Banditi a Milano di Carlo Lizzani


A cura di Gordiano Lupi

Banditi a Milano (1968) di Carlo Lizzani è interpretato da Tomas Milian, Gian Maria Volonté, Don Backy (Aldo Caponi), Margaret Lee, Ray Lovelock, Piero Mazzarella, Giorgio Gaslini, Agostina Belli e Carla Gravina. Il film è impostato come una finta intervista a un commissario di polizia, impersonato da un elegantissimo Tomas Milian che fuma sigarette con bocchino alla moda. La tecnica di regia ricorda pellicole come Helga (1967) di Erich Bender e i mondo movies, finti reportage nel mondo del sesso o alla scoperta di paesi esotici. Carlo Lizzani utilizza attori professionisti per raccontare cose vere e per realizzare un film denuncia sulla criminalità in aumento nelle grandi città. Milano viene presa ad esempio di ciò che sta accadendo in ogni parte del paese. Sono abbastanza risibili e fuori luogo le sequenze iniziali con una finta intervista a un ex delinquente (Gino Rossetti detto Luigi Lo Zoppo) che ricorda con nostalgia come erano gentleman i vecchi malviventi per concludere che la criminalità è cambiata. Il ruolo del rapinatore è visto con una sorta di assurdo romanticismo (“noi mettevamo a loro agio i rapinati, sapevamo cosa dire e cosa fare…”) e si aggiunge che se oggi non è più così la colpa è dei fumetti neri (sic!). L’intervista prosegue al commissario Tomas Milian che si presenta in una mise inedita rispetto allo spaghetti western, sbarbato, capelli corti e lisci, sigaretta in bocca e disponibile al dialogo.

Vengono presentati alcuni episodi di criminalità urbana per far capire come sia cambiato il crimine seguendo l’esempio statunitense. Il racket e la protezione sono una faccia della medaglia, lo sfruttamento della prostituzione un’altra ancora, le case da gioco clandestine completano il quadro. Da ricordare in questa prima parte la partecipazione della bella attrice inglese Margaret Lee che impersona una ragazza ingannata e uccisa dal protettore. Carla Gravina fa una rapida apparizione nei panni di una ragazza ninfomane che chiama la polizia per essere difesa dai banditi, ma vorrebbe un agente prestante. Tutta la prima parte è molto datata, ai limiti dell’inguardabile, gli episodi narrati fanno solo sorridere e non sono per niente efficaci. Il vero film invece comincia quando Lizzani ricostruisce con dovizia di particolari la sanguinosa rapina all’Agenzia del Banco di Napoli in Largo Zandonai a Milano, per opera della banda di Piero Cavallero (Volonté).

La ricostruzione di Lizzani è confusa e frettolosa, ma è comprensibile perché giunge sul grande schermo a soli sette mesi dal terribile fatto di cronaca che sconvolse l’opinione pubblica. La pellicola fece grande scalpore soprattutto perché concedeva poco al romanzato, era una sorta di instant movie girato con tecnica da documentario. Gian Maria Volontè è molto bravo nei panni di un folle e insospettabile Piero Cavallero, un perfetto impiegato che si trasforma in spietato rapinatore. Volontè parla torinese, legge “Il riposo del guerriero” e rimprovera l’impiegata della sua azienda – copertura di indossare la minigonna (ma poi ci prova) e di farsi venire a prendere in auto dal fidanzato. Pare un cittadino perfetto dalla morale rigida e rispettabile, invece ha formato una banda insieme ad altri due incensurati impersonati da Don Backy (noto come attore del decamerotico e come cantante) e Piero Mazzarella, ai quali si aggiunge un giovanissimo Ray Lovelock, inserito nel gruppo perché ha scoperto il nascondiglio delle armi. Durante una rapina vediamo una giovanissima Agostina Belli, rapita come ostaggio e poi scaricata, ma fa in tempo a mostrare le gambe.

La parte fondamentale del film consiste nella folle rapina al Banco di Napoli, quando Lizzani ricostruisce una giornata qualunque che costò la vita a molti innocenti. Durante l’inseguimento della polizia vengono uccisi inermi passanti, colpiti da pallottole vaganti e dai banditi impazziti. La folla tenta di linciare uno dei rapinatori che viene catturato, il giovane Lovelock viene preso il giorno dopo a casa della madre e gli altri due (Volontè e Don Backy) sono braccati per giorni e alla fine catturati. Da citare la risposta del ragazzo al commissario Milian che lo interroga. “Cosa saresti voluto diventare nella vita?” E lui: “Un campione”. Il ragazzo era un buon calciatore e solo un malinteso senso di affermazione personale lo ha fatto diventare un malvivente. Piero Cavallero con la sua personalità folle e delirante ha plagiato i complici e li ha condotti su una strada senza ritorno. Il bandito impazzisce completamente al momento dell’arresto, sfoggia una carica logorroica che lo fa ridere senza motivo e confessare ogni crimine. Cavallero pensa d’essere un protagonista sotto la luce dei riflettori e risponde ridendo alle domande dei cronisti. La folla inferocita vorrebbe linciare i delinquenti che hanno ucciso vite umane e ferito innocenti. Volontè tratteggia con bravura la lucida follia di questo delinquente e il suo delirio di onnipotenza. Tomas Milian impersona il commissario, ma il suo personaggio è abbastanza anonimo e resta in secondo piano rispetto a un grande Volontè.

Un film da riscoprire, per apprezzare sequenze tipiche del poliziesco come inseguimenti, fughe, scontri tra auto, ma anche per vedere come sono cambiate le città e la delinquenza metropolitana.

dal mio libro: Tomas Milian, il trucido e lo sbirro – Profondo Rosso. Ordinabile a: ilfoglio@infol.it

Gordiano Lupi
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