Andrea Doria: Nelle sue vene il mare


A cura di Augusto benemeglio

1.Il mercenario

Quando uno dice Andrea Doria gli si formano nella mente una serie impressionanti di associazioni di immagini , ma vanno quasi tutte alla “Nave Doria”, sia mercantili – come il famoso transatlantico affondato il 25 luglio 1956, “Gran dame of the sea”, la Signora del mare – , sia militari, ben quattro. Una corazzata della prima guerra mondiale , una nave da battaglia della seconda, un moderno Incrociatore lanciamissili ( su cui fui imbarcato anch’io per un breve periodo), infine l’attuale Cacciatorpedieniere Lanciamissili , polivalente e modernissimo, che si è particolarmente distinto nelle ultime operazioni Nato. Magari vengono in mente perfino le canzoni tipo “Genova per noi” di Paolo Conte, o Creuza de Ma di Fabrizio de Andrè (“ Ombre di facce di marinai/da dove venite, dov’è che andate/da un posto dove la luna si mostra nuda/ e la notte ci ha puntato il coltello alla gola), ma quasi mai si pensa a lui, uno dei più grandi Capitani di mare della nostra storia, un vero e indiscusso principe della Repubblica di Genova tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, il Grand’Ammiraglio Andrea Doria, geniale condottiero che introdusse la prima nave corazzata e valorizzò al massimo l’impiego delle artiglierie nel combattimento navale; un formidabile conoscitore d’uomini, un tecnico che sembra essere stato forgiato nelle Accademie Navali ante litteram, quelle del mare aperto. A bordo delle sue navi, i suoi equipaggi erano disciplinati, ordinati
In un’epoca di disordini, di avventurieri, schiavi e mercenari. In realtà anche lui, fino a tarda età ( per quel tempo) , non seppe nulla del mare, anche lui era stato un “mercenario”.

2.Il duca di Valentino

Nato a Oneglia nel 1464, ben presto rimasto orfano di madre e padre, appena diciassettenne, il giovane Andrea fu avviato al mestiere delle armi dallo zio Nicolò Doria, che lo chiamò a Roma dov’era capitano della guardia di Papa Innocenzo VIII ( il genovese Cybo) . A vent’anni era già capitano di ventura con uno straccio nero per bandiera e un coltello affilato per frontiera. Conosceva l’insonnia , la rabbia e il sole contro il volto bianco del mondo; divenne rapidamente un abile e spietato mercenario dal corpo solido, lo sguardo vigile e la mente rapida e leggera, un condottiero al servizio di chi lo assoldava e meglio lo pagava. Dapprima la corte di Urbino , poi Napoli, poi un viaggio in terrasanta dove vide morire molti suoi uomini (“il giorno in cui il cielo stava precipitando/nell’ora in cui cedevano le fondamenta terrene/seguirono la loro professione mercenaria/e presero il salario, e sono morti/ Resistettero, e per la paga salvarono la somma delle cose”). E poi eccolo a Senigallia , al soldo di Giovanni della Rovere , genero del Duca d’Urbino e Governatore di Roma. Fu lui, il capitano di ventura Andrea Doria , che riuscì a eludere l’assalto del sanguinario Cesare Borgia, il Duca di Valentino, il “Principe” di Machiavelli durante la presa del castello di Senigallia, riuscendo a portare in salvo la moglie e il figlioletto del Duca, che era morto in combattimento, farli fuggire e trovare riparo a Firenze.
E subito dopo eccolo contro il ribelle corso Ranuccio Rocca, che riuscì a catturare. Fu lui , nel frattempo Generale Doria, che a forza di fedeltà, ambizione, potere , obbedienza divenne uno dei mercenari più ricercati del mercato , uno dei preziosi, dei più pagati. Era astuto, ambizioso, bramoso di potere, tuttavia raggiunta la mezza età divenne più accorto e calcolatore, finché non avvertì il richiamo della sua patria, il richiamo del sangue: “un goccia di inchiostro si fa sangue e miele”.

3.L’amore per Genova

Ed ecco che, dopo aver combattuto per trent’anni sulla terra, Andrea Doria, sostenendo ricordi e storie delle sue notti d’infanzia come castelli, ritornò sui sentieri, ancora vergini, per lui, del sui mare, e volle farsi “Corsaro”. E divenne subito famoso come lo era stato in terra , divenne pari al grande Khair-ad-din Barbarossa ,il pirata più famoso del Mediterraneo , con cui raramente si scontrò, e quelle poche volte cercò sempre di evitare il combattimento. Forse, si mormorava, avevano fatto un tacito accordo, ognuno correva il Mediterraneo, ognuno depredava a suo modo, ognuno stimava l’altro: dopotutto erano entrambi abili e scaltri e un combattimento si sarebbe, probabilmente, risolto alla pari e non sarebbe giovato a nessuno. Doria , grande difensore della fede cristiana , fu sempre attento a rispettare l’Islam, temendo le incursioni piratesche ( . Si dice che inviò copiose provviste al corsaro Barbarossa affinché veleggiasse fuori dalle coste liguri, lasciando in pace i rivieraschi) .

