Attilio di Mario Ughi 1


La panchina sulla quale è seduto è fredda, ma Attilio a questo non presta attenzione, così preso ad ammirare i nuovi colori che decorano l’ultimo scorcio della sua vita. Non ricordava fossero così belli.
Il verde sporco delle palme gli sembra meraviglioso. E le sfumature bluastre della statua alla sua destra disegnano il percorso di fiumi immaginari. Persino i colori delle odiate automobili appaiono meravigliosi nella loro lucentezza. Si chiede pigramente perché non ha mai voluto prendere la patente: adesso una macchina gli farebbe comodo. In fondo, odiava le auto soltanto perché, quando attraversava la strada, non era in condizioni di vederle arrivare.
Attilio è stato catturato da una profonda meraviglia, quando si è liberato dalle perniciose cataratte che offuscavano lo splendore intorno, mascherandolo con l’assenza di luce. Come per i colori della Cappella Sistina restaurata che ha potuto ammirare nel documentario della sera prima: in pochi si aspettavano di trovare il blu e l’arancione così intensi, si potrebbe dire moderni, sotto lo spesso strato di polvere e fumo di candele. Qualcuno ha gridato che non sono i veri colori, e che l’intero affresco è stato rovinato. Attilio non ha opinioni in merito, ma sa che i colori del mondo sono reali, e sono tornati a lui.
Da alcuni giorni si aggira per la città con aria imbambolata, catturato dalle più lievi sfumature, dai particolari che altri potrebbero considerare insignificanti. Sorride. Il blu profondo degli occhi di quella ragazza incrociata poco prima non gli è sembrato insignificante. Averci qualche anno in meno… dicono così, i vecchi, non è vero? Fa niente. La ragazza aveva i capelli dello stesso colore di quelli di sua moglie: un fantastico biondo grano. Prima che la vecchiaia, la malattia e la morte li rendessero grigi per poi spazzarli via.
Ma Attilio non vuole pensare a questo: gli unici colori che non gli interessano sono quelli dei ricordi.
Ha tirato fuori la sua bicicletta e dopo una vigorosa spolverata – con i colori è tornata anche la forza – e una controllata alle gomme, si è lanciato alla scoperta del suo vecchio mondo.
E’ sempre stata così bella, questa città? Sì, certo: forse anche di più. Molte cose sono cambiate, ma Attilio non rimpiange niente: dopo anni di sconforto, rassegnato a vagare tra le ombre, adesso la sua anima si riempie di antiche, ma in certo modo nuove struggenti emozioni.
Non ricordava di aver mai visto tramonti tanto belli, e che l’acqua del mare potesse prendere un colore verde metallico dai mille riflessi, restituendo alla sua maniera le ombre delle nuvole basse e scure.
Guarda tutto, Attilio. Il grigio piombo sulla superficie vitrea dei fossi che tagliano la città come tante fette di torta, punteggiato dal bianco delle barche ormeggiate. Le scie trascinate nell’acqua dalle piccole canoe spinte da braccia giovani e vigorose. Le vetrine luminose dei negozi, come mille occhi aperti a scacciare le ombre della sera. Come i suoi. Gli infiniti ritagli di colore restituiti dalle bancarelle all’aperto ricolme di frutta e verdura. Le inesauribili varietà di riflessi sparati dai vetri delle finestre lungo le vie, mutevoli e cangianti al calare del sole. Il contrasto tra le ombre tagliate fuori da porzioni di luce e il cielo azzurro che si intravede a scorci tra le colonne dei loggiati. Il rosso scuro di un bicchiere di vino.
Ha un sapore, la luce, e questo Attilio non lo aveva calcolato. Non si era accorto di avere una fame da lupo. Una fame di luce. Il suo appetito non si placa mai, neanche quando i piedi gli dolgono dal lungo camminare e le giunture scricchiolano più volte nell’arco di una pedalata. Ogni tanto, come adesso, si riposa per qualche minuto, seduto su una panchina o al tavolo di un bar; all’aperto, naturalmente.
E sempre sorride, guardandosi intorno senza sosta, bevendo a piene sorsate il caleidoscopio di colori mai uguale a se stesso, mai banale o già visto, mai meno intenso di un gesto d’amore.
Sorride, pensando a quanto a volte si scopra infinitamente stanco, con il cuore che batte a mille dalla fatica. Sorride, pensando che un giorno tutti questi colori, e l’ansia di scoprirli e ammirarli tutti, magari tutti insieme, finiranno per ucciderlo.
Quando accadrà, spera lo ritroveranno annegato in una pozza di luce, il più lontano possibile dalle ombre, e dal buio.

Tratto da: Livorno – Cronache immaginarie
Mario Ughi

 


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Un commento su “Attilio di Mario Ughi

  • Enzo Maria Lombardo

    La gioia di una riscoperta: il sapore e la fame di luce, il caleidoscopio dei colori e delle forme della Città ritrovata, in un racconto che è un inno alla vita, a quel che ne resta, senza rimpianti, sempreché un giorno si possa annegare in una pozza di luce.
    Un bel quadro d’autore. Complimenti.

    Enzo Maria Lombardo