Recensioni Teatrali: Anna K-Una vivisezione di me


“Malgrado la solitudine, o in conseguenza della solitudine, la sua vita era molto piena.”

Pop corn e cellulite. Bulimia e disperato amore per la vita. Desiderio di trasgressione e disillusa realtà. Il senso del tempo che fugge. Una canzone dai remoti anni Sessanta e l’invasiva multimedialità, altra faccia della solitudine.
Vivisezionarsi l’anima. In silenzio. Un’attrice in scena, e non parla. Del resto nell’esistere quotidiano siamo sovente attori muti, se non passivi: oggetti più che soggetti.
Chi è Anna K? L’alter ego della sventurata eroina tolstoiana proiettata nei meandri della contemporaneità il cui ineffabile treno tutti stritola sotto implacabili ruote?
Debora Virello porta in scena nella Cavallerizza del Teatro Litta uno spettacolo perturbante, disturbante, usando il proprio corpo come nel teatro fisico e rinunciando alla parola che invece affida a una voce registrata in tormentate scansioni.
Anche l’ambiente in cui Debora-Anna si muove è ristretto, una claustrofobica lunghezza. Il pubblico come un invisibile interlocutore (“Noi tutti sappiamo cosa sta aspettando, ogni sua singola azione ci è nota, tuttavia dobbiamo accettare l’idea che per lei non sia così e stare a guardare”).
La propria fragilità come un messaggio nella bottiglia. Qualcuno lo raccoglierà: altrove, lontano. Forse.
Sperimentale e toccante.

Alberto Figliolia

Anna K-Una vivisezione di me, liberamente ispirato ad Anna Karenina di Lev Tolstoj. Di e con Debora Virello. Fino al 27 gennaio 2019. MTM Sala Cavallerrizza-Teatro Litta, corso Magenta 24, Milano.
Info: tel. 02864545; e-mail biglietteria@mtmteatro.it; sito Internet www.mtmteatro.it.

“L’inganno fra teatro e vita è uno dei temi più laceranti della pratica teatrale, e Debora Virello lo sa bene quando decide di esporsi in tutta la verità della sua vita vera attraverso frammenti narrativi, parole e immagini, che si alternano ad azioni fisiche, canzoni, registrazioni di telefonate, spezzoni di pubblicità televisiva alternata a sequenze tratte dai film realizzati negli anni sul personaggio di Anna Karenina di Lev Tolstoj pubblicato per la prima volta nel 1877.
Ma cosa c’entra la Karenina con Debora? C’entra perché il personaggio diventa l’aspirazione dell’attrice Debora, ma anche della donna Debora, della madre, della giovane attrice a Roma, nei suoi inizi di carriera, durante un inverno rigido nella città capitolina. E la neve del romanzo si confonde e cade lentamente su un amore contrastato della giovane attrice, bella, molto bella, ritratta da alcune fotografie in bianco e nero che la stessa – Debora-donna-attrice di oggi – distribuisce al pubblico presente in sala, per poi distruggere lei stessa in un trita-documenti elettrico comprato su Amazon, che trasforma tutto in piccole strisce di carta, coriandoli, pulviscoli di vita, neve che si scioglie, così come il corpo femminile si trasforma inevitabilmente, negli anni, per effetto della vita.
A loro volta questi pezzettini di carta, frammenti minuscoli di bellezza,  diventano la neve finta sparsa a terra da Debora, sui finti binari del treno, tracciati a terra con lo scotch di carta […] La commovente folgorazione della performance sta nel suo svolgimento, che procede per afasie, accelerazioni, bruschi arresti, appunti narrativi vocali pre-registrati e ‘mandati in onda’ da un tecnico complice, anche lui di Debora, della vita di Debora e dell’attrice lì presente, proprio in quel momento, pronto a offrirgli il tabacco per fare una sigaretta, o a cambiare una musica, entrando in scena non più come professionista incaricato del suo lavoro, ma come connivente e primo spettatore della vita di Debora/Anna. Il procedimento generale ricorda alcune performance degli anni ’70”.

A. Syxty

 

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