AUGUSTO BENEMEGLIO – ACQUAROTTA


acquarottaA cura di PASQUALE VITAGLIANO

Acqua rotta di Augusto Benemeglio è un breve poemetto in prosa e in poesia nel quale la vita è presente più della parola. La scrittura è meramente una barca che trasporta doloranti le memorie dell’autore perché il lettore possa salvarle dall’oblio.
Questo libro nasce da un doppio lutto. L’autore ha perso in breve tempo il nipote Alessandro e suo padre, il suo unico fratello, Alberto. La perdita di Alessandro è anche l’occasione della sua scoperta. “L’ultima volta che l’ho visto aveva meno di vent’anni”. Quando muore ne ha quarant’uno. Forse si è suicidato, al termine di una dolorosa via di tossicodipendenza e alcolismo. Queste vicende familiari si intrecciano con la narrazione omerica del viaggio di Augusto “Buono Libero”, chiamato così nella sua Gallipoli, marinaio e narratore, viaggiatore e poeta.
La successione di questa opera, scandita da lettere, prose, citazioni e poesie, scorre senza ordine o destinazione apparente. Procede per accumulazione. Magma incandescente o fiume che rompe gli argini, porta via vite e ricordi, cose e case. In questo condivide il destino della “poetessa delle macerie”. Maria Luisa Spaziani in una lettera gli scrive che questa definizione non gli è mai piaciuta. Il tratto essenziale non è il caos, “quanto piuttosto l’anelito a un nuovo ordinamento”. Ciò che l’acqua è per il marinaio, è il dolore per il poeta. Arcano è tutto/ Fuor che il nostro dolor. Eppure Augusto non si arrende a questo esito. Per lui il dolore “non è utile”. “E tuttavia io rimango qui, accanto a te, a cogliere la cenere, il tempo, la storia e la memoria che s’inventa”.

Il poema “marino” di Benemeglio è un’opera sul lutto, ma non è un’opera luttuosa. E’ addolorata ma non lacrimosa. Ha il colore del vuoto. Ma con il punto interrogativo, come nella poesia di Vittorio Sereni. Perché non credo che sia quello il colore “più indelebile”. Credo che il più indelebile sia, in realtà, il colore della pienezza. Ed il libro di Augusto è pieno di vita. Il non aver vissuto abbastanza può essere il solo rimpianto di cui dolersi. Lo sanno bene i marinai che non hanno mai approdo definitivo. “Tu ed io non abbiamo mai dialogato/ Non abbiamo mai veramente riso insieme/ Ora c’è un po’ di tempo forse per i ricordi (…).
L’opera contraddice se stessa. Ma non mi meraviglio, perché per contraddizioni procede il cammino della conoscenza. Il dolore, purtroppo, alla fine una utilità l’ha avuta. “Se Elvira (…), non m’avesse chiamato quel giorno della mia Tac forse non avrei saputo nulla di te – della tua malattia gravissima e dell’ultima voglia matta d’andartene in quel lager d’ospedale (…)”. Ed ecco di nuovo che rivedo/ la tua mano sull’erba/ la rosa e il sangue/ il torero bardato a festa/ il blu con i piccoli buchi neri/ le code degli aquiloni/ gli spazi a strisce rosse.
Letta l’ultima parola di questo libro, mi è rimasta dentro una durissima voglia di vivere. E questo è il merito della scrittura di Benemeglio, raccontarci la morte e farci sentire di nuovo esseri umani viventi e consapevoli. E lo fa senza dettato, senza volontà, per induzione naturale, ricomponendo i cocci rotti di un’esistenza che nella memoria, come cammino appassionato in avanti, trova la sua più autentica e profonda legittimazione.
Davvero mirabile e commovente è questo brano. “Ti lascio, rinchiuso nell’armadio, l’ultimo aquilone di quando eravamo bambini, (…) ti lascio l’agonia di un geco trucidato, le musiche ignare che fanno Xhosa, nelle capanne di latta, ti lascio l’eco di una tromba, e i buchi del pavimento, dove giocavamo a biglie, i lenzuoli tessuti dai ragni, le lucciole erranti nell’orto, ti lascio quest’ora di vetro, dove santi e guerrieri diavoli e angeli si incontrano e si scontrano nel buio e nel miele, nel fumo e nella nebbia, in un valzer senza fine con risatine piene di sangue”. Mi ha fatto pensare a Paul Bowles del Tè nel deserto. “Tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che senza neanche riuscireste a concepire la vostra vita – forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Eppure tutto sembra senza limiti”.
Al termine di questo viaggio nelle memorie di Augusto, ho imparato che il colore “più indelebile” non è il colore del vuoto. Il colore più indelebile è il colore dell’estate della nostra vita. Il colore di Agosto. Il nome è sempre la cosa.

Pasquale Vitagliano

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