Barba e capelli in un paese di provincia – secondo decennio del XX secolo 1


raccontidi Corrado S. Magro

Il giorno dopo in caserma:
«Allora Michelina, mai visti quei due che hanno accoltellato vostro fratello?»
«Mai visti marisciallu.»
«Sicuro?… E i due che sono venuti dal prete mentre voi stavate con Sarina? Mai visti?»
«E cu vi l’ha dittu?»
«Non fate finta di non sapere. Sarina ci ha informato.»
«Marisciallu, nun possu diri che eranu iddi (loro). Io li ho viruti solo di lato e Sarina mi disse ca traficavunu cavalli
«E che ci fa Sarina a casa vostra?»
«Macari chistu sapiti?A dovevu lassari fora comu na cane? Ha avuto storie co parrinu (col prete) ed è venuta da noi.»
«Che tipo di storie?»
«Maresciallo ma che fate finta di non sapere? Non è che Sarina era solo serva.»
Dopo un tira e molla di una buna mezz’ora non cavandone nulla la lasciarono andare. Michelina s’aspettava quelle domande ma da quello che le avevo fatto capire, meno diceva  e meglio era. Il maresciallo non poteva accusarla di nulla. Eppure c’era qualcuno fuori della cerchia e di cui nessuno si occupava, in grado di fornire qualche informazione utile.
Alla fine dei funerali, dopo avere accompagnato don Cunciettu al cimitero, la messa l’aveva detta l’arciprete nei paramenti viola, u zu Micheli con quella barba lunga e crespa che coi capelli ritti e grigi lo facevano rassomigliare a un riccio con due buchi per gli occhi e uno per la bocca, gettò n’occhiata dal barbiere per vedere se ci stava posto.
I saloni da barba e capelli erano il centro dove le informazioni arrivavano subito, s’ingrossavano e, arricchite di particolari piccanti, volavano in tutte le direzioni. Chi raccontava si vedeva protagonista coinvolto se si trattava di fatti digni ri uommini, ma se chiamato a testimoniare negava tutto rifugiandosi in un haiu ntisu diri, oppure, hanu caputu mali. Un sentito dire tanto vago da non chiamare nessuno in causa. E questo riferire cospiratorio, romanzato, lo mantengono e lo manterranno sempre. Dai saloni esce tutto, abbellito o abbruttito, dipende dall’effetto che si vuole provocare e in meno di due giorni fa il giro del paese.  Nemmeno i giornali sono capaci di spargere la notizia con tanta velocità. Il salone è la pentola dove bolle, fumando, il brodo di tutto il quartiere o di tutto un paese.
«Mi fai a variva (barba) Giuvanninu?»  chiese lo zu Micheli.
«Si, trasiti. N’aviti ova frischi?» domandò quello.
«No. Quantu ova vuoi pa variva (quante uova per la barba)?»
«Pi na barba tanta longa? Venti.»
«Ma si pazzu. I vuoi cinqu?»
«Nenti faciemu zu Micheli.»
«Ti ni dugnu deci (dieci)  e mi fai variva e capiddi.»
«Ma sintiti a chistu. Comu siti tirchiu. Barba  e capiddi? Qinnici (quindici) ova picchì siti vui.»
«E tu latru, spila cristiani. Dumani ti puortu l’ova.»
«Ma frischi allura… Avanti viniti zu Micheli
«Si frischi comu e tuoi.»
Ad attaccare briga con lo zu (zio) Micheli non si finiva più. Per toglierselo dai piedi o per farlo smettere, meglio dargliela vinta.
«Chissà chi erano quei due che hanno accoltellato don Tanu,»  disse il maestro elementare entrato poco dopo, aspettando il suo turno.
Lo zu Micheli ebbe un sussulto come se l’avesse pizzicato ‘na vespa. Per poco non si faceva tagliare la carotide col rasoio.
«Buttana, zu Micheli, vi vuliti stari fermu?»
«Mastru fa attinzioni
«E vui stativi fermu
«Comu fazzu a stare fermu quannu sentu genti struita ca nun  sapi nenti. Maistru chi ni sapiti?»
«Perché voi sapete?» chiese il maestro.