Aveva già quarantasei anni e probabilmente non conosceva gli astri , il quadrante astronomico , le rotte , le carte dei fari e la posizione delle stelle , ma sapeva però , dentro di sé, tutto di quelle navi che dividono orizzonti e rivelano tutti i mondi possibili nella fantasia dell’uomo , conosceva gli occhi fondi dei marinai dove ci stanno tutti i mari e sapeva leggere come nessun altro nelle loro carni bruciate, nelle loro rughe di sole . Sapeva che quella striscia di tempo che l’aveva a lungo aspettato sul paziente mare che ora si dondolava ,sapeva che in quelle budella del mare oscuro e profondo, nei nomi strani dei marinai dai nasi mozzati, quei nomi che tremavano sull’acqua come spilli sibillini , quegli alberi aguzzi che sostenevano le vele quadre , quelle navi case, quelle navi tombe , quelle navi spose , che solcavano i mari d’oriente e gli oceani , nei ricami rifratti dell’onda , nella rara pace degli ancoraggi , nell’erompere dei giorni di bonaccia o di tempesta sapeva che sull’acqua , con i loro carichi di bestemmie e sogni , in quegli scafi incrostati d’alghe e di cirri , nel levarsi azzurro del Leviatano della sera , nella comunione di un abbraccio totale di mare vento e cielo , nella simbolica danza delle onde, acqua salata e vomito , oscurità e luce , alfabeto di campane e voci nomade , gridi di vita e di morte che si portano dietro tutti i marinai, egli – Andrea Doria – avrebbe trovato il suo destino.apeva che nelle sue vene c’era il mare , tappezzerie azzurre bianche e verdi , sudari d’uomini che non hanno tempo né nazione .Lui , con quelle piccole navi, le armi, il coraggio e l’astuzia, avrebbe conosciuto l’ora dell’illuminazione , la certezza della gloria e del potere. E così fu.

4.La congiura

La sua vocazione sul mare , dicono i suoi biografi, fu tardiva ma folgorante, debuttò subito con una strepitosa vittoria , catturò una nave marsigliese diretta a portare rifornimenti alla fortezza di Briglia, dove ancora si opponeva la resistenza francese per riprendere il possesso della repubblica marinara. E fu gravemente ferito durante l’azione, ma questo gli giovò in seguito . Quando , l’anno successivo, nel giugno 1513, Ottaviano Fregoso venne eletto doge della Repubblica lo ricompensò dei servizi prestati e lo nominò comandante delle navi genovesi che andarono a formare una flotta con le galee pontificie e francesi private . Ma qualcuno dirà che ci furono eccessi nel suo delirio di grandezza, come il culto della propria personalità, vedi la statua di Agnolo Bronzino in cui viene raffigurato come Nettuno, dio del Mare. Sì, forse Doria cedette , in qualche occasione, alla debolezza della vanità del potere , ma lottò fino all’ultimo comandando in prima persona , con successo, la Flotta genovese da lui stessa creata , contro quella dei temibili francesi , in Corsica . Era il 1553 e aveva la bella età di 87 anni, tuttavia le sue capacità battagliere e la sua lucidità di stratega sul campo erano ancora integre , così come la sua influenza su Carlo V .

5. Muore il principe del mare

Il 23 novembre 1560, vecchissimo e stanco di tante scorrerie e battaglie, dopo una vita durata quasi un secolo, una vita vissuta intensamente, l’ammiraglio, anzi il “principe del mare” Andrea Doria , si ritirò nella sua tenuta di Fassolo in attesa della morte. Gli era venuta da poco a mancare la moglie, donna Peretta Usodimare, l’unica donna che avesse amato , la gotta e i dolori reumatici lo tormentavano incessantemente , non lasciandolo riposare neppure per un istante. Guardò in faccia il mare e invocò un’onda più grande e vasta delle altre che venisse ad abbracciarlo, e morì aspettandola . Erano le 5 e 20 di mattina , con le ossa bianche e la luce radente dell’alba sentì l’urlo rauco del mare che gli diceva che Gianandrea , il suo pronipote, erede al governo della Repubblica, aveva perduto l’ultima battaglia contro il corsaro Rosso, e lui fece appena in tempo a sillabare: glielo avevo detto di evitarlo. E il mare , allora, prima che si addormentasse , lo carezzò. “Ogni carezza dura un secolo per Dio e per l’uomo, ricordalo sempre”, gli aveva detto sua moglie Peretta. Fu sepolto , senza clamori , nella chiesa di San Matteo , sotto pietre più pietre che mai.

4 settembre 2013 Augusto Benemeglio

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