La colonna sonora è la Sinfonia del fuoco di Ildebrando Pizzetti, una delle prime musiche composte per il cinema. Il film costa un milione di lire ed è un finanziamento grandioso, se si pensa che il costo medio di una pellicola era attorno alle cinquantamila lire. Un punto fermo del cinema italiano soprattutto da un punto di vista storico, segna la nascita dei primi piani, dei modellini e delle luci artificiali. Negli Stati Uniti vengono studiate le innovazioni di Cabiria e si cerca di adattarle subito alla nascente epopea western. Il film storico affascina e il mondo della romanità ispira le prime produzioni internazionali, merito del romanzo storico, del melodramma, del teatro, della poesia dannunziana, ma anche di reminiscenze passate e di rievocazioni circensi. Il cinema raramente inventa qualcosa di nuovo, di solito attinge ad altre forme di spettacolo preesistenti. L’opera teatrale Nerone o la distruzione di Roma (1889) contiene tutti gli elementi del futuro film storico: orge e baccanali, corse di bighe, giochi del circo, imperatori che recitano versi accompagnandosi con la lira. Ettore Petrolini attinge a questo substrato culturale per realizzare l’esilarante parodia teatrale Nerone che nel 1930 viene portata sul grande schermo da Alessandro Blasetti.

Gabriele D’Annunzio

Nel primo cinema italiano troviamo una serie di pellicole atletiche e acrobatiche che conquistano la fantasia degli spettatori. Tutto questo per la grande risonanza di un film come Cabiria che introduce la figura di Maciste. Il personaggio non appartiene alla mitologia classica, ma alla fantasia di Giovanni Pastrone (alcuni sostengono che è un’idea di D’Annunzio), è un forzuto schiavo liberato che aiuta l’eroe del film a portare via Cabiria dalle mani dei Cartaginesi. Bartolomeo Pagano è un ex camallo del porto di Genova dal fisico possente e il sorriso buono che conquista subito le simpatie degli spettatori. Pagano è la star del cinema muto, delizia il pubblico per tutti i primi anni del secolo con una serie di film incentrati sulla popolare figura che si modifica in un eroe contemporaneo senza macchia e senza paura. Nel 1917 interpreta Maciste atleta, Maciste medium, Maciste poliziotto e persino un Maciste alpino in funzione patriottica e antiaustriaca. Romano Luigi Borgetto gira la parodia Maciste innamorato (1919), Mario Camerini dirige Maciste contro lo sceicco (1925) e Guido Brignone il notevole Maciste all’inferno (1926). Pagano si ritira dal cinema nel 1928 e il personaggio cade nell’oblio fino al 1960, anno in cui viene riesumato da Carlo Campogalliani, regista attivo nel peplum. Maciste è soltanto l’iniziatore di una serie di protagonisti forzuti dai nomi improbabili che imperversano sul grande schermo. Ricordiamo Galaor, Sansonia e Sansonette, Ursus, Spartacus, Ausonia, Saetta e la donna Maciste chiamata Astrea. Molti di loro dureranno a lungo e costituiranno l’ossatura del cinema peplum italiano che accompagnerà le domeniche dei ragazzi italiani degli anni Sessanta.

Il cinema italiano prosegue su una strada romantica e sforna una serie di pellicole ispirate alle vite di personaggi retorici, che vivono di passioni irrefrenabili, pieni di sensualità e di ardore. L’influenza estetica di Gabriele D’Annunzio è notevole, visto che si rifugge la realtà per raccontare vite mirabili di spiriti rari. I titoli principali di questo filone sono Il romanzo di un giovane povero, Il piacere, Il ferro, Tigre reale, Ma l’amor mio non muore e L’innocente. Nel periodo della Prima Guerra Mondiale si fa largo anche un’anima realista che porta al cinema la tradizione verista e le storie desunte da opere di Verga, Di Giacomo e Grazia Deledda. Ricordiamo le pellicole Assunta Spina, Cenere, Don Pietro Caruso, Sperduti nel buio e Teresa Raquin.

Assunta Spina (1915) di Gustavo Serena è ambientato nei bassi napoletani e si segnala per un’interpretazione realistica di Francesca Bertini che conferisce al dramma di Salvatore Di Giacomo una forza notevole. Sperduti nel buio (1914) di Nino Martoglio e Roberto Danesi sembra un antecedente del neorealismo per il contrasto tra ambienti poveri e vecchi scenari del cinema dannunziano. Cenere (1916) di Febo Mari è tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda e consacra Eleonora Duse come grande attrice nella sua unica interpretazione cinematografica. La Duse partecipa anche alla sceneggiatura che riproduce fedelmente gli ambienti contadini dell’epoca, ma cerca di annullare il corpo e di non produrre gesti enfatizzati. La macchina da presa la riprende sempre in campi medi o lunghi, nascondendo il volto. Un tentativo audace ma controcorrente che non incontra il favore della critica  e del pubblico, pure la Deledda resta scettica e non si esprime.

La Prima Guerra Mondiale arresta la produzione italiana che era partita molto bene segnalandosi come una sorta di scuola dalla quale imparare tecnica e recitazione. Nel dopoguerra il cinema italiano passa un periodo di crisi economica e non è facile contrastare la concorrenza statunitense. Il cinema diventa sonoro, non servono più le didascalie, ma in Italia è tutto da ricostruire e i nostri grandi vecchi sono il produttore Stefano Pittaluga, lo scrittore Emilio Cecchi, i registi Alessandro Blasetti e Mario Camerini. I primi film di questo periodo sono ancora realistici, basti pensare a Sole, Terra e mare e 1860 di Blasetti, ma anche a Rotaie e Il cappello a tre punte di Camerini. 1860 (1934) è un film storico tratto da un racconto di Gino Mazzocchi e sceneggiato da Cecchi e Blasetti sulla spedizione garibaldina, girato senza trionfalismi ma per raccontare l’unità d’Italia.  Rotaie (1931) è un film girato in muto e poi sonorizzato con la musica, che segna la rinascita del cinema italiano insieme a Sole di Blasetti. Un film realistico sui problemi di una coppia legati a una situazione di crisi economica, che ricorda il cinema espressionista, la commedia brillante americana e il cinema sovietico.

Alessandro Blasetti

Il cappello a tre punte (1935) presenta Eduardo De Filippo nelle vesti di attore ed è una buona commedia popolaresca in costume ambientata a Napoli durante la dominazione spagnola. Il film venne fatto massacrare da Mussolini in persona che pretese il taglio di ogni scena dove si raccontava la ribellione popolare per le tasse e le ruberie del governatore. Nel 1955 Camerini opera un remake di questo film intitolandolo La bella mugnaia. Ricordiamo anche un soggetto di Luigi Pirandello per il film Acciaio(1933) girato all’interno delle acciaierie di Terni.

Gordiano Lupi
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