«Certu
E così tra un’imprecazione contro la gente istruita e il piacere di mostrare che lui ne sapeva più degli altri, venne fuori il nome di Pasqualazzu. La mattina del fattaccio aveva visto per caso uscire dal buco dove abitava il sacrestano i due della macelleria sui quali a giusta ragione, gravavano i sospetti. Giuvanninu gli raccomandò di recarsi in caserma e riferire:
«No, manco pi sonnu, ndi mia devunu viniri se vuonu sapiri» concluse lo zu Micheli.
Visto che lo consideravano più chiacchierone di una vecchia comare, nessuno gli dava credito e lui ora gustava la rivincita. Ma la notizia volò più veloce di un piccione, arrivò in caserma e nel pomeriggio:
«Appuntato.»
«Alli ordini marisciallo.»
«Prendete con voi il vostro commilitone e con molto tatto andate a vedere se potete avere delle informazioni da Pasqualazzo.»
«Vor dire che nun l’abbiamo a purtare ncaserma?»
«Niente affatto, se lo volete condurre in caserma ve lo dovete caricare sulle spalle, altrimenti ci vuole una settimana per arrivare fin qua. Cercate di non spaventarlo invece.»
«Vabbeni
La porta del dammusu (seminterrato) di Pasqualazzu, se porta si poteva chiamare, era chiusa ma il fetore di selvatico usciva lo stesso dalle fessure.
«Carrabbineri, trasi (entra)!»
«Dopo vossia appuntato.»
«No tu addevi entrari, io resto fora in copertura tattica. L’ordine di nsuperiore nun si discute mai
Il carabiniere estrasse un fazzoletto e si coprì bocca e naso prima di entrare.
«Matri mia comu si delicatu
Varcato l’ingresso si spinse dentro scendendo gli scalini di quel seminterrato con pavimento di tufo. L’ombra pomeridiana impediva di vedere all’interno, ma i ratti che gli scavalcarono le scarpe lo fecero saltare, anche se aveva capito bene di cosa si trattava.
Non vedendo nulla e nessuno venne fuori velocemente. Ebbe il tempo di dire:  “Nun c’è” che appoggiò la fronte sull’avambraccio  contro il pilastro per vomitare.
«Stomacu finu. Tu addevi essere capace di rimuovere i cadaveri puzzolenti
«Appuntato no cadavere puzzolente è odore in confronto. Facite a prova
L’appuntato allungò il collo fendendo e violando solo i primi venti centimetri dello spazio di Pasqualazzo, per poi tirarsi subito indietro come temesse ‘na cannonata dell’antiaerea. Non si ricordarono nemmeno di chiudere la porta prima di allontanarsi. Girando, arrivarono vicino alla putia (osteria/bettola) del vino.
«Entriamo a dare n’occhiata appuntato?»
«Sì, ma sulu n’occhiata. Va avanti.»
La bettola non puzzava come la tana di Pasqualazzu, ma non odorava nemmeno. I vapori di grasso di maiale fritto, misti ai fumi della salsiccia e a quelli di trinciato e toscani, rendevano l’aria densa, irrespirabile. I fumi avvolgevano tutto lo spazio in una nebbia fitta. Facendosi vista con il copricapo che scuotevano a ventaglio per spostare quella nebbia, cominciarono ad assuefarsi alla poca luce del locale. Chi giocava a carte, chi era intento a fare sparire le salsicce nella pancia, in tanti vedevano doppio.
«Appuntatu nu mezzu litru?» chiese l’oste.
«Ma no, e poi siemo di sevvizzio.»
Il carabiniere lo guardò di sbieco chiedendosi se l’appuntato fosse un assiduo frequentatore del locale.
Pasqualazzo era là.
Anche non vedendolo, quando uno si avvicinava, ne sentiva il tanfo. Ogni tanto sollevava la faccia, guardava il bicchiere e, trovandolo vuoto, bestemmiava e tornava a posare la testa diventata un impiccio a causa del vino, sulle braccia poggiate al tavolo. Fargli capire qualcosa era già difficile quando aveva tutti i sensi in ordine, pensa ora che era briaco pieno.
«Veni spissu Pasqualazzu?»  chiese l’appuntato all’oste.
