Anita


di Mario Ughi

Anita è convinta di condurre una vita banale. E’ così che la pensa: banale. Se qualcuno le chiedesse informazioni intorno al suo quotidiano, risponderebbe: banale. Ma dentro di sé capisce che è soltanto un paravento. La formula che sceglie per non dire niente facendo finta di dire tutto. E lei, che è un’insegnante, potrebbe davvero aver selezionato questo aggettivo come un muro dietro al quale nascondersi. Una parola tutto sommato inoffensiva. Un comodo riparo per evitare la pioggia. Chi è capace di andare oltre al banale? Guardare al di là, per scoprire cosa nasconde. Nessuno indaga o approfondisce. E’ un’immagine talmente abusata che chiunque è persuaso di averne l’esatta visione, di comprenderne il pieno significato.
Se avesse abbastanza coraggio, potrebbe sostituire con: inutile. Una vita inutile. Ma è un salto troppo lungo, verso un buio troppo profondo, nessuna rete di protezione, e forse neanche un appiglio al quale aggrapparsi con un colpo di reni provvidenziale, a frenare la rovinosa caduta.
Per molto tempo si è rassicurata pensando che la sua professione in qualche modo la salvasse dai gesti consumati, proteggendola dalla paura di aver perso qualcosa lungo la strada, di importante, insostituibile: una gioia senza motivo, che non prova ormai da molto tempo, un sorriso non richiesto, una luce spenta con un cenno distratto, molte volte ripetuto.
Insegnare ai bambini le sembrava importante, finché non ha capito, o pensato, e comunque accettato che lei in fondo non può fare la differenza. Quelle piccole facce che ogni giorno si trova di fronte prenderanno comunque la loro strada, dimenticandosi di lei, o relegandola in qualche cassetto dei ricordi, catturate dalle migliaia di cose alle quali correre dietro, la maggior parte prive di importanza, illusorie. Alcune delle vere e proprie trappole. Cadranno nelle false aspettative, nei facili egoismi, nelle cattiverie fini a se stesse. Gli inganni, le menzogne, i tradimenti. I suoi sforzi alla fine si dimostreranno vani. Inutili.
Questo può accettarlo, di essere inutile per gli altri. Ma non per se stessa. E’ responsabile della propria vita, nelle azioni e nei pensieri. E non vuole diventare quel ritornello molesto che chissà da quanto le gira in testa. Così si sostiene definendosi banale.
Però quel pensiero le respira sul collo. Per quanto veloce lei possa camminare per le vie della città, per quanti autobus afferri a caso scendendo alle fermate più improbabili, non riesce a marcare la distanza. Cerca di fuggire da qualcosa che le corre dentro e la notte, distesa nella penombra di un lampione che riverbera dalla strada, da sola, davvero non riesce a concepire una giustificazione al dipanarsi dei suoi giorni.
E quel pensiero, che tutto sia talmente inutile da diventare assurdo, trova la sua naturale collocazione.
In quei momenti le sembra strano il non provare alcuna tristezza, o rammarico. Non riesce neanche a motivare la propria esistenza attraverso una solida forma di disperazione. Non concepisce alcun desiderio o proposito di riscatto: mai ha procurato ferite; mai ha colpito. Si è sempre mossa per il mondo con dolcezza e tolleranza. Quasi una forma di rassegnazione. Un modo per restare distante, in disparte. Invisibile.
Ripercorre con scrupolo ogni singolo momento della giornata appena trascorsa, senza scoprire una colpa. Una parola meno che accettabile, gentile.
Un gesto, anche d’impulso, che la costringesse a una qualche espiazione, a un castigo, a una penitenza, potrebbe da solo rappresentare la spinta a compiere nuovi passi verso la vita. Regalarle uno scopo. Si immagina nell’atto di fingere, nei giorni futuri, una cattiveria che non possiede. Cerca di raffigurarsi i toni, gli argomenti e la voce, lo sguardo capace di far sanguinare l’anima di qualcuno. Si chiede se sarebbe capace di farlo. Se lo desidera.
Ma porgere dolore al posto dei sorrisi sfuggenti che le servono a scivolare rasente alle pareti vorrebbe dire farsi notare, attirare l’attenzione. Un sottile velo d’ansia le copre la fronte, ci pensa un attimo e storce la bocca. Sa benissimo che non solo l’amore, ma anche l’odio permetterebbe a una persona di entrare nella sua vita. E scoprire il deserto.
Dopo la prima parola lanciata per tagliare a caso, si troverebbe a corto di argomenti. Non saprebbe ribattere alla conseguente reazione. Potrebbe offrire soltanto uno sguardo vuoto, un volto vuoto. Le parole le si strozzerebbero in gola, anzi, non sarebbe neanche capace di pensarle. Farebbe la figura della pazza, della mentecatta, o peggio, dovrebbe consentire all’essere guardata. Non mentre fa lezione, o la spesa, o compie i rituali consolidati del vivere quotidiano, così facili nella reiterazione. Guardata davvero, non in movimento, non in fuga, ma fissata in uno spazio definito: l’angolo di un corridoio, davanti a una finestra, seduta al tavolo della sala insegnanti, di fronte al portone di casa. Tutti luoghi che lei non abita. Ci passa, ma senza lasciare traccia. Non ha costruito niente, in quei posti, sono irreali e transitori. Lo spazio di un sogno.
Stira dolcemente le gambe nel letto, allarga le braccia. Soltanto in quel punto dell’universo riesce a sentirsi reale. E se l’universo è infinito, lei si trova costantemente al suo centro.
Il resto della sua vita è un rassicurante ripetersi di modi e tempi, una pantomima che è abituata a recitare da sola e per questo, forse, inutile.
La luce lanciata da un auto in transito percorre lentamente il soffitto, scivola sul muro, svanisce sotto al pavimento.
Anita si mette sul fianco, tira le coperte, lancia uno sguardo alla sveglia. Chiude gli occhi.
Domani c’è compito.

Tratto da: Livorno – Cronache immaginarie
Mario Ughi

 

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