Ascanio 1


di Mario Ughi

Quando vedete un uomo fermo al bordo di una piazza, lo sguardo piantato verso un punto preciso, vi capita mai di chiedervi che cosa sta aspettando? E da quanto tempo?
Vi trovate alle sue spalle, e quindi non potete decifrare dall’espressione del volto se l’attesa è piacevole, o penosa. Se sorride sapendo che dovrà aspettare ancora per poco, o se nel tempo ha invece perso la speranza. Se non è più un’attesa, ma soltanto rassegnazione. Se è amore, gioia, disperazione. O magari un tentativo di ingannare il tempo, oppure il visitare un luogo di ricordi, dopo una lunga assenza. Se è una pausa, o il termine di un tempo quasi infinito.
Forse qualcosa di importante sta per accadere, forse invece è ormai tutto completato. Risolto. O chiuso.
Ascanio ha da poco terminato quella che considera la telefonata più importante della sua vita. Ha parlato con il suo primo amore, ricordando sorrisi e gioie di quando ancora era un ragazzo. La voce tremava, mentre lui tentava di versare nell’emozione di un lungo rimpianto le parole giuste per consolidare un appuntamento atteso da millenni, insperato, sognato ma ora reale e raggiungibile, con un pizzico di speranza e all’altro capo della fune, necessario, un lieve moto di partecipazione. Di questo non è sicuro: la voce al telefono rispondeva sorpresa, incerta, apparentemente lontana e disillusa.
Si chiede quanto può costare a un’anima invecchiata scendere una breve rampa di scale per affacciarsi sul bordo di una piazza che ha visto scorrere via la maggior parte dei suoi sogni, e sorridere alla vista della speranza. Della gioia che annulla il rimpianto.
Rimane col fiato sospeso, quando realizza la disperata audacia di questo suo gesto, e lo sguardo vacilla lasciando per un attimo la presa sul portone di ingresso che ha guardato così a lungo da sentirselo piantato nell’iride. Stampato nella mente. Sgomento, volge gli occhi sull’affollata piazza Grande, illuminata da piccole stelle artificiali per le feste quasi terminate, ma ancora, per un poco, immersa nell’atmosfera che sembra rendere tutto possibile, anche la più remota fantasia di un cuore affaticato.
Che cosa le dirà?
Adesso a lui per primo appare patetico il suo proporsi per rivivere le emozioni di un tempo talmente distante da sembrare quasi mai esistito. Si chiede se davvero siano reali i ricordi conservati con dolcezza nell’angolo più nascosto del cuore, mentre la vita scorreva portando quanto di suo aveva da offrire. Nuovi amori consumati e perduti, oggi ricordati con un pizzico di dispiacere, col retrogusto inaspettato di sollievo. Volti persi felicemente per strada. Una moglie che adesso dedica i suoi aspri sorrisi a un altro piccolo sfortunato uomo. I figli che hanno preso la loro strada. Le occasioni mancate e le decisioni sbagliate. La smisurata raccolta dei gesti, la maggior parte inconsapevoli, che hanno costruito e indirizzato la sua vita, piegando la strada per portarlo a visitare luoghi che mai aveva immaginato o desiderato. Divorando i rettilinei alla stessa velocità con la quale riusciva a dimenticarli, lasciandoli alle spalle.
Il passato è un palazzo vuoto abbandonato anche dagli ultimi fantasmi. Tutto cancellato, divorato dal grande e freddo oceano della delusione.
Restano vivi soltanto i giorni vissuti nell’incrocio di quattro strade ancora per poco prive delle interminabili righe di auto posteggiate a fianco dei marciapiedi.
Giochi disegnati col gesso sull’asfalto appena asciugato dal sole. Finestre aperte alle chiacchiere e alle risate lanciate da una sponda all’altra della strada, come i panni stesi sui lunghi fili di corda, sventolanti al vento fresco della sera. Grandi rampe di scale da scendere veloci, senza il minimo affanno, per poi irrompere di corsa nelle piccole piazze costellate di sedie raggruppate in magici cerchi di difesa, dove giovani e anziane donne dai volti stanchi ma sereni spartivano gioie e dolori sgranando immense ceste di fagioli, sotto la luce stregata dei lampioni ingialliti dal tempo vorace. Il suono quasi metallico del battere sul selciato di un pallone aspramente conteso.
E gli occhi di lei, trasparenti ma colmi di una serietà e consapevolezza che giureresti una ragazzina non potrebbe possedere, quando sfioravano il volto di Ascanio.
La timidezza che si veste di spavalderia per strappare il primo tiepido bacio a fior di labbra, lo stacco di una repentina fuga col cuore in gola. E il bacio più lungo e giusto, tempo dopo, le mani intrecciate nell’ombra di un androne con la lampadina bruciata, il fiato a mescolarsi nell’esprimere la solenne promessa della vita.
Intorpidito dalla rigida postura dell’attesa, Ascanio si pone la domanda alla quale non ha mai trovato risposta: quando si sono persi?
Non nelle soleggiate passeggiate sul lungomare, e neanche nel buio delle sale cinematografiche, dove guardavano e ascoltavano con un occhio e un orecchio soltanto, le labbra pressate in baci senza fine.
E non avevano certo la possibilità di perdersi tra le strade del loro quartiere, dove ogni singolo palazzo si ergeva a protezione delle loro giovani esistenze.
Forse hanno smarrito la via che avrebbe potuto vederli camminare insieme quando si sono lasciati travolgere dall’euforia alla vista di un mondo che si apriva carico di speranze e promesse, apparentemente a portata di mano, ai loro occhi ancora innocenti.
Nel gioco di specchi delle illimitate aspettative, trascurando quanto queste si ponessero in contrasto con la semplicità e le piccole gioie senza prezzo offerte dalla completa assenza di ombre o timori, due anime fragili si sono perse nel disperdersi. Il calcolo delle possibilità, in una scommessa che alla fine si è rivelata priva di senso, le ha separate e portate lontano.
Ascanio si guarda intorno: la piazza pian piano va svuotandosi, ognuno diretto verso la precaria realizzazione dei propri sogni.
In piedi, sul lato estremo di una speranza che lentamente si sbriciola ai bordi per mostrare il vuoto sotto, uno spazio dove si può vivere soltanto l’infinita solitudine, Ascanio, aspetta.

Tratto da: Livorno – Cronache immaginarie
Mario Ughi

 


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Un commento su “Ascanio

  • Enzo Maria Lombardo

    Uno dei pezzi più belli della collezione. Forse il più bello (in attesa di altri). Un’indagine psicologica veramente raffinata su uno degli aspetti più “normali”, e nello stesso tempo più disarmanti, dell’esistenza: l’invecchiamento. Qui è rappresentato l’invecchiamento dei sentimenti, il lento, inesorabile mutare delle prospettive e dei desideri.
    E dalla cenere dei giorni sorge ancora il lieve calore di un ricordo, la ricerca del sapore di un sentimento perduto e il folle desiderio di riallacciare ciò che il tempo ha ormai spezzato. Così Ascanio vive l’attesa – anch’essa folle e immersa in una sottile paura – di rivedere un volto, di risentire in bocca i baci rubati “in un androne con la lampadina bruciata”.
    Un’attesa “sul lato estremo di una speranza che lentamente si sbriciola ai bordi per mostrare il vuoto sotto”.