«No rarissimamenti. Nun teni denari. Ma ora su tri giorna ca veni.»
«E paga?» chiese il carabiniere.
«Sì.»
«E come mai ora ha denari?»
«Pare che ha avutu sghei (denari) do so figghiu. Vinni ottu, novi iorna fa cu ncumpagnu a farisi arrustiri a sausizza (salsiccia).»
«E ora?»
«Ora nun s’è vistu.»
Parolino, maresciallo comandante, da molti rispettato e temuto ma sempre pronto a fare finta di niente per piccolezze che gli fruttavano tanta riconoscenza sotto forma di formaggio, polli, agnelli e capretti, ascoltò, meditò e credette opportuno preparare una lettera con verbale per il comando provinciale, da recapitare per corriere data la delicatezza del caso.
L’incarico fu affidato al carabiniere che faceva coppia con l’appuntato. Un ragazzone ben piazzato, capace di premere sui pedali. L’ordine era: partire il mattino seguente abbastanza presto e tornare in giornata, senza perdersi o lasciarsi incantare dal fascino della città e senza andare a cercare  femmine o bordelli. In cuor suo il nostro messaggero più pedalava e più l’amore della divisa e l’entusiasmo di eseguire un ordine alla perfezione gli venivano meno. Quelle buche e quelle pietre erano una tortura con il fango invernale e d’estate, se soffiava vento, ti riducevi come un gessino o nu pirriaturi quando veniva fuori dalla sua cava di pietra intagliata.
La lettera raccomandava all’unità operativa di indagare su un elemento visto in paese “c’avesse potuto essere proprio l’indiziato del mancato omicidio a scopo rapina”, firmato Parolino, sotto il timbro troppo imbevuto, che aveva quasi macchiato il fondo pagina.
Partito ancora col buio, il corriere raggiunse il capoluogo provinciale che il sole faceva capolino dall’orizzonte marino e si presentava bello, rosso e sorridente.
Il levarsi del sole era come il risveglio di uno sciame di api. Tutto cominciava a muoversi. Quei raggi, sfiorando la superficie salata accarezzata da una brezza leggerissima, rincorrevano guizzi e scintillii che ballavano e fuggivano per non farsi raggiungere e, raggiunti, sparivano chissà dove o nel profondo degli antri marini o assorbiti dall’aria, oppure si trasformavano in folletti invisibili tra gli agrumeti e i mandorleti.
Si era fermato a riprendere fiato e godersi lo spettacolo. La città ritornava alla vita attiva. Imposte che si aprivano cigolando, sbadigli sonori. Serve e massaie sul balcone e sui marciapiedi animavano il battipanni. I cocchieri, con le loro carrozze dal rullio assordante, passavano al trotto veloce e al ritmo della cianciana appesa al sottopancia verso la stazione per scaricare gente in partenza o caricare eventuali arrivati. Artigiani e negozianti spingevano su le saracinesche e quel gracidio a cascata, svegliava anche le talpe sottoterra. Ogni tanto lo scoppiettio singhiozzante di un tubo di scarico, accompagnato da colpi di tromba annunciava il passaggio di un’automobile che richiamava sguardi curiosi.
Gli ambulanti, spingendo le carrette con le gole ancora fresche, se non erano rimaste arrochite dalle libagioni della sera precedente, riempivano l’aria col loro vociare sonoro e cantilenante. Annunciavano i pregi del pesce fresco tirato fuori dalle reti la stessa mattina, frutta e legumi di stagione, altri offrivano i loro servizi per affilare forbici e coltelli. Qua e là qualche ragazzo con la borsa di cartone fibrato a tracolla, grembiule nero e colletto bianco si avviava di malavoglia, bighellonando, avanzando a zig zag come solo i ragazzi sanno fare senza farsi prendere per matti.
Ogni tanto spuntava un cane, annusava il pilastro di un angolo, alzava la gamba e spruzzava. Uno addirittura si era infilato tra le aiuole deponendo qualcosa di più grosso e puzzolente, che abbaiando copriva con le zampe posteriori sollevando terra e polvere. Dovette smettere l’operazione e darsela a gambe ululando di paura. Aveva visto apparire da dietro un cespuglio di mirto, un accalappiacani con quei mostruosi arnesi che serravano il collo fino a strozzarlo. Già una volta l’aveva scampata bella.
L’odore di caffè e panini francesi costrinsero il corriere a poggiare la bicicletta contro le mura del palazzo ed entrare. Ordinò il suo caffè-latte con una brioscina. Sudò freddo quando sentì il prezzo. Se non avesse avuto la divisa avrebbe lasciato tutto sul tavolo e sarebbe andato via cheto, cheto. Ora cercava di gustarselo, nonostante il piacere si fosse spento nel portamonete.
Erano presenti pochissime persone.
Un tipo seduto a un tavolino aveva la fronte bendata e il braccio destro fasciato riposava in un fazzoletto di testa da donna con le punte legate dietro la nuca. Le guance erano ricamate da vistose cicatrici e coperte di croste. Il carabiniere, prima di andarsene, tanto per darsi l’aria del forestiero, chiese all’uomo dietro al banco dove si trovava la caserma.
«Questa sì che è bella.  Lo dovreste sapere meglio di me,» rise l’uomo.
«Sapete, io non sono di qua.»
«Ah. Arrivate adesso?»
«Sì ma solo di passaggio, sono di staffetta.»
Si ricordò subito che un buon carabiniere non deve mai dare  informazioni ma chiederne sempre. Arrossì pescandosi in flagranza e senza più perdere tempo si avviò verso il comando.
Un brigadiere lo ricevette assieme al plico che il piantone aveva trasmesso al capitano, al quale era indirizzato nominalmente. Questi l’aveva sbirciato e passato al maresciallo che dopo averlo letto lo giudicò roba per subalterni, consegnandolo a un  brigadiere con  capelli all’Umberto e baffi. Il brigadiere lesse attentamente arricciandosi la coda dei folti baffi portati all’insù alla moda reale e che di tanto in tanto gli solleticavano le narici provocando qualche starnuto.
«Dovrebbe essere uno che conosciamo, anche se il nome non corrisponde. Accompagnami. Proviamo a vedere se lo troviamo.»
Inforcarono le biciclette infilandosi nelle viuzze della città vecchia, popolata da fuoriusciti di galera e da prostitute che svuotavano gli orinali dal parapetto della strada sulla sponda marina. Il brigadiere bussò più volte ad una porta marrone senza ottenere risposta.  Girando a zonzo capitarono davanti al caffè del mattino.
«Entriamo e ci mangiamo qualcosa che tu, con la strada che hai fatto e devi fare, devi metterti in forma,» lo invitò il brigadiere.
“Speriamo che non debba pagare io” pensò il nostro ragazzo.
«Ecco il nostro uomo. Manco a farlo apposta… e guarda com’è conciato. Si vede che le ha prese stavolta.»
«Arrivando sono entrato a prendere una tazza di caffè latte, stava già là,» commentò l’altro.
«Ah… Possiamo sedere?»
Presero posto senz’avere ottenuto risposta, il brigadiere a cavallo alla sedia con le braccia poggiate sulla spalliera.
«Come vanno gli affari? Non proprio bene direi. Chi t’ha ridotto così? Hai trovato un compare?» chiese il brigadiere rivolto all’uomo.
«Chi vuliti sapiri? Diciti a mia?» rispose quello.
«Si a tia dico.»
«Compari capaci di farimi di sti scherzi nun ci ni sunu.»
«E allora chi sunu sti fasciaturi?»
«Caduta di na biciletta.»
«Meno male, così per i prossimi giorni magari staremo in pace. Raccontaci dove e quando sei caduto. Sai, il mio giovane collega è curiusu di sapiri.»
«Nda na strada di campagna luntano.»
«E quando fu?»
«Deci jorna fa.»
«E cu ti fici a fasciatura e comu facisti a turnari?»
«Ncampagnuolo ca s’intende.  Era vicinu da so campagna e  circai aiutu.»
«E dove è questa campagna? Come si chiama il posto?»
«Nomi nun ne so, ma è luntanu.»
«E come si chiama cu t’aggiustau
«Nun lu canusciu.»
«Allora tu te ne vai in giro senza sapere dove vai. Ti spezzi un braccio e trovi così per caso chi te l’aggiusta senza conoscerlo. E chi ti crede? E perché ci sei andato?»
«Circava travagghiu.»
«Tu cercavi lavoro? …»
«Pirchì è proibitu?»
«No anzi. Il fatto è che se tu vedi che il lavoro si affaccia sulla tua strada, o scappi o lo ammazzi a coltellate. Anzi, facci vedere il coltello.»
«Iu cutieddu nun n’ho.»
«Hai ragione. U pani duru lu muzzichi (il pane lo mordi). I coltelli li usi solo per sventrare chi ti sta sui coglioni. Hai delle prove di quello che ci hai raccontato?»
«Ohu e chi è n’interrogatorio: A bricadieri chi voli sapiri?»
«Non t’agitare o mi scordo che sei tutto fasciato. Hai delle prove?»
«Pò addumannari a Saru Lenza se vole, eravamu nziemi.»
«Ah! Saru Lenza. Il tuo amico del cuore. Dov’è ora?»
«E cu dici a mia dovi va e dovi nun va?»
«Visto che da quando qualcuno prova a infilare il naso nei tuoi affari per difenderti fate coppia, come capo devi saperlo.»
«Ma tutti vossia i sapi sti cosi. Iu nun sacciu dov’è Saru.»
«Eppure sei stato visto in giro sei a otto giorni fa assieme a lui.»
«E comu facia a siri ngiru tuttu sfasciatu?»
«Hai parenti a Canicattini Bagni?»
«Me patri.»
«Quando l’hai visto l’ultima volta?»
«Nun m’arricordo
«Vedremo. Per il disturbo ti offro un pezzo di mbanata (focaccia).»
Gli ordinò una bella fetta di focaccia al cavolfiore e salsiccia. Ne aveva portato ancora calda un fornaio inondando il locale con il suo buon odore. Una intera la divise con il giovane carabiniere.
Fuori sulla strada:
«Brigadiere quello racconta menzogne. Lo sento.» disse il carabiniere.
«Non basta. La storia che ci ha raccontato potrebbe essere almeno in parte vera. Quel delinquente, negli ultimi tre anni se l’è sempre fatta franca e per legittima difesa ha sfregiato gli altri senza riportare nemmeno un graffio. Con il coltello è più pericoloso di uno con una pistola e se vuole ammazzare, ammazza.»
«Sì,  ma voi non conoscete don Tanu. Se mette le mani addosso a qualcuno lo fa sparire sottoterra.»
«Dici?»
«Brigadiere, mi credesse, na muntagna è. Inoltre al sopraluogo ho rilevato macchie di sangue contro il muro della strada. Potrebbe essere sangue di quel tipo. C’era anche un coltello per terra col manico spaccato.»
«E come mai non è messo a verbale?»
«Perché l’appuntato mi ha ordinato di riferire quello che lui credeva giusto.»
«Bella questa. Che abbia interessi nella faccenda?»
«No brigadiere niente affatto. È solo anziano e testone. Guai a dire qualcosa che non gli va a genio.»
«E poi non si chiama Vitu Ferro e quello con cui fa coppia da poco è Saru Lenza e non Tempera.» osservò il brigadiere.
«Ma cangiarsi il nome non è difficile.»
«Senti, tu adesso torna e riferisci. Fateci sapere se ci sono novità. Noi teniamo d’occhio il nostro amico e cerchiamo il suo collega.»
E che doveva tornare subito veramente? E la bella bruna sul marciapiedi all’angolo di una viuzza? Poteva essere una di quelle.
Con il brigadiere ormai fuori vista, tornò sul posto ma non trovò nessuno. Aspettò un poco occhiando. Chi passava lo osservava con diffidenza se erano donne o con occhiate sprezzanti e derisorie se erano uomini.
Una vecchia strega si affacciò sul marciapiedi:
«Ma chi vai circannu tu? O perditi u pilu va (sparisci).»
Sì, era meglio filare e al più presto. Solo, in quel quartiere con la divisa che indossava si sentì di botto a disagio, quasi in pericolo. Saltò sulla bicicletta e premendo a malavoglia sui pedali fece la strada che lo riportò alla sua caserma di paese nel pomeriggio, sul tardi.

Corrado S. Magro